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Gaza e la normalizzazione del massacro
di Emma Buonvino
Il punto più disturbante di questa guerra non è soltanto il numero delle vittime, né la sproporzione della forza, né nemmeno la scelta deliberata di colpire sapendo che civili sarebbero morti.
Il punto più inquietante è la normalizzazione del massacro come procedura amministrativa.
A Gaza non si è semplicemente ucciso: si è automatizzato l’uccidere, lo si è reso un flusso di lavoro. Un processo. Un protocollo.
Quando l’eliminazione di una persona passa attraverso un sistema che calcola “danni collaterali accettabili”, la violenza smette di apparire come violenza e diventa gestione. Non si decide più se è giusto colpire, ma se rientra nei parametri.
Ed è qui che il discorso sulla vendetta, pur reale, non basta.
La vendetta è emotiva, caotica, esplosiva.
Quello che vediamo a Gaza è freddo, metodico, ripetitivo. È la violenza di persone che non urlano, non odiano apertamente, non si percepiscono come carnefici. Persone che si dicono: “io faccio solo la mia parte”.
Questo è il vero salto di qualità:
la frammentazione della responsabilità.
Chi progetta l’algoritmo non sgancia la bomba.
Chi autorizza il bersaglio non vede i corpi.
Chi preme il pulsante non conosce i nomi.
E così nessuno, singolarmente, si sente colpevole — mentre collettivamente si produce una distruzione senza precedenti.
È il meccanismo classico dei grandi crimini storici: quando l’orrore non ha più un volto, ma una dashboard.
Il fatto che tutto questo sia avvenuto all’interno di unità considerate “élite”, composte da persone istruite, laiche, spesso progressiste, è forse la parte più scomoda.
Perché distrugge l’illusione che l’istruzione o il benessere rendano immuni dal male.
Non è l’ignoranza che ha reso possibile Gaza.
È l’adattamento.
L’adattamento a un contesto in cui il palestinese è da decenni ridotto a problema di sicurezza, a dato statistico, a sagoma astratta.
Un contesto in cui l’occupazione non è più percepita come eccezione, ma come normalità.
Un contesto in cui l’etica non viene abolita, ma sospesa “temporaneamente” — salvo poi non tornare mai più.
E quando la tecnologia entra in questo vuoto morale, non lo riempie: lo amplifica.
L’IA non decide al posto dell’uomo.
Permette all’uomo di non sentire più il peso della decisione.
Il silenzio, allora, non è solo paura o disciplina militare.
È il risultato di una cultura che non insegna a disobbedire quando obbedire diventa criminale.
Una cultura che premia l’efficienza, non la coscienza.
Che scambia il dubbio morale per debolezza.
Per questo la domanda “perché nessuno si è rifiutato?” è così devastante:
perché la risposta non è “perché erano mostri”, ma
perché erano normali.
E qui il testo tocca qualcosa che va oltre Israele e Gaza.
Ci riguarda tutti.
Ogni società che accetta che alcune vite valgano meno,
ogni sistema che trasforma la violenza in procedura tecnica,
ogni contesto in cui la distanza — geografica, tecnologica, simbolica — protegge chi colpisce dalla vista delle conseguenze,
sta preparando lo stesso vuoto morale.
Parlarne ora non serve solo a ricostruire responsabilità.
Serve a impedire che questo modello — uccidere senza sentire, distruggere senza vedere, obbedire senza rispondere — diventi la nuova norma della guerra.
Perché quando il massacro non scandalizza più nemmeno chi lo compie,
non siamo davanti a una crisi militare.
Siamo davanti a una frattura etica della civiltà.
E sì: è davvero ora di iniziare a parlarne.
Senza sconti. Senza alibi. Senza più silenzi.
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