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Storia di un altro oleodotto
di Francesco Dall'Aglio
Proviamo a fare il punto della situazione sugli ultimi screzi diplomatici tra Ucraina da una parte, Ungheria e Slovacchia dall’altra – e Polonia, ma per ora non ce ne occupiamo – cominciando dalla questione ungherese.
Ai precedenti motivi di contrasto tra i due paesi, incentrati sulla questione delle supposte discriminazioni della minoranza ungherese in Ucraina, se ne sono recentemente aggiunti altri, molto più pratici e urgenti: gli attacchi ucraini all’oleodotto Družba (‟amicizia”) che trasporta petrolio russo all’Ungheria e alla Slovacchia.
Si tratta del tratto meridionale che rifornisce Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca: quest’ultima però ha annunciato ad aprile di avere completamente cessato le importazioni di petrolio russo tramite il Družba, e riceve petrolio dagli oleodotti TAL-IKL, che partono da Trieste dove il petrolio arriva via mare da Norvegia, Azerbaijan e Kazakistan (vale forse la pena di notare che nella Repubblica Ceca la base di arrivo del TAL-IKL è la stessa del Družba, così in caso di appianamento della situazione internazionale il petrolio russo potrà tranquillamente tornare a scorrere).
Il tratto nord del Družba va invece in Germania attraverso la Polonia, ma non trasporta petrolio russo, che Polonia e Germania non comprano più, ma petrolio che viene dal Kazakistan.
Domanda ovvia: se l’oleodotto è lo stesso come si fa a distinguere i due diversi tipi di petrolio? Vengono iniettati a intervalli, in modo che siano separati e non si mescolino tra loro: il tutto fino a Mozyr, in Bielorussia, dove la linea si divide in nord e sud e non c’è più bisogno di separare niente.
La stazione di Unecha, uno snodo di importanza fondamentale, è stata il bersaglio di due attacchi ucraini che l’hanno colpita la notte del 12/13 agosto e di nuovo la notte del 21/22, mentre il 18 è stata attaccata anche la stazione di Nikolskoe, ancora più a est. Degli attacchi del 13 e del 18, delle reazioni diplomatiche, dell’intervento di Trump nella questione si è occupato il mio amico Davide Galluzzi.
La scelta delle date non è certamente casuale. Polonia e Germania non hanno riferito di interruzioni alle forniture né lo ha fatto il Kazakistan, il che significa evidentemente che gli attacchi sono stati effettuati quando transitava il ‟blocco” di petrolio russo per Ungheria e Slovacchia, non quello kazako per la Germania. Ogni ‟blocco”, a seconda della quantità, ci mette dalle 10 alle 50 ore a passare, per cui c’è tutto il tempo; inoltre è verosimile che il trasporto prioritario sia quello verso la Germania, dato che in esso è implicato anche il Kazakistan, e che una volta riparati i danni, non gravissimi ma che comunque hanno causato l’arresto del transito, sia stata data la priorità ai ‟blocchi” che vanno a nord.
La crisi diplomatica è esplosa il 23, giorno dell’indipendenza in Ucraina. Durante la conferenza stampa, una giornalista ha chiesto a Zelensky se dopo gli attacchi al Družba e il colloqui con Trump l’Ucraina era in grado di esercitare maggiore influenza su aveva maggiore influenza su Orbán, in specie sul veto posto dall’Ungheria all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea.
Zelensky ha risposto con un gioco di parole che voleva forse essere divertente: noi abbiamo sempre sostenuto la družba (nel senso di amicizia) tra Ucraina e Ungheria, ma ora l’esistenza della družba (l’oleodotto) dipende dalla posizione dell’Ungheria. Una minaccia, insomma, e nemmeno poco velata. Così infatti l’ha presa il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó che in un tweet del 24 agosto ha scritto che Zelensky ha usato la festa nazionale ucraina per minacciare l’Ungheria, che queste intimidazioni vengono respinte in maniera ferma, che gli attacchi alla sicurezza energetica sono attacchi alla sovranità, e che una guerra con la quale l’Ungheria non ha nulla a che fare non può giustificare una violazione della sua sovranità.
Il ministro degli esteri ucraino ha risposto, sempre su Twitter, che non può dire al Presidente dell’Ucraina cosa fare o dire, perché è il Presidente dell’Ucraina e non dell’Ungheria, suggerendo poi di diversificare i rifornimenti energetici ‟come il resto d’Europa”.
Più facile a dirsi che a farsi, in realtà. L’Ungheria ha accesso a un altro oleodotto, l’Adria, che parte dalla costa croata ma il cui volume di transito è insufficiente; la Slovacchia è agganciata anch’essa all’Adria con una interconnessione in Ungheria, ma il flusso è ancora più scarso dell’Adria. Entrambi i paesi dovrebbero quindi iniziare a costruire una serie di infrastrutture per le quali sono necessari tempo e soldi – soldi che, per inciso, non pare verranno messi dall’Unione Europea, che in tutta la vicenda ha detto di non preoccuparsi perché tanto entrambi i paesi hanno riserve per alcuni mesi quindi in fondo non c’è problema.
Szijjártó ha risposto al tweet con un altro tweet nel quale ha scritto, con abbondanza di punti esclamativi, di smetterla di attaccare la loro sicurezza energetica, e che quella non è la loro guerra. Sempre il 24, il Ministro degli Esteri slovacco Jurai Blanar ha discusso col suo omologo ucraino (per telefono, non per Twitter), ricordandogli che la raffineria slovacca Slovnaft fornisce il 10% del consumo mensile di petrolio dell’Ucraina e che sono pronti a ritorsioni se gli attacchi non cesseranno.
Il 25, Orbán ha dichiarato (link 5) che l’Ucraina ha esplicitamente minacciato l’Ungheria, che queste minacce non passeranno senza conseguenze, e che l’Ungheria fa benissimo a mettere il veto all’adesione dell’Ucraina all’UE perché non la otterrà con ricatti, esplosioni e minacce.
Il 26 Szijjártó, ospite della trasmissione Harcosok órája ha detto che l’Ungheria potrebbe bloccare le forniture di elettricità all’Ungheria, che ammontano al 40% del suo fabbisogno, ma non lo faranno perché non vuole che i bambini ucraini debbano restare senza riscaldamento per colpa delle azioni ‟dell’ex-attore” Zelensky, esortando le autorità ucraine a pensarci bene la prossima volta che intendono bombardare l’oleodotto.
Poche ore fa, infine, in un altro tweet ha detto di aver parlato col viceministro dell’energia russo che gli ha detto che i rifornimenti riprenderanno oggi, e che quindi non ci sarà bisogno di usare le riserve strategiche, prendendosela con ‟alcuni politici e media ungheresi” che hanno difeso l’azione ucraina e soprattutto con la Commissione Europea, che continua a ripetere che non c’è nessun rischio per la sicurezza energetica ungherese.
Chiudiamo con due dettagli, uno surreale e l’altro no. Quello non surreale: dal Družba non dipende solo la sicurezza energetica dell’Ungheria ma anche il progetto del suo allungamento fino alla Serbia. Davide Galluzzi se ne è occupato pochi giorni fa.
Quello surreale: l’Ucraina continua ad essere regolarmente pagata per il transito del petrolio russo sul suo territorio. Il contratto scadrà nel 2029 e l’anno scorso ha fruttato circa 250 milioni di dollari. Il che spiega anche perché non hanno semplicemente fatto saltare l’oleodotto sul loro territorio.
 
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