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Barry, il cane di Treblinka
di
Rinaldo Battaglia *
«Il comandante Franz, arrivato al campo di Treblinka con il suo cane Barry, era la personificazione del sadismo e oscenità; il suo cane era stato addestrato per aggredire ai genitali i prigionieri.»
Sono parole riprese dal libro/diario di Alexander Donat (nato come Alexander Berg), un giovane deportato ebreo del Ghetto di Varsavia spedito dai nazisti in vari lager, tra cui Auschwitz e lo stesso Treblinka e poi fino a Dachau dove venne liberato dagli Alleati.
Donat testimoniò, con altri sopravvissuti, nel processo ‘minore’ di Düsseldorf nel 1965 contro il proprietario di quel cane, lo SS-Untersturmführer (sottotenente) Kurt Hubert Franz che – per meriti acquisiti sul campo - dal 27 agosto 1943 era diventato il ‘lagerkomamandant’ di Treblinka.
Dopo la sommossa dei deportati del 2 agosto ’43, dove ben 300 prigionieri ebrei erano riusciti inizialmente a fuggire (ma saranno in breve tutti catturati e massacrati), Himmler ritenne opportuno affidare il comando del lager all’ufficiale Kurt Franz, che lo tenne fino alla definitiva chiusura (19 ottobre 1943). Sarà lui a gestire le operazioni di smantellamento del campo e di eliminazione di tutte le prove che avrebbero potuto confermarne l’esistenza. Come se sterminare tra le 800.000 e 950.000 vite umane fosse stato solo un dettaglio o una piccola colpa. Per la Storia, Treblinka risulterà per numero di vittime inferiore solo ad Auschwitz, il lager dei lager.
Ma chi è stato Kurt Hubert Franz, il proprietario del cane Barry, che giocava morsicando i genitali agli ebrei prigionieri?
In sintesi, potemmo dire: una figura minore, senza tanti studi, che prima di vestirsi con la divisa delle S.S. risultava un vero e proprio ‘mezzo fallito’. Se non intero. E questo particolare ‘skill’ ne faceva per Himmler l’uomo ideale, il nazista perfetto per Treblinka, privo di scrupoli e di dignità. Facile da addomesticare, meglio del suo cane Barry.
Kurt Hubert Franz era nato nell’anno in cui iniziò la Grande Guerra del Kaiser (il 17 gennaio 1914), da una modesta famiglia di piccoli commercianti di Düsseldorf, i cui affari con la guerra non fecero che peggiorare. Nel 1926, negli anni della fame di Weimar e del marco senza valore, fu costretto ad abbandonare la scuola statale (aveva allora 12 anni) ed iniziare un lavoro ‘di formazione’ come cuoco presso un noto ristorante della sua città. Doveva, alla fine del percorso di ‘scuola/lavoro’ (diremmo oggi), ottenere un ‘attestato’ tramite un esame, ma mai lo concluse.
Come era tipico del momento, trovò sfogo alle sue debolezze e sconfitte nei gruppi giovanili ultranazionalisti locali, violenti e fanatici (nel suo caso lo Kyffhäuser-Jugend). Con il raggiungimento dei 18 anni, allora necessari, passò nel 1932 al più quotato ‘Freikorps Stahlhelm, Bund derFrontsoldaten’ (Elmi d'acciaio, lega dei soldati del fronte) a Ratingen, viatico naturale per arrivare alle S.S. Nell’ottobre 1937, eccolo così assegnato alle SS-Totenkopfstandarte 3 Thüringen, uno speciale reggimento appartenente alle SS-Totenkopfverbände (Unità testa di morto) che espletavano il servizio di custodia presso i campi di concentramento (e nel suo caso, Franz venne destinato subito a Buchenwald).
Poi arrivò la guerra, desiderata e cercata per molti di quei giovani. Senza scrupoli di coscienza, sempre rigidamente ubbidiente degli ordini e senza troppe ambizioni di carriera che avrebbero potuto ‘ingelosire’ qualche superiore, venne impegnato in ruoli marginali ma senza mai deludere le attese. Promosso SS-Untersharführer (sergente) nel gennaio 1940 venne richiamato a Berlino, presso la Cancelleria del Führer ed assegnato, sebbene in qualità di ‘cuoco’, al programma eugenetico Aktion T4. Servivano ciechi esecutori, che accettassero senza farsi domande di ‘preparare’ cibi particolari da destinare ai cittadini tedeschi, che soffrivano di disturbi genetici o gravi malformazioni fisiche, per sterilizzarli forzatamente o, peggio, ucciderli direttamente.
Fece carriera ed in breve sempre come ‘cuoco’ venne trasferito in più ‘centri di morte’ del programma T4 (a Grafeneck, Sonnenstein, Hartheim e Brandeburgo). Sul finire del 1941 in Germania arrivarono le prime lamentele dai genitori dei figli ‘soppressi’ nell’Aktion T4 e Himmler ritenne di ridimensionare, per il momento, quella squadra. Così Kurt Franz, non ancora ventisettenne, venne promosso al grado di SS-Scharführer (sergente maggiore) ed assegnato al reparto logistico delle SS del lager di Buchenwald, dove svolse ancora le funzioni di cuoco sui deportati per operazioni, all’occorrenza, anche ‘particolari’. L’expertise acquisita non poteva di certo andare perduta, nell’interesse supremo del Terzo Reich.
Fu così che dopo un breve periodo in sinergia con gli italiani (dalle sinergie si impara e si insegna) che ai tempi dei gen. Roatta e Robotti - criminali di guerra - controllavano Lubiana, nell’aprile ’42 venne mandato da Himmler nel campo di sterminio di Bełżec. Serviva un ‘maestro di cucina’ e un insegnante di ’sevizie e brutalità’ per le guardie ucraine lì assegnate al lager.
In quel periodo, infatti, le SS-Totenkopfverbände precedentemente addette solo alla sorveglianza dei campi, vennero incorporate nelle Waffen-SS (le"SS” operative e combattenti) dopo un periodo di idonea ‘formazione’. E tra gli istruttori Kurt Franz aveva tutte le carte in regola per farlo. Lo fece talmente bene, usando sadismo e fanatica crudeltà, che ben presto Himmler lo volle a Treblinka, con medesimo incarico e di fatto braccio destro operativo del lagerkommandant Franz Stangl. Fu qui che Kurt Franz espresse il massimo della sua perversione e bestialità. Il suo cane Barry in fondo era un mite, era meno ‘animale’.
Nel Processo di Düsseldorf negli anni 1964-1965, il deportato Jacob Jakubowicz (vedasi “Treblinka Roll of Remembrance, su Aktion Reinhard Camps”) testimonierà che Lalke («la bambola» in lingua yiddish così Kurt Franz veniva definito dai deportati nel lager, a causa dei lineamenti infantili e forse femminili del volto) «Non poteva sedersi a tavola per far colazione o pranzo se prima non avesse ucciso almeno due ebrei». Un altro prigioniero, Henry Poswolski (vedasi ancora il diario di) Alexander Donat, “The Death Camp Treblinka” - Schocken books), 1979, p. 288) andrà anche oltre: «Un giorno l'SS Kuttner sollevò in aria un bambino e Franz lo uccise con due colpi della sua pistola.»
In quel processo alla giuria fu mostrato come prova del suo fanatismo, il suo album personale delle foto che aveva scattato nel lager. Su una fotografia dove vi era in risalto una gru a benna usata per il carico dei cadaveri sulle cataste per la cremazione, c’era a margine una frase scritta di suo pugno “Schöne Zeiten” (Bei tempi). Credetemi: in confronto Barry era meno bestia.
Nel 1988, il giornale ‘The Free Press’ di New York pubblicò una serie di articoli sui processi ai criminali nazisti. Erano passati oltre 40 anni dalla fine della guerra e oramai tutti sapevano di Chelmno, Auschwitz, Sobibor, ma una deposizione rilasciata da Kurt Franz al processo su Treblinka (nell’anno 1965) fece scalpore e scandalizzò gli animi:
«Non posso sapere quanti ebrei siano stati gassati a Treblinka. In media ogni giorno arrivava un treno. Spesso due. Ma non era così comune. A Treblinka ero comandante delle guardie ucraine così come al campo di Bełżec. A Treblinka, così come a Bełżec, questo gruppo consisteva in 16/18 uomini il cui compito consisteva nell’equipaggiare le torrette di protezione del campo. Dopo la sommossa dell’agosto del 1943 presi in mano la situazione per circa un mese, ma non ci furono ripensamenti. È stato in quel periodo che il campo è stato smantellato.»
È facile intuire come mai Himmler, dopo Franz Stangl, scelse proprio Kurt Franz per sostituirlo. Cosa aveva di meno? E quando Stangl andrà a dirigere la Risiera di San Sabba e visto che Kurt Franz era momentaneamente disoccupato, dopo la chiusura di Treblinka, lo volle ancora al suo fianco a Trieste. Tra sadici criminali – si sa – è facile andare d’accordo. E Kurt Franz e il suo cane Barry fino alla fine della guerra dettero il loro brutale contributo nella lotta antipartigiana e nelle deportazioni degli ebrei sloveni e italiani, aiutato soprattutto dai fascisti della M Tagliamento di Merico Zuccàri. Potevano mancare?
Poi arrivò l’esercito USA che lo arrestò in anticipo sugli slavi di Tito, che lo cercavano con una corda per il suo collo già pronta o forse, meglio, una foiba dedicata. Certo, se fosse stato un fascista italiano sarebbe risultato più fortunato: avrebbe goduto dell’amnistia Togliatti, forse si sarebbe buttato in politica e magari oggi avrebbe un mausoleo pagato coi fondi pubblici. In ogni caso non avrebbe pagato, al pari dei nostri comandanti dei campi di concentramento italiani di Renicci (col. Giuseppe Pistone), Civitella della Chiana (Amedeo Mascio), Roccatederighi (Alceo Ercolani), Nereto (Pasquale Di Pietro), Visco (Salvatore Bonofiglio), Gonars (Eugenio Vicedomini).
Forse l’unico a pagare il conto fu il fascistone di Rab/Arbe, il m.llo Vincenzo Cuiulli perché, dopo l’8 settembre ’43 venne preso dagli uomini di Tito (e probabilmente infoibato dopo un processo farsa) che bene sapevano quali atroci violenze aveva usato, anche contro i bambini prigionieri, talvolta legati per ore sotto il sole d‘agosto nel palo nel centro del piazzale del campo, senza acqua da bere né ombra.
Kurt Franz venne così preso dagli Alleati ma, inspiegabilmente, riuscì presto a fuggire e tornare, tranquillamente, nella sua natìa Düsseldorf, riprendendo il suo lavoro di cuoco nei principali ristoranti della città e usando sempre il proprio nome. Era un brand oramai di successo, perché non sfruttarlo? Resta da chiedersi se i clienti di quei locali conoscessero appieno le referenze di quello stellato ‘chef’.
Non è noto che fine fece il cane Barry, ma è documentato invece che Kurt Franz visse tranquillamente ed inspiegabilmente così, libero e tranquillo, per ben 14 anni e solamente nel 1959 mentre lavorava nel grande ed affermato Ristorante Schmoller, venne arrestato. Dai ‘processi minori’ di Düsseldorf dall'ottobre 1964 al 3 settembre 1965, voluti caparbiamente dal grandissimo giudice Fritz Bauer sin dai tempi di quelli di Francoforte sul Meno, uscì con una condanna di carcere a vita, avendo l’accusa provato l'omicidio diretto di almeno 139 prigionieri e come ‘complice’ nell'omicidio di almeno 300.000 ebrei.
A dire il vero l’opinione pubblica tedesca rimase sconvolta dalla sentenza, perché tutti credevano che facesse la fine di Rudolf Höß, il primo comandante di Auschwitz impiccato il 16 aprile 1947 e di Adolf Eichmann, giustiziato in Israele il 31 maggio 1962. Sui quali peraltro non furono provati ‘omicidi diretti’.
Kurt Franz si fece, comunque, solo altri 28 anni di carcere perché, nell’estate 1993, venne rilasciato per gravi problemi di salute. Sembrava che fosse in fin di vita. Invece la morte lo raggiungerà solo 5 anni dopo, il 4 luglio 1998, in una casa di riposo per anziani a Wuppertal in Germania. Aveva 84 anni.
Se qualcuno volesse ancora sapere chi fosse più animale tra Barry e il suo padrone, riprendo la descrizione di un altro deportato di Treblinka, JankielWiernik (recuperata dal suo “A Year in Treblinka” - New York, American Representation of the General Jewish Workers' Union of Poland): «Kurt era il più orribile tra tutti: non aveva rispetto per la vita altrui e torturare era per lui gioia suprema.»
Oppure la testimonianza di Jacob Eisner (sempre da Alexander Donat, “The Death Camp Treblinka” - Schocken books, 1979, p. 286):
«Un giorno Franz disse ad un internato, adesso facciamo un incontro di boxe, furono messi i guantoni al prigioniero, mentre Kurt ne indossava solo uno, alla destra. Un SS diede il via al match, Franz si aggirava intorno al giovane detenuto pretendendo una reazione e poi dal suo guanto gli fece esplodere un colpo in faccia. Il malcapitato morì sul colpo.»
Sì, ne sono convinto: il cane Barry aveva più umanità e dignità. A volte gli animali sono meno animali.
17 gennaio 2026 – 112 anni dopo la sua nascita - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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