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04 febbraio 2026
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Combattere la causa, non l'effetto
di Vincenzo Costa *

Ci sono almeno due punti rispetto a cui il pensiero critico ha smesso di essere utile.

1) Da molti decenni le lotte sono lotte per principi astratti, e questo ha trasformato la nozione stessa di lotta in un simulacro, la democrazia in un palcoscenico. La democrazia ha cessato di "rappresentare" il mondo della vita, di dare voce alle sue contraddizioni e alle sue esigenze, divenendo ciò che la politica era nell'epoca dell'Assolutismo illuminato: il potere che offre una rappresentazione davanti a un pubblico chiamato solo ad applaudire, a "prendere partito" per questo o quello dei personaggi.

Ma sempre pubblico passivo resta, non soggetto attivo, che pone LE SUE QUESTIONI. Queste non hanno diritto di cittadinanza.

Il discorso pubblico, invece di permettere l'emergere dei problemi reale, serve solo a nasconderlo. Persino le disgrazie, spesso evitabili, sono occasioni per fare passerella.

Tutto è rappresentazione, costruito come rappresentazione, per imporre i temi di cui discutere. E imporre ciò di cui discutere significa anche impedire che si parli di altro.

I social potevano essere un potente mezzo di contrasto, ma per essere un punto di opposizione la vera lotta, io credo, era quella ed imporre i TEMI di cui parlare.

Di fatto parliamo solo di ciò che ci impongono di parlare. Se si cerca di imporre altri temi questi non hanno presa. In questo senso, anche quando ci opponiamo con forza semplicemente amplifichiamo la forza del padrone, contribuiamo ad occultare il reale.

2) le battaglie sono da decenni di conservazione, senza capacità di proporre cambiamenti. Abbiamo lasciato le parole del cambiamento e della rivoluziine ai vari Renzi, Meloni.

Si sente spesso dire: difendiamo il presente, impediamo di cambiare, perché il cambiamento è peggio. E questo signifuca perdere in partenza, perché il paese vuole cambiare, ha bisogno di cambiare.

Difendiamo valori astratti, diventati feticci. Difendiamo una costituzione che dice che siamo una repubblica fondata sul lavoro, lo facciamo con coloro che hanno fatto tutte le riforme che lo negano, lo facciamo sapendo che il lavoro è merce, che siamo una repubblica fondata sui mercati e sul grande capitale.

Difendiamo una menzogna. La costituzione non è un trattato di utopia: ha senso se trasforma la vita reale. Se non lo fa diventa un feticcio. L'articolo 3 dice che la Repubblica promuove la partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Negli ultimi 50 anni i cittadini sono stati estromessi, resi irrilevanti, i poteri veri sottratti a ogni controllo democratico. Ma noi difendiamo l'articolo 3, lo facciamo insieme a coloro che lo hanno svuotato. Combattiamo il fascismo difendendo un sistema in cui il popolo ha cessato di essere sovrano.

Difendiamo l'autonomia della magistratura, il principio. E non diciamo che il sistema non funziona, che è politicizzata, che le correnti l'hanno devastata. Difendere il principio della separazione dei poteri significa proporre riforme che lo garantiscono. Noi ci siamo limitati a dire che il problema non esiste. E lo capisce un bambino che la situazione è insostenibile.

Ingrao diceva che se non vengono proposte riforme buone passeranni rifornr cattive. Noi siamo asserragliati nella difesa dell'immobilita. Non siamo rivoluzionari ma neanche riformisti: a difesa dell'indifenfibile.

L'università è un carrozzone terribile, il sistema di reclutamento fa pena, e' familistico, di cordata. Va cambiato. Ma il sistema è incapace di riformarsi dall'interno, come la magistratura, la pubblica amministrazione.

Di qui il crollo della divisione dei poteri, le ingerenze. Queste accadono perché quei sistemi sono chiusi, hanno dentro il marcio. Opporsi non serve più. Bisogna porsi, proporre il cambiamento.

Ultima cosa: gli scontri a Torino, su cui destra e sinistra si concentrano. Da un lato c'è la repressione autoritaria etc etc dall'altra il disordine e la necessità della legge, addirittura il pericolo delle BR.

Io lo so che non convinco nessuno, ma è puro spettacolo. Non parliamo del sud che crolla, che di desertifica, che non ha più giovani, non parliamo del fatto che i nostri giovani (anche le mie figlie e di tanti amici e colleghi) vanno all'estero, portando lì competenze (medici, ingegneri nucleari).

Non parliamo delle periferie, del conflitto con gli immigrati (che esiste), di scuole divenute ingestibili. Vietato parlarne. Questo fa tanto inclusivo. Ma se neghiamo i problemi della realtà ci sarà qualcun altro che lo farà e lo farà a modo suo.

Non serve criticare Vannacci. Bisognerebbe affrontare i problemi, senza vietare il discorso.

Anche sui social siamo diventati un sistema di negazione sistematica del reale. Ma il reale rimosso torna come sintomo.

Non serve combattere il sintomo. Bisognerebbe combattere il disturbo generatore.

Ma onestamente non credo sia possibile. Ha vinto una cultura retorica, di ideali astratti, che non toccano la vita delle persone.

Anche qui sui social oramai il paese reale non appare più. Diffondiamo al dettaglio ciò che il potere vende all'ingrosso.

* Docente ordinario di Fenomenologia e Fenomenologia dell’esperienza presso la Facoltà di Filosofia


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