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Infanzia palestinese distrutta non solo fisicamente
di Emma Buonvino
I bambini palestinesi vengono distrutti psicologicamente sotto gli occhi del mondo.
Non è una conseguenza involontaria.
Non è un “effetto collaterale”.
È il risultato diretto e prevedibile di una violenza sistematica esercitata contro un popolo intero, sapendo perfettamente che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i bambini.
Un bambino che vede il proprio padre torturato, arrestato, umiliato davanti a lui, non assiste a un fatto di guerra: assiste alla distruzione del principio stesso di protezione.
Il genitore, che per un bambino rappresenta il confine tra la vita e la morte, viene spezzato. Da quel momento il mondo non è più abitabile.
Quando un bambino vede la madre terrorizzata, impotente, schiacciata dalla violenza, interiorizza una verità devastante: nessuno può salvarmi.
Questa non è retorica: è la base clinica del trauma più grave.
La psicologia lo chiama trauma complesso. È la forma più distruttiva perché avviene mentre la mente si sta formando. Questi bambini non hanno “ricordi traumatici”: sono cresciuti dentro il trauma, senza via d’uscita, senza tregua, senza possibilità di elaborazione.
Orfani prodotti in serie
A Gaza e nei territori occupati, Israele non sta solo uccidendo civili: sta fabbricando orfani. Bambini che vedono i corpi dei propri genitori dilaniati, sepolti sotto le macerie, dissolti senza funerali, senza saluti, senza spiegazioni.
Il lutto, senza tempo e senza protezione, si trasforma in frattura psichica permanente.
Il risultato è:
depressione infantile
mutismo
regressione
attacchi di panico
dissociazione
perdita del senso di realtà.
Un bambino che non può piangere i propri morti impara a non sentire più nulla. Questo non è sopravvivere: è essere spezzati.
Il cervello dei bambini sotto bombardamento
L’esposizione continua a bombardamenti, arresti, incursioni notturne, fame e paura altera fisicamente lo sviluppo del cervello.
Il sistema nervoso resta bloccato in modalità di allarme. Il corpo impara che il pericolo è costante. Il futuro diventa impensabile.
Un bambino così:
non riesce a concentrarsi
non riesce a studiare
non riesce a immaginare una vita diversa.
Israele sta producendo una generazione cresciuta senza la possibilità stessa di immaginare il domani.
Questa non è sicurezza. È distruzione deliberata dello sviluppo umano.
Disumanizzazione interiorizzata
Quando un bambino cresce vedendo che la vita dei suoi genitori può essere annientata senza conseguenze, interiorizza un messaggio preciso:
la mia vita non vale nulla.
Questa è la violenza più profonda, quella che entra nell’identità.
Da qui nascono:
vergogna
odio verso sé stessi
oppure rabbia radicale come unica forma di sopravvivenza psichica.
E poi il mondo si chiede “perché tanto dolore”, “perché tanta rabbia”.
La risposta è sotto gli occhi di tutti: perché è stata seminata sistematicamente.
Un crimine contro l’infanzia
Colpire i bambini non significa solo ucciderli fisicamente. Significa uccidere ciò che diventeranno.
Ogni bambino palestinese costretto a crescere dentro la tortura dei propri genitori e la distruzione della propria famiglia è la prova che questa guerra non è difensiva, non è inevitabile, non è morale.
È un crimine contro l’infanzia, compiuto con piena consapevolezza, e tollerato da una comunità internazionale che ha scelto di voltarsi dall’altra parte.
E chi oggi accetta tutto questo, domani non potrà dire di non sapere.
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