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17 gennaio 2026
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Sanità in Calabria: Azienda Zero, una diagnosi nel nome
di Raffaele Florio

Non chiamatela fatalità. In Calabria la morte non piove dal cielo: la sanguinosa mattanza quotidiana è il frutto di scelte politiche, irresponsabilità istituzionali e la solita insipienza gestionale che qui passa per “riforma”. Da Catanzaro alla Sila, da Longobucco alle coste, da Vibo a Vibo Marina, il soccorso sanitario non è un servizio che funziona: è un’illusione di carta. Convenzioni stipulate, banchi firmati, slide patinate — e poi? Zero ambulanze che partono, postazioni chiuse, territorio abbandonato.

Il famoso 118 calabrese è diventato una barzelletta burocratica: doveva essere un sistema di emergenza-urgenza efficiente, ma così non è. Esiste “sulla carta” — come il sogno di una classe dirigente che preferisce il colore di un bollino alla vita reale dei cittadini — mentre nella realtà la gente muore in attesa di soccorsi che non arrivano mai.

AZIENDA ZERO: IL CAVALLO DI TROIA DELL'INEFFICENZA

E qui arriviamo al gran mistero: Azienda Zero. Nata come panacea di ogni male sanitario, l’ente che avrebbe dovuto accorpare competenze, snellire procedure, centralizzare e rendere omogeneo il servizio, dopo quattro anni è ancora un entità dormiente. Doveva prendere in mano il 118, chiarire le competenze e mettere ordine; invece sonnecchia, prende tempo, promette riordini, produce slide e delega ad altri le colpe. Nel frattempo, le ASP restano pietrificate, immobili.

Non è incompetenza: è un crimine. È mettere una crepa nel sistema e poi coprirla con un nastro adesivo, vantandosi di aver fatto il proprio dovere. È un funerale istituzionale a cui si arriva tardi, quando si arriva. È risparmiare sugli stipendi, sui diritti, sul futuro di infermieri, autisti, soccorritori — cioè di chi ogni giorno rischia la vita per gli altri — e sulla pelle di chi non ce la fa.

LE VITTIME NON SONO NUMERI

Antonio Sommario. Serafino Congi. Carlotta La Croce. Tre nomi, tre storie. Dietro ciascuno, la stessa ferita aperta: una chiamata al 118, un’attesa infinita, un’ambulanza lontana o non pervenuta. Non si tratta di fatalità. Sono conseguenze. Conseguenze di un disegno politico-amministrativo che ha preferito la forma alla sostanza, il protocollo alla salute, il cerchio magico al bene comune.

Se cerchiamo i responsabili di queste morti, non serve guardare lontano. La politica calabrese, la Giunta regionale, le ASP paralizzate, l’Azienda Zero in letargo. Non sono stelle cadenti: sono corresponsabili. E continuare a tacere vuol dire essere complici.

Il punto non è riformare. Non è “fare meglio”. Non è “ripensare il sistema”. Il punto è che questo sistema funziona esattamente come è stato pensato. Funziona per scaricare responsabilità, non per salvare vite. Funziona per produrre atti, non soccorsi. Funziona per garantire stipendi, non ambulanze. Funziona per consentire a tutti di dire: non toccava a me.

In Calabria non muore il paziente: viene archiviato. Archiviato tra una delibera e una conferenza stampa, tra un “è competenza di” e un “stiamo lavorando”.

E quando la barella non arriva, arriva puntuale il comunicato. Azienda Zero non è un fallimento: è un alibi.
Le ASP non sono paralizzate: sono assolte preventivamente. La Regione non è distratta: è coperta.

E allora basta ipocrisie. Qui non siamo davanti a una sanità che non ce la fa. Siamo davanti a una catena di comando che, sapendo tutto, continua come se nulla fosse.

Le morti non chiedono riforme. Chiedono una sola cosa, molto più scomoda: che qualcuno smetta di far finta di non sapere.

PS: C’è sempre qualcuno che storce il naso e dice: “Ancora la sanità? Dici sempre le stesse cose”.

È vero. Parlo sempre di sanità. E sì, dico sempre le stesse cose. Per un motivo banalissimo: le stesse cose continuano ad accadere.

Quando cambieranno i fatti, cambieranno anche le parole. Ma finché in Calabria si muore aspettando un’ambulanza, finché il 118 resta un numero e non un servizio, finché Azienda Zero resta zero e le ASP restano immobili, la cronaca non può inventarsi nulla di nuovo.

Non sono io che ripeto: è il potere che non corregge, è il sistema che marcisce. Chi si lamenta della monotonia del racconto dovrebbe chiedersi perché la tragedia va avanti sempre con lo stesso copione.

In Calabria la sanità non fa notizia perché peggiora: fa notizia perché non cambia mai.

E allora sì, continuerò a scriverne. Non per fissazione. Ma perché, a differenza di chi governa, io mi ostino a ricordare.


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