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Morto di ipotermia e il giornale lo chiama terrorista
di Rosa Rinaldi
Traduco un post di אורנה רינת, ebreo israeliano, che a sua volta riprende le parole di Ori Goldberg a proposito della notizia data da un magazine israeliano di un "terrorista" morto di ipotermia.
Da notare che mentre i balordi di casa nostra sostengono che a Gaza non si possa morire di freddo, in Israele non solo non lo negano, ma ne fanno anche motivo di vanto.
Le parole di Ori Goldberg e di אורנה רינת sono quelle che dovremmo sentire ovunque alla vigilia del Giorno della Memoria. Giorno che invece è diventato l'ennesimo pretesto per difendere Israele.
Questa è la traduzione:
* * *
Ori Goldberg scrive parole bellissime, profondamente umane – umane nel senso più semplice e radicale del termine – sul “terrorista”, l’uomo di Hamas Sami Samehdana, morto di ipotermia:
"Le reazioni a questa notizia, che racconta la morte di un uomo che aveva scontato la pena a cui era stato condannato – trent’anni (ventinove, scusa) – non sono nemmeno assetate di sangue. La gioia per la morte di una persona anziana, morta di ipotermia, testimonia una società la cui unica vitalità risiede nella morte dei propri nemici. Celebrare la morte di un uomo avvenuta in questo modo, parlare di “chiusura del cerchio” come se gli ebrei in Israele fossero Dio, è un atto da zombie: creature che non sono né vive né morte, il cui unico scopo è aggredire la vita, spinte da una gelosia feroce come la morte.
Che vergogna enorme e straziante è essere israeliani oggi. Non festeggerò mai la morte di una persona per ipotermia causata da me. Non vedrò mai nella morte di un altro la mia vita. Le azioni della società ebraica in Israele non sono le mie; la sua “morale” non è la mia, il suo “eroismo” mi appare come codardia oppressiva e violenta. Sono un ebreo israeliano. L’ampiezza della riparazione che devo compiere è incalcolabile" .
E voglio aggiungere quanto questa morte sia tragica, e quanta arroganza ed egoismo israeliani essa nasconda. Perché, fin dall’inizio, a queste persone è stata concessa pochissima possibilità.
Che cosa proveranno nei nostri confronti quei bambini piccoli che vedono i loro genitori picchiati, umiliati, cacciati dall’unica casa che abbiano mai conosciuto, quella in cui sono nati? Un bambino che trova il proprio gatto con la gola sgozzata (in Cisgiordania, non ha nulla a che fare con Hamas, ed è una realtà che dura da decenni); un bambino che va all’asilo felice, convinto che quello sia il suo Stato, che basterà sorridere e gli verrà restituito un sorriso, che quella sia la sua casa – e scopre invece che non è casa sua. Che lo Stato che dovrebbe appartenergli lo odia e lo disprezza.
Un bambino che scopre che i soldati hanno torturato suo nonno fino alla morte (come è successo più volte in Cisgiordania, non a Gaza, non per colpa di Hamas) e che non è successo nulla a chi lo ha fatto.
Un bambino che vede sua madre piangere mentre carica il misero lettino della sorellina neonata sul camion che li porterà verso il nulla.
L’hanno sempre visto, tutto questo. Molto prima del 7 ottobre: i bambini che restavano in disparte, in silenzio, con gli occhi spalancati, a guardare mentre deridevano e prendevano a calci il padre o lo zio.
Come quel bambino che voleva vedere il mare; il bambino che stringeva pallido la mano del fratello maggiore mentre i poliziotti gli abbaiavano contro, colmi di violenza e odio, e i suoi occhi restavano grandi, muti, attoniti.
“Non è vostro, non è vostro”, glielo ripetono senza sosta.
Un bambino sorride al mondo e riceve uno schiaffo. Fine. Un bambino deve intrufolarsi come un criminale per poter vedere il mare. Che cosa provano? “Non è vostro”, glielo dicono continuamente!
E questo ancora prima della morte, del saccheggio, della perdita della casa; ancora prima di un sistema dove c’è una legge per chi opprime e un’altra per chi è oppresso.
Che possibilità avevano?
E poi si unisce a Hamas. Posso avere molte critiche verso Hamas come organizzazione, ma nella coscienza delle persone qui non passa nemmeno per un istante l’idea che, arruolandosi in un esercito il cui compito è opprimere, umiliare e abusare, si stia spingendo proprio quei bambini verso Hamas.
Trascorre tutta la vita in prigione, e lì viene probabilmente maltrattato a tal punto da morire di ipotermia quando finalmente torna a casa.
Questo li rende felici.
Ma il battaglione Netzah Yehuda ha anche torturato fino alla morte un uomo di ottant’anni che viveva in America ed era tornato nel suo villaggio per morire, da solo. E molti altri.
È tutto terribilmente triste.
E l’infantilismo di persone che si arruolano in un esercito che espelle, maltratta, umilia, spezza lo spirito, il corpo e l’anima degli esseri umani, ma che continuano a vedersi come vittime; l’assenza totale di persino la più elementare idea di giustizia – tutto questo suscita solo disperazione e terrore.
Quanta possibilità gli lasciamo? Umiliazioni, espulsioni, disprezzo: sono sempre stati qui, già quando io ero nell’esercito.
Un bambino che vuole vedere il mare e scopre che le autorità dello Stato non vogliono nemmeno la sua esistenza, che nessun luogo in cui posa il piede è considerato degno di lui – alla fine si unirà a Hamas.
Qui, invece, ci si arruola nell’esercito dei dominatori e degli oppressori: è ancora peggio.
Poi si passa la vita in prigione, si muore così, e “la razza superiore” festeggia.
E chissà in quale stato mentale devastato lo hanno ridotto in carcere, fino a portarlo alla morte.
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