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Asse geopolitico sempre più brutale
di Emma Buonvino
L’asse Stati Uniti–Israele–Unione Europea non è un’alleanza tra pari, ma una struttura gerarchica. Washington fornisce la direzione strategica, Israele svolge la funzione avanzata di avamposto militare e tecnologico, l’Unione Europea garantisce copertura politica, legittimazione giuridica selettiva e supporto economico. È una divisione del lavoro che regge da decenni, oggi entrata in una fase di maggiore brutalità.
Gli Stati Uniti restano il centro di gravità. Non perché onnipotenti, ma perché detengono ancora il controllo sui nodi fondamentali: sistema finanziario globale, architettura militare NATO, capacità di sanzione extraterritoriale. In una fase di declino relativo, Washington non cerca più consenso universale, ma obbedienza funzionale. L’obiettivo è mantenere l’accesso privilegiato a risorse, rotte e mercati, impedendo l’emersione di blocchi autonomi.
Israele è il pilastro operativo dell’asse nel Medio Oriente allargato. Non è solo un alleato: è uno strumento strategico. Fornisce sperimentazione militare sul campo, intelligence, tecnologie di sorveglianza e un modello di gestione permanente di una popolazione considerata eccedente. La Palestina diventa così uno spazio di prova: ciò che è accettabile lì può essere normalizzato altrove.
L’Unione Europea occupa il ruolo più ambiguo e, per certi versi, più decisivo. Non ha autonomia militare né politica estera unitaria, ma possiede un’enorme capacità normativa, economica e simbolica. È l’UE a trasformare le scelte dell’asse in “ordine basato sulle regole”, applicate con rigore ai nemici e sospese per gli alleati. Il doppio standard non è una contraddizione: è il meccanismo stesso del potere.
In questo schema, Gaza rappresenta un punto di convergenza. Gli Stati Uniti garantiscono copertura diplomatica e flusso di armi, Israele esegue la distruzione materiale, l’Europa gestisce il silenzio istituzionale, invoca il diritto internazionale solo in astratto e prepara il terreno per la fase successiva: ricostruzione condizionata, controllo umanitario, depoliticizzazione totale della questione palestinese.
L’asse non mira alla stabilità, ma alla governabilità. Una regione devastata ma sorvegliata è preferibile a una regione politicamente viva. La pace non è assenza di violenza, ma assenza di soggetti capaci di rivendicare diritti. In questo senso, la distruzione non è un fallimento: è un risultato.
Trump e figure analoghe non alterano l’asse, lo rendono più esplicito. Dove prima si parlava di multilateralismo, ora si parla di interessi nazionali. Dove c’era diplomazia, ora c’è ricatto. Ma la sostanza resta invariata: protezione degli alleati strategici, uso selettivo del diritto, militarizzazione delle crisi.
Il problema per l’asse è che questa strategia accelera la frattura globale. Il Sud del mondo osserva e registra. Cina e Russia non offrono un modello etico alternativo, ma sfruttano le crepe aperte dall’ipocrisia occidentale per costruire sfere di influenza parallele. Il risultato non è un nuovo equilibrio, ma una polarizzazione crescente.
L’asse USA-Israele–UE non sta difendendo un ordine liberale: sta gestendo il passaggio a una fase più coercitiva del sistema globale.
Meno consenso, più forza. Meno universalismo, più eccezioni permanenti.
Gaza non è un incidente lungo il percorso: è il segnale di dove l’asse è disposto ad arrivare per preservare sé stesso.
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