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22 gennaio 2026
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L'Italia che verrà
di Rinaldo Battaglia *

“Una stampa libera può essere buona o cattiva, ma senza libertà, la stampa non potrà mai essere altro che cattiva.”

Sono parole di uno spirito libero quale era Albert Camus, grande artista e grande intellettuale.

Ma oggi in Italia esiste la libertà di stampa o in generale la libertà di parlare e descrivere la propria visione della vita sociale, politica, storica del nostro Paese?

Oggi è il 22 gennaio e il mio calendario storico mi ricorda che il 22 gennaio 2010 usciva per la prima volta nelle sale cinematografiche italiane, un film che finalmente dopo 66 anni parlava della strage nazifascista di Marzabotto. In modo storico, documentato, rispettoso della ‘realtà storica vissuta’, con immenso e onesto rigore stilistico. Il film, diretto da Giorgio Diritti nel 2009, si chiamava ‘L'uomo che verrà’.

Personalmente per la fedeltà dei tempi, per lo stesso linguaggio usato (nella versione originale è in dialetto bolognese con sottotitoli in italiano) e per i messaggi lanciati – già a partire dal titolo – ritengo quel film una vera e propria ’opera d’arte’.

Del resto, la critica sin da subito ha riconosciuto i meriti artistici del film. Venne presentato al Festival internazionale del film di Roma 2009, dove vinse il Marc'Aurelio d'Oro del pubblico al miglior film e il Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento. Ha poi ottenuto sedici candidature ai David di Donatello 2010, vincendo tre premi, fra cui quello per miglior film. Ha ottenuto sette candidature ai Nastri d'argento 2010, vincendo tre premi.

Ma il film è sempre stato osteggiato in tv, con scarsissimi passaggi sulle reti nazionali. Sembrava, e a distanza di altri 16 anni sembra ancora, che l’argomento desse e dia tuttora fastidio. Meglio lasciare il film al suo destino, nel dimenticatoio, tra le cose da gettare alla prima occasione - e senza farsi vedere - nella pattumiera.

La trama è semplice come è semplice la vita contadina delle famiglie di Marzabotto, sull'Appennino emiliano, nell’inverno ‘43/autunno ’44. La durata della storia, infatti, la si può racchiudere in un periodo limitato: dal momento in cui viene concepito al momento in cui nasce il piccolo fratellino di Martina. Perché sebbene ‘l’uomo che verrà’ parli di quel bambino neonato, la vera protagonista è la sorellina Martina.

Si deve sapere infatti che malgrado i suoi 8 anni, la piccola Martina, da quando durante la guerra è morto un altro fratellino, anche questo più piccolo di lei, ha smesso di parlare. Non dice più una parola. Muta totalmente. Gioca, si muove, da una mano alla famiglia per sbarcare al meno peggio il lunario, in quegli anni di fame, sfruttamento e miseria. Il tutto peggiorato con la guerra arrivata dopo l’8 settembre 1943 a colpire violentemente anche quelle terre.

Martina, anche a costo di farsi prendere in giro dai bambini del posto, soprattutto i maschietti coetanei, non parla ma osserva con occhio vigile il mondo. Guarda ed osserva ma senza capire le cause di quella situazione. Guarda così la pancia della mamma Lena che durante la gravidanza cresce, guarda il rituale della quotidianità della vita contadina: il fare il bucato, il filò alla sera nella stalla, i primi di fidanzatini delle sorelle un po’ più grandi, i discorsi per la Prima Comunione o la Messa di Natale. Guarda, immagazzina tutto, assorbe ogni attimo ma non parla. Talvolta subisce, ma tutto finisce lì.

E poi la guerra che di giorno in giorno si avvicina e diventa parte integrante e viva di quel mondo contadino. Arrivano i tedeschi a volte in cerca di cibo, a volte per rastrellare in cerca di giovani da schiavizzare nei lager nazisti. Ma mai da soli, sempre accompagnati o guidati dai fascisti del posto. Talvolta consapevoli, talvolta usati, spesso fanaticamente d'accordo.

Perché quelle sono zone difficili da presidiare, molto impervie: devi conoscerle per non farti fregare, ogni nascondiglio può essere una trappola. E non solo per le lepri o i conigli selvatici. Ma i fascisti servono proprio per questo. Erano contro i contadini prima e a favore dei padroni, ancora ben prima. Ora hanno solo cambiato la nazionalità di chi li comanda. Fascisti erano e fascisti rimangono.

E così a fine settembre 1944, nasce in casa il fratellino di Martina, ‘l’uomo che verrà”, l’uomo del futuro, uno di quegli italiani che dovranno recuperare il danno subito e rilanciare il paese, per l’Italia che verrà dopo. Ma alla gioia in famiglia per la nascita del nuovo bambino, si contrappone subito la violenza dei nazisti e dei fascisti. In pochi giorni rastrelleranno migliaia di giovani e uomini da lavoro.

La Storia dirà che saranno, in quei mesi, oltre 5.000 i bolognesi deportati con la violenza in Germania e almeno 20.000 in tutta l’Emilia. E senza l’appoggio dei fascisti del luogo mai i nazisti del maggiore Walter Reder avrebbero raggiunto tali livelli. Processi successivi diranno che a guidare le S.S. in quei giorni furono il commissario fascista di Marzabotto e l’uomo forte del Duce in Monte Sole: Giovanni Quadri e Lorenzo Mingardi. Uomini di Mussolini, non altri.

L’azione sarà ricordata per le atrocità commesse: vecchi, uomini, donne e bambini vengono trucidati, dopo esser stati raccolti nei cimiteri, nelle chiese e nei casolari. Sarà chiamata la strage di Marzabotto e di Monte Sole. Tra i territori collinari di Marzabotto, Monzuno, Grizzana Morandi e molte altre piccole località fra Setta e Reno si contarono in pochi giorni – dal 29 settembre al 5 ottobre 1944 - almeno 945 morti identificati. Di loro 216 bambini erano bambini, 316 donne, 172 vecchi di oltre 70 anni, 251 uomini civili. Ma sui numeri potremmo star qui a discutere, in quanto si dice che in quella zona mancarono alla fine oltre 2.000 persone. Mancarono e non fecero più ritorno a casa.

Anche Martina in quel 29 settembre viene rastrellata, presa e rinchiusa nella piccola chiesa di Cerpiano. Ma prima che i nazisti e i fascisti chiudessero dentro la chiesa oltre un centinaio di persone, tra cui don Ubaldo, bloccassero le porte e lanciassero all’interno bombe e granate, Martina non si sa come – di certo favorita dal caos e dal terrore che governava allora quei disperati - riesce a restare miracolosamente illesa, coperta dai primi corpi degli uccisi e a fuggire verso la sua casa. Qui trova il silenzio totale: tutti i suoi familiari, il padre, la madre Lena, le sorelle, tutti sono stati massacrati.

Ma Martina prima di esser trovata e presa dagli assassini di Hitler e Mussolini aveva, d’istinto e per amore, salvato il piccolo fratellino neonato e nascosto in una cesta all'interno di un rifugio dentro il bosco, dove a suo tempo andava a giocare. Capisce cosa fare: prende il piccolo e lo porta nella canonica di don Giovanni Fornasini, uno dei parroci della zona, dove alcune anziane scampate alla strage se ne fanno subito carico.

Passato il primo momento, si riprende il fratellino – l’uomo del domani, l’uomo che verrà, l’Italia del futuro – e decide di far ritorno al casolare di famiglia, dove si prende cura del fratellino intonando per lui una ninna nanna. Sì: canta una ninna nanna perché ha ripreso improvvisamente l’uso della parola e la sua voce è ora forte e nitida.

Ed è la voce del futuro che dopo il colpevole silenzio dovuto al fascismo del Duce, si fa sentire per un’Italia mai più senza voce e mai più violentata dai fascisti e dai nazisti. Che non distinguono i soldati, con le armi in pugno, dai bambini e dai neonati.

Come noto a parte qualche nome inventato, lo sfondo storico del film è totalmente veritiero e i personaggi principali veramente esistiti. Come sono esistiti don Giovanni Fornasini, il giovane parroco antifascista e don Ubaldo Marchioni (fu ucciso davanti all'altare della chiesa di Casaglia: la pisside che teneva in mano al momento dell'uccisione si conserva ancora, con una pallottola incastrata sul fianco). Come sono esistiti suor Antonietta Benni - suora orsolina e maestra d'asilo (nel film non ne viene però mai chiamata per nome) che fu una dei tre sopravvissuti della strage di Cerpiano – o il partigiano "Lupo", della brigata Stella Rossa, che cercò di far arrivare prima possibile i soccorsi.

Che dire? Resta da chiedersi perché un film del genere sia passato dalla RAI – che peraltro nel 2008 (ai tempi del governo Prodi) ne cofinanziò la realizzazione – quasi di nascosto e perché soprattutto nel 2009/2010 (ai tempi del governo Berlusconi) la distribuzione nelle sale venne ostacolata a più riprese.

Lo confesserà, deluso, lo stesso regista Giorgio Diritti, in un’intervista al festival della Mente nel 2014: "Abbiamo inventato un po' la distribuzione ... Non avevamo più soldi, io e il mio socio ci siamo detti, facciamo così, andiamo alla cineteca di Bologna e gli chiediamo se ci fanno una copia, i soldi sono suoi fino al raggiungimento del costo, poi da lì in avanti ce li danno a noi, e così abbiamo fatto in tutto il nord Italia."

Dieter Hildebrandt, soldato della Hitlerjugend che a 16 anni venne mandato contro i carri armati sovietici e poi diventato un maestro dello studio delle manipolazioni delle masse (oltrechè affermato drammaturgo) un giorno, paragonando la nostra generazione a San Tommaso, disse che “noi crediamo soltanto a ciò che vediamo. Perciò, da quando c'è la televisione, crediamo a tutto”.

La televisione italiana come potrebbe trasmettere questo film con buona frequenza? Meglio non farlo e parlare di altro, magari insegnando a cucinare, ballare.

Ho saputo in questi giorni che per il 27 Gennaio Giornata della Memoria 2026, la RAI trasmetterà una fiction sulla retata nazifascista di Roma del 16 ottobre 1943, ma senza lì mai evidenziare la presenza criminale e vigliacca dei fascisti italiani.

Qualcuno in altro crederà che non sia utile elettoralmente forse.

Noi ‘siamo’ gli anni del Grande Fratello e di X Factor, delle narrazioni false e falsificate, perché svegliare il cane che dorme? Finirebbe il vantaggio competitivo.

E l’Uomo che verrà? Lasciamolo aspettare in sala d’attesa. E assieme la sua Italia.

22 gennaio 2026 – 16 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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