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L'ultimo corsaro del Re
di
Rinaldo Battaglia *
Noi italiani siamo un paese davvero strano e controcorrente. A guerra finita abbiamo lasciato parlare chi doveva tacere e abbiamo parimenti messo la museruola, perché restasse muto, a chi doveva invece parlare o, peggio, urlare. Sono passati 80 anni e le cose nel frattempo sono solo peggiorate.
Nell’ultimo decennio abbiamo dedicato mausolei a criminali di guerra, dedicato vie, piazze, ex-idroscali o porticcioli a uomini del regime collusi, complici e fanatici del fascismo di Mussolini. Parimenti abbiamo nascosto, dimenticato, messo all’angolo e ridotto la loro visibilità a chi aveva sofferto le pene dei lager, affinchè uscissero di scena (e dalla vita) senza tanto disturbare o seminare memoria, in quanto la loro narrazione stonava e stona per la musica richiesta. Come quando il segretario della Lega, Salvini, in un discorso nel gennaio 2021, disse che ‘i senatori a vita non muoiono mai o troppo tardi’ riferendosi - e tutti gli altri capirono così perché lì presente - alla senatrice Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.
Oggi è il 27 agosto e ricorre l’81° anniversario della morte (a Napoli il 27 agosto 1944) di un grande militare, a cui sono state dedicate poche vie (solo qualcuna nella sua Roma) e poche onorificenze postume. Di nome faceva Carlo Feccia di Cossato ed è stato, durante la Seconda guerra mondiale, il nostro vero "asso" dei sommergibilisti, con ben 17 navi nemiche affondate. Nel suo mondo, nella Regia Marina, era soprannominato ‘il corsaro dell’Atlantico’ per il ‘bottino’ di navi vinte.
Alzi la mano – a parte i soliti addetti ai lavori - se qualcuno conosce le sue gesta o se ha visto film, documentari, servizi tv. Eppure, è stato un eroe, un patriota, termine ora ritornato di moda, quando a qualcuno fa piacere usarlo.
Mi permetto quindi di dedicare io alla sua figura alcune righe, non potendo intestargli vie o piazze a sua memoria.
Carlo Fecia di Cossato era il classico uomo ‘tutto d’un pezzo’. Di alto valore morale, stimato dai suoi uomini e collaboratori, riferimento sicuro per il suo ambiente. Se mi fosse permesso ruberei un termine che, in un epico film del 2015 Steven Spielberg usò per definire il protagonista de ‘Il Ponte delle Spie’: ‘stoikiy muzhik’. Un uomo con la sua massima dignità di uomo in quanto uomo. Eppure, da decenni quell’eroe, quel patriota risulta una nota stonata. E il silenzio assordante che lo circonda ne è una prova certa: il solito linguaggio del silenzio.
Il comandante Carlo Fecia di Cossato era nato a Roma (nel 1908) – lo dice anche il particolare cognome - da una nobile famiglia piemontese, convinta sostenitrice della monarchia dei Savoia, trasferitasi a suo tempo dopo che il Re aveva spostato la capitale da Torino. Inevitabile che prendesse la scuola militare, frequentando la prestigiosa Accademia Navale di Livorno. A 20 anni era già, col grado di guardiamarina, imbarcato sul sommergibile Bausan. Molto capace, competente e portato al comando, nel 1929 a 21 anni venne promosso sottotenente di vascello, destinato alla Cina (al Distaccamento Marina di Pechino) e imbarcato sull'incrociatore’ Libia’. Tornò in Italia solo nel 1933 e – crescendo in carriera – poco dopo spedito alla difesa del porto di Massaua nella Guerra d'Etiopia. E a seguire la Guerra di Spagna, imbarcato ora su unità sommergibili.
Prima dello scoppio della nostra guerra mondiale, eccolo e nominato capitano di corvetta e promosso al comando del sommergibile “Ciro Menotti”, dislocato a Messina nell'ambito della XXXIII Squadriglia. Ad ottobre ’40 venne trasferito alla ‘Base Betasom’ operante in Atlantico dislocata a Bordeaux ed imbarcato, dapprima, come ufficiale in seconda sul sommergibile ‘Enrico Tazzoli’ e poco dopo, il 5 aprile 1941, promosso al comando dello stesso, diretto verso l'Africa Occidentale.
E qui solo 7 giorni dopo, il 12 aprile, il primo battesimo di fuoco come comandante, attaccando due incrociatori inglesi che, colpiti, si dettero alla fuga. La prima imbarcazione affondata (l’inglese Aurillac) arrivò 3 giorni dopo. Poi a maggio un piroscafo e una petroliera norvegese, dove il comandante Carlo Fecia di Cossato si fece notare per le sue competenze specifiche, che gli comporteranno la decorazione, Il 25 maggio, con la medaglia d'argento al valor militare.
E fino all’estate ’43 altri affondamenti e altre medaglie.
E talvolta con medaglie più sull’anima che sulla divisa. Come quando nel dicembre del 1941, partecipò, partendo dal porto di Bordeaux, al salvataggio di oltre 400 naufraghi della nave tedesca Python, affondata dagli inglesi al largo delle isole di Capo Verde. Tra questi naufraghi vi erano anche i sopravvissuti di un’altra nave tedesca (l’Atlantis) affondata in precedenza e tra questi il vicecomandante di questa, Ulrich Mohr, che parlerà in futuro in maniera eroica del comandante del sommergibile ‘Enrico Tazzoli’: il corsaro Carlo Fecia di Cossato. Al ritornò verrà insignito direttamente dall'ammiraglio Dönitz con l'importante decorazione tedesca della Croce di ferro di 1ª Classe.
Qualcosa nell’anima del comandante cambiò nell’anno 1943 e non solo perché il 17 aprile passerà dal comando del ‘Tazzoli’ a quello della torpediniera ‘Aliseo’, con il grado di capitano di fregata nella IIIª Squadriglia Torpediniere. Solo un mese dopo, il 16 maggio, il suo ‘Tazzoli’ ora comandato dal capitano e amico Giuseppe Caito, partito da Bordeaux e diretto a Singapore, per cause non bene definite, affondò in mare aperto. Furono 70 gli uomini – in precedenza agli ordini di Carlo Fecia di Cossato e da questi bene conosciuti e stimati – che non fecero ritorno a casa. Questa imprevista tragedia lo colpì forse più del dovuto. Era un uomo di mare, ma soprattutto ‘un uomo’.
Moralmente riscatterà quei morti, non certo a sé imputabili, il 23 luglio 1943 quando il suo Aliseo nel Tirreno salverà i naufraghi dei piroscafi Adernò e Colleville e della torpediniera tedesca TA 11, dopo molte ore di soccorso e di caccia al sommergibile inglese Torbay che aveva silurato quelle navi. E il comandante Fecia di Cossato fu ancora così insignito di una nuova medaglia di bronzo al valor militare e di una Croce di guerra al valor militare tedesca.
E arrivò il giorno dell’armistizio: l’8 settembre 1943. L’Aliseo era allora in navigazione e arrivato al porto di Bastia, in Corsica, si rese conto della nuova situazione: Il porto era in mano ai tedeschi, ora non più alleati. il comandante Fecia di Cossato fece la sua scelta: era un uomo di mare che aveva giurato fedeltà al re e se il suo re avesse accettato l’armistizio e il cambio di fronte, avrebbe dovuto seguire il suo sovrano senza nessun dubbio.
Era un patriota, cultore della Patria in quanto Patria. Non era mai stato fascista nel senso di convinto ‘fan’ del Duce e ora proseguiva nel suo ruolo, nella nuova realtà. Era un patriota, gli altri, gli uomini di Mussolini – per lui - erano i traditori dell’Italia. E alla luce dei successivi crimini che questi faranno in collaborazione e negli interessi dei nazisti di Hitler, dopo l’8 settembre, come dargli torto.
Riuscì così in fretta ad uscire dal porto, prima che l’Aliseo venisse sequestrato dai tedeschi della Wehrmacht e a scappare nel mare aperto. Ma vedendo un’altra torpediniera italiana, che non voleva arrendersi, in difficoltà contro i nazisti, fece invertire la rotta all’Aliseo ed affrontò ben undici imbarcazioni tedesche (i cacciasommergibili UJ 2203 ex-francese Minerva e UJ 2219 ex-francese Insuma, di scorta alle motozattere armate F 366, F 387, F 459, F 612 ed F 623, la motobarca della Luftwaffe FL B. 412 ed i piroscafi armati Humanitas e Sassari, italiani ma già catturati dai tedeschi).
Non solo: dopo il combattimento, vittorioso, l’Aliseo, recuperò 25 naufraghi tedeschi ora nemici e si diresse prima a Portoferraio, dove li sbarcò, e poi a Palermo, porto controllato ovviamente dagli Alleati. E ora sotto il Regno del Sud – e quindi per conto della ‘nuova’ Italia e degli Alleati – proseguì la sua particolare attività, contro i nazifascisti.
Ma si capiva subito che quello coi nuovi ‘soci’ era un amore non corrisposto, non era amore alla pari: l’Italia di Vittorio Emanuele III era ora succube e ‘solo cobelligerante’. Accettò quindi le missioni imposte solo per rispetto del Re. Ma, nei fatti, gli Alleati non si fidavano ancora degli italiani e quindi anche del comandante Carlo Fecia di Cossato per quanto avessero sentito parlare - e spesso visto all’opera, subendole - le sue capacità militari e la sua fedeltà interiore.
Gli vennero infatti assegnate sempre missioni di serie B o di scorta ad altre navi inglesi. Le cose peggiorarono in breve. Ad aprile del ’44 quando a Cassino si moriva per liberare Roma e l’Italia, nel Regno del Sud cominciò a girare forte la voce che, malgrado la ‘cobelligeranza’ e malgrado che dal 13 ottobre 1943 l’Italia avesse dichiarato ufficialmente guerra alla Germania nazista, tutte le navi italiane sarebbero state, quanto prima, cedute agli Alleati in quanto sul campo già vincitori. Il comandante, il corsaro del Re e dell’Italia, si sentì offeso nella sua dignità di italiano e di soldato.
E da leader informò subito gli uomini della sua squadra dando ordini precisi:
«Se venisse confermato l'ordine di consegna, dovunque vi troviate lanciate tutti i vostri siluri e sparate tutti i colpi che avete a bordo contro le navi che vi stanno attorno, per rammentare agli angloamericani che gli impegni vanno rispettati; se alla fine starete ancora a galla, autoaffondatevi.»
Pochi mesi e poi andò ancora peggio. Il 18 giugno 1944 gli Alleati – diciamoci la verità – vollero la sostituzione del governo Badoglio, scelto il 25 luglio precedente dal Re, col governo di Ivanoe Bonomi, una persona saggia ed onesta ma da tempo, oltreché dichiaratamente antifascista, anche e soprattutto contro la monarchia. Bonomi non aveva mai dimenticato le gravissime responsabilità del Re al momento della consegna del potere a Mussolini, dopo la marcia su Roma, e peggio ancora quando, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e l’Aventino dei parlamentari, in un incontro ufficiale ai primi di novembre 1924, Vittorio Emanuele gli aveva chiaramente e personalmente risposto di ‘essere cieco e sordo’ e di conseguenza non poteva capire e non poteva sapere di tutte le violenze e crimini di cui il Duce e le sue camicie nere si stavano allora macchiando. Ed eravamo solo all’inizio della dittatura fascista.
Ivanoe Bonomi non aveva alcuna stima del Re e pertanto – forte del supporto alleato – al momento del prendere le redini del nuovo governo si rifiutò ufficialmente di giurare fedeltà al Sovrano. Di conseguenza gli alti comandi delle Forze Armate - e la Regia Marina tra questi – si adeguarono e fecero altrettanto. Fu nei fatti il primo passo sulla strada che porterà alla Repubblica del 2 giugno 1946. Ogni Alto Comando chiese analogo comportamento a tutti i sottoposti – eravamo sempre in guerra, mai dimenticarlo - e così fu ordinato anche a Carlo Fecia di Cossato.
Ma il 22 giugno 1944, il ‘corsaro del Re’ su precisa richiesta dell'ammiraglio Nomis di Pollone di riconoscere con giuramento di fedeltà il nuovo Governo del Sud ed uscire in pattugliamento, si rifiutò categoricamente. Non se la sentiva ‘riconoscere come legittimo un governo che non aveva prestato giuramento al Re in carica’ e coerentemente, di conseguenza, non avrebbe mai eseguito gli ordini che venivano da quel governo.
«No, signor ammiraglio, il nostro dovere è un altro. Io non riconosco come legittimo un governo che non ha prestato giuramento al Re. Pertanto, non eseguirò gli ordini che mi vengono da questo governo. L'ordine è di uscire in mare domattina al comando della torpediniera "Aliseo". Ebbene l'"Aliseo" non uscirà.»
In termini militari si chiama insubordinazione, per altri forse tradimento, per Carlo Fecia di Cossato – l’ultimo corsaro del Re – un atto di dignità personale e coerenza intellettuale. Non era un uomo per tutte le stagioni, un voltagabbana o un traditore. La sua famiglia, sin dai tempi di Carlo Alberto, aveva sempre sostenuto ed ubbidito al Re, in quanto legittimo Capo dello Stato e finchè l’Italia era un Regno e aveva quel Re, la sua coscienza non gli permetteva altre soluzioni.
Lo stesso giorno, sempre in quel 22 giugno 1944, venne fatto sbarcare dal suo ’Aliseo’, sollevato dal comando della nave, e convocato a palazzo Resta, sede del Comando, messo agli arresti nella fortezza con l'accusa di "insubordinazione".
All’alba successiva, tutti gli equipaggi che avevano avuto l’onore di seguire ed ubbidire al comandante Carlo Fecia di Cossato, alla notizia del suo umiliante arresto, protestarono vivacemente. Chi con forti tumulti, chi rifiutando di prendere il mare, chi reclamando l’immediata sua liberazione e il suo totale reintegro al comando dell’Aliseo. La vicenda ebbe un forte ed immediato clamore, tanto da preoccupare molto in Alto.
Il comandante, l’ultimo ‘corsaro del Re’, fu così liberato ma posto in licenza obbligatoria per 3 mesi, in attesa di capire come meglio gestire l’intera situazione. Decise così di fermarsi a Napoli non potendo ritornare in famiglia, in quel momento ancora in zone occupate dai nazifascisti, rifiutando qualsiasi altro incarico che – per prestigio o competenza – molti militari (anche alleati) gli offrivano. Chiese persino di esser ricevuto dal luogotenente del Regno, Umberto di Savoia, di fatto il nuovo Re vista la totale perdita di fiducia e credibilità che la condotta di Vittorio Emanuele III aveva prodotto. Voleva spiegazioni e chiarimenti sul nuovo ruolo della Corona e, parimenti, dare motivazioni sull’insubordinazione di cui era stato accusato.
Ma quell’incontro mai avvenne. Forse Umberto di Savoia – il futuro ‘Re di maggio’ – non poteva, forse non voleva. Il comandante Carlo Fecia di Cossato lo sentì come una offesa personale e alla sua ‘storia di militare’ o una mancanza di rispetto per la sua assoluta fedeltà alla Patria.
Il 21 agosto deluso, ma convinto più che mai dei propri ideali e delle proprie scelte di carriera e di vita, prese carta e penna e scrisse una lettera di addio alla madre:
«Da nove mesi ho molto pensato alla tristissima posizione morale in cui mi trovo, in seguito alla resa ignominiosa della Marina, a cui mi sono rassegnato solo perché ci è stata presentata come un ordine del Re, che ci chiedeva di fare l'enorme sacrificio del nostro onore militare per poter rimanere il baluardo della Monarchia al momento della pace. Tu conosci cosa succede ora in Italia e capisci come siamo stati indegnamente traditi e ci troviamo ad aver commesso un gesto ignobile senza alcun risultato. Da questa constatazione me ne è venuta una profonda amarezza, un disgusto per chi ci circonda e, quello che più conta, un profondo disprezzo per me stesso. Da mesi, mamma, rimugino su questi fatti e non riesco a trovare una via d'uscita, uno scopo nella mia vita. Da mesi penso ai miei marinai del Tazzoli che sono onorevolmente in fondo al mare e penso che il mio posto è con loro. Spero, mamma, che mi capirai e che anche nell'immenso dolore che ti darà la notizia della mia fine ingloriosa, saprai capire la nobiltà dei motivi che mi hanno guidato. Tu credi in Dio, ma se c 'è un Dio, non è possibile che non apprezzi i miei sentimenti che sono sempre stati puri e la mia rivolta contro la bassezza dell'ora. Per questo, mamma, credo che ci rivedremo un giorno. Abbraccia papà e le sorelle e a te, Mamma, tutto il mio affetto profondo e immutato. In questo momento mi sento vicino a tutti voi e sono sicuro che non mi condannerete. Carlo».
Solo 6 giorni dopo, il 27 agosto 1944, con un colpo di pistola alla tempia si uccise. Il mese dopo avrebbe compiuto 36 anni.
Noi italiani siamo un paese davvero strano e controcorrente. Siamo talmente campioni di incoerenza, di scambi di partito, di cambio di casacche, che, quando ci troviamo di fronte una persona coerente ed onesta con sé stessa e coi propri ideali, scappiamo via. La lasciamo scomparire, la nascondiamo tra gli angoli bui della Storia, perché parlarne ci dà fastidio, rompe la monotonia del nostro essere ‘frasche al vento’. Abbiamo politici da 4 soldi o da 49 milioni che fino al 24 febbraio 2022 osannavano Putin (“Grandissimo Putin, magari averne uno in Italia”, Maurizio Gaspari 2017 – “Due Mattarella non valgono mezzo Putin”, Matteo Salvini 2018 - “Putin è una persona sensibile, di sentimenti profondi, è un vero guerriero della democrazia e della libertà”, Silvio Berlusconi 2015 – ‘Per la pace mondiale meno male che c’è Putin’, Alessandro Di Battista 2019 - ‘Complimenti al Presidente Putin, la volontà del popolo in queste elezioni appare inequivocabile”. “La Russia difende l’identità cristiana”, Giorgia Meloni 2018 e 2021) e ora scappano quando qualcuno a loro lo ricorda. O si offendono al ‘no respect for you’ detto però da altri all’estero, come il sindaco polacco di Przemsyl il 7 marzo 2022.
Siamo capaci di dedicare vie, piazze a razzisti ed antisemiti come Giorgio Almirante, mausolei a criminali di guerra come Rodolfo Graziani, ex-idroscali ad Italo Balbo, il porto di Nervi a Luigi Ferraro uomo della X Mas di Junio Valerio Borghese.
Ma dimentichiamo un uomo che è stato patriota e coerente con sé stesso e con gli ideali della Patria, che non voleva fosse svenduta agli stranieri, sebbene liberatori dopo la catastrofe fascista. Era un monarchico ma sono convinto che – dopo di certo aver lottato per il Re nel referendum del 2 giugno 1946 - al risultato democratico della Repubblica si sarebbe dedicato, con assoluta fedeltà ed onestà intellettuale, per la nuova Italia.
Ma non era stato dopo l’8 settembre ‘43 ancora fascista (e quindi ora non di moda nelle cariche di governo e nelle loro personali narrazioni modificate) ed era monarchico, quindi non di moda per la Storia della nostra Repubblica. Un cane sciolto, un corsaro.
Ma era un uomo, ‘stoikiy muzhik’, un uomo tutto d’un pezzo, un uomo con la sua massima dignità di uomo in quanto uomo. Molti nostri politici attuali – troppi di certo - non valgono mezzo comandante Carlo Fecia di Cossato, l’ultimo corsaro del re.
Averne avuti, avercene ancora.
27 agosto 2025 – 81 anni dopo la sua morte dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Seconda Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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