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22 gennaio 2026
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Infanzia palestinese distrutta non solo fisicamente
di Emma Buonvino

I bambini palestinesi vengono distrutti psicologicamente sotto gli occhi del mondo.

Non è una conseguenza involontaria. Non è un “effetto collaterale”. È il risultato diretto e prevedibile di una violenza sistematica esercitata contro un popolo intero, sapendo perfettamente che a pagare il prezzo più alto sarebbero stati i bambini.

Un bambino che vede il proprio padre torturato, arrestato, umiliato davanti a lui, non assiste a un fatto di guerra: assiste alla distruzione del principio stesso di protezione.

Il genitore, che per un bambino rappresenta il confine tra la vita e la morte, viene spezzato. Da quel momento il mondo non è più abitabile.

Quando un bambino vede la madre terrorizzata, impotente, schiacciata dalla violenza, interiorizza una verità devastante: nessuno può salvarmi.

Questa non è retorica: è la base clinica del trauma più grave.

La psicologia lo chiama trauma complesso. È la forma più distruttiva perché avviene mentre la mente si sta formando. Questi bambini non hanno “ricordi traumatici”: sono cresciuti dentro il trauma, senza via d’uscita, senza tregua, senza possibilità di elaborazione.

Orfani prodotti in serie

A Gaza e nei territori occupati, Israele non sta solo uccidendo civili: sta fabbricando orfani. Bambini che vedono i corpi dei propri genitori dilaniati, sepolti sotto le macerie, dissolti senza funerali, senza saluti, senza spiegazioni.

Il lutto, senza tempo e senza protezione, si trasforma in frattura psichica permanente.

Il risultato è:

depressione infantile
mutismo
regressione
attacchi di panico
dissociazione
perdita del senso di realtà.

Un bambino che non può piangere i propri morti impara a non sentire più nulla. Questo non è sopravvivere: è essere spezzati.

Il cervello dei bambini sotto bombardamento

L’esposizione continua a bombardamenti, arresti, incursioni notturne, fame e paura altera fisicamente lo sviluppo del cervello.

Il sistema nervoso resta bloccato in modalità di allarme. Il corpo impara che il pericolo è costante. Il futuro diventa impensabile.

Un bambino così:

non riesce a concentrarsi
non riesce a studiare
non riesce a immaginare una vita diversa.

Israele sta producendo una generazione cresciuta senza la possibilità stessa di immaginare il domani.

Questa non è sicurezza. È distruzione deliberata dello sviluppo umano.

Disumanizzazione interiorizzata

Quando un bambino cresce vedendo che la vita dei suoi genitori può essere annientata senza conseguenze, interiorizza un messaggio preciso: la mia vita non vale nulla.

Questa è la violenza più profonda, quella che entra nell’identità.

Da qui nascono:

vergogna
odio verso sé stessi
oppure rabbia radicale come unica forma di sopravvivenza psichica.

E poi il mondo si chiede “perché tanto dolore”, “perché tanta rabbia”.

La risposta è sotto gli occhi di tutti: perché è stata seminata sistematicamente.

Un crimine contro l’infanzia

Colpire i bambini non significa solo ucciderli fisicamente. Significa uccidere ciò che diventeranno.

Ogni bambino palestinese costretto a crescere dentro la tortura dei propri genitori e la distruzione della propria famiglia è la prova che questa guerra non è difensiva, non è inevitabile, non è morale.

È un crimine contro l’infanzia, compiuto con piena consapevolezza, e tollerato da una comunità internazionale che ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

E chi oggi accetta tutto questo, domani non potrà dire di non sapere.

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