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Il precedente: l'attentato a Maurizio Costanzo
di Pino Maniaci
Maurizio Costanzo doveva morire.
Indimenticabile la diretta televisiva Rai-Fininvest contro la mafia, organizzata da lui e Michele Santoro un mese dopo l'omicidio di Libero Grassi.
Impegno non gradito da Cosa nostra, che il 14 maggio 1993 tentò di ucciderlo con cento chili di tritolo.
E per pianificare l'attentato, Totò Riina inviò a Roma i suoi picciotti. Un fermo immagine del 1992 immortalò Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro, seduti fra il pubblico del teatro Parioli a Roma per studiare l'obiettivo da colpire.
L'immagine, diffusa da Repubblica, faceva parte dell'inchiesta sulle stragi al Nord - coordinata dai procuratori aggiunti di Firenze Luca Turco e Luca Tescaroli e dal pm Lorenzo Gestri - in cui erano indagati l'ex senatore Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, ormai deceduto.
Gli investigatori esaminarono migliaia di ore di filmati del Maurizio Costanzo Show, individuando i mafiosi in due serate: 13 novembre e 30 dicembre 1992.
L'autobomba per Costanzo venne fatta esplodere il 14 maggio 1993 ma l'attentato fallì e sia il conduttore che la moglie Maria De Filippi si salvarono.
Soldino è morto portandosi dietro segreti inconfessabili. Prima di lasciare la vita terrena aveva detto: "Morirò senza infamare", aggiungendo di non conoscere Giuseppe Graviano.
Lui, detto "madre natura", ad oggi rimase l'unico custode dei segreti che Riina e Denaro si sono portati nella tomba.
 
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