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14 gennaio 2026
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Terremoto del Belice: le azioni di Carlo Alberto dalla Chiesa e Danilo Dolci
di Viola Fiore

Fra il 14 ed il 15 gennaio del 1968 un forte terremoto sconvolse l’area del Belice in Sicilia.

Le scosse erano iniziate il giorno prima, ma le più forti si verificarono appunto nella notte fra il 14 ed il 15, fra le 2.30 e le 3.00.

La più forte di tutte, di magnitudo momento 6.1, causò le distruzioni maggiori e fu avvertita sino a Pantelleria. A Gibellina Vecchia, Montevago e Salaparuta Vecchia, venne raggiunto il decimo grado nella Scala Mercalli. Un’ultima scossa molto forte avvenne il 25 gennaio e fu il colpo di grazia per le poche mura rimaste in piedi.

In totale ci furono 16 forti scosse e, in tutto il periodo dal 14 gennaio al 1º settembre 1968, le scosse di magnitudo pari o superiore a 3 furono 81. Interi paesi furono cancellati e distrutti, i danni più gravi a Montevago, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, Menfi, Montevago, Partanna, Salaparuta, Salemi, Santa Margherita di Belice e Santa Ninfa.

Le cifre ufficiali riportano di 231 vittime e 623 feriti, ma altre fonti parlano di oltre 400 morti e più di 1.000 feriti e di 70.000 sfollati. Le popolazioni dei paesi colpiti erano composte in gran parte da anziani, donne e bambini, visto che i giovani e gli uomini erano già da tempo emigrati in cerca di lavoro.

Fra i primi a scavare, Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso dalla mafia nel 1982). Una testimonianza riporta che dopo la prima forte scossa "Dalla Chiesa si mise subito in macchina e ordinò all'autista di andare il più in fretta possibile. Una seconda scossa, ugualmente tremenda, venne registrata mezz'ora dopo, mentre il colonnello era in auto. «Ci scoppiava l'asfalto davanti agli occhi» raccontò all'inviato speciale del «Corriere della Sera» Egisto Corradi... Il mercoledì successivo il colonnello era ancora nel Belice, per coordinare i soccorsi... Le squadre comandate da Dalla Chiesa allestirono tende e cucine da campo. Il colonnello fu uno dei primi a scavare anche a mani nude a dare l'esempio." (Tratto dal libro "Dalla Chiesa. Storia del generale dei carabinieri che sconfisse il terrorismo e morì a Palermo ucciso dalla mafia" di Andrea Galli, Mondadori).

Il terremoto rivelò una parte della Sicilia dove si viveva in condizioni di povertà impressionanti, dove nelle stesse povere stanze abitavano uomini e animali. La precarietà delle condizioni, la fatiscenza e la fragilità degli edifici in tufo accelerarono o facilitarono la distruzione degli edifici.

Salvo Vitale ricordava che due anni dopo il terremoto, attraverso la sua “Radio dei Poveri Cristi” Danilo Dolci, da Partinico denunciava a tutto il mondo la situazione drammatica in cui erano costretti a vivere gli abitanti del Belice in baracche di metallo poggiate sulla terra nuda.

Il sociologo, che scelse di vivere in Sicilia, elaborò, assieme ai suoi collaboratori, un piano per la rinascita del Belice, senza che chi doveva occuparsene e finanziarlo ne tenesse alcun conto, perché in quel piano non c’era spazio per le speculazioni mafiose.

Restano nella memoria le frasi scritte sui muri dei ruderi, “La burocrazia uccide più del terremoto”, “Qui la gente è stata uccisa nelle fragili case e da chi le ha impedito di riappropriarsi della vita col lavoro”, “Governanti burocrati: si è assassini anche facendo marcire i progetti”.

Seguirono altri lunghi anni di appalti affidati a ditte spesso in odore di mafia, di promesse, di stanziamenti scomparsi tra le tasche di abili speculatori. Complessivamente, per una ricostruzione non del tutto completata, sono stati spesi ai valori attuali da 3 a 6 miliardi di euro ma ricostruendo i paesi lontane dalla aree originarie. Ancora oggi la ricostruzione non è finita.


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