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Pena di morte in Israele
di Emma Buonvino
Una “democrazia” che applica la pena di morte solo a un popolo non è una democrazia: è un regime etnico.
Una “democrazia” che tollera, giustifica o addirittura discute come legittimo lo stupro dei prigionieri palestinesi non è uno Stato di diritto: è una civiltà che ha perso ogni residuo di umanità.
Una “democrazia” che legalizza la tortura – anche sui bambini – non sta difendendo la sicurezza: sta distruggendo deliberatamente il concetto stesso di giustizia.
Qui non siamo davanti a “casi isolati”, a “mele marce”, a “eccessi della guerra”.
Siamo davanti a un sistema.
Un sistema che costruisce leggi diverse per persone diverse, che decide chi è umano e chi no, chi può essere processato e chi può essere eliminato, chi merita diritti e chi solo punizione.
Quando la pena di morte è riservata a una sola popolazione, si chiama apartheid penale.
Quando la tortura viene normalizzata, si chiama crimine contro l’umanità.
Quando la violenza sessuale diventa oggetto di dibattito politico anziché di condanna assoluta, siamo oltre il collasso morale.
E no, non basta pronunciare la parola “democrazia” per esserlo.
La democrazia non è uno slogan da esportare, è un insieme di limiti al potere.
Se quei limiti saltano per i palestinesi, allora non esistono affatto.
Chi difende tutto questo, chi lo giustifica, chi lo relativizza, chi tace per convenienza o paura, non è neutrale.
È complice.
Complice di un sistema che usa il diritto come arma, la legge come strumento di dominio, la sofferenza come metodo.
La storia non assolve chi tortura i bambini.
Non assolve chi normalizza lo stupro.
Non assolve chi costruisce una giustizia a senso unico.
E non assolverà nemmeno chi oggi guarda altrove.
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