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24 giugno 2025
tutti gli speciali

Gli occhi chiusi di Aurora
di Rinaldo Battaglia *

“Qui
vivono per sempre
gli occhi che furono chiusi alla luce
perché tutti
li avessero aperti
per sempre
alla luce”.

È una delle ultime poesie scritte da Giuseppe Ungaretti prima di morire, il 1° giugno 1970, ed è una sua dedica personale “per i morti della Resistenza”, da cui il titolo.

Pochi giorni dopo – il 25 giugno - una bambina della pianura bolognese avrebbe compiuto il suo 35° anno di vita. E chissà come lo avrebbe festeggiato con il marito, coi figli, i parenti più stretti e cari. Avrebbe, avrebbe. Perché non successe nulla di tutto questo.

Quella bambina aveva vissuto solo 9 anni e la sua vita si fermò in un giorno di primavera a casa dei nonni materni, a San Giorgio di Piano. Era la sera del 21 aprile 1945, coi nazisti in fuga disperata e gli alleati e i partigiani in arrivo a regolare i conti dopo anni di violenze inaccettabili, ingiustizie assurde, dittatura assassina e tremenda, oltre ogni logica, oltre ogni pudore. La Storia presentava la sua verità e la sua condanna, perché ogni crimine diventa boomerang e prima o poi colpisce chi ha vissuto e goduto del male commesso su altri.

Quella bambina mai cresciuta si chiamava Aurora, Aurora Battaglia per la precisione.

In quel 21 aprile 1945 San Giorgio di Piano fu continuamente attraversato da truppe tedesche che ripiegavano verso nord: un via-vai di carri armati e automezzi, alcuni persino trainati da cavalli. Avevano invaso mezza Europa, in pompa magna, coi panzer per la gloria del Fuhrer sei anni prima, ora bastava molto meno. In quella giornata i nazifascisti avevano perso, per sempre, anche la città di Bologna e nella fuga verso Ferrara, verso il Po, ogni paese, borgo o casa che incontravano divenne oggetto di saccheggio e morte. Cercavano di scappare, sicuri che, se fossero stati presi, avrebbero fatto la fine del topo.

E quando alla vergogna della sconfitta, impensabile nel gergo nazista, si aggiunge la paura della inevitabile vendetta in arrivo, anche l’ultimo residuo di umanità scompare e ti trasforma in una bestia, anzi peggio della bestia, peggio del peggiore degli animali. Chi parla bene chiama questi crimini come le stragi “dell’ultimo giorno”. Come se fosse l’ultima sigaretta del condannato a morte prima di salire sul patibolo.

Verso le 20:00, quel giorno, sulla strada che conduce a Porta Capuana, sempre a San Giorgio di Piano, un vecchietto, Ernesto Melotti, venne ucciso da una S.S. con una pugnalata. Aveva cercato di fermare il rapimento del nipotino, prima che questi fosse costretto a seguire con la madre – moglie del figlio, prigioniero come IMI nei lager di Germania - un soldato tedesco con cui questa aveva avuto ora una relazione. Storie di guerra, storie di vite distrutte. E nipotino e nuora furono presenti alla tremenda scena.

A qualche chilometro più avanti, nella notte, un gruppo di 4 nazisti, forse mezzi ubriachi, forse lontani dalle altre truppe, forse perdutisi perché inseguiti dai partigiani della zona, videro una casa colonica in lontananza. Era una casa di mezzadri, la famiglia Dardi, dove si erano rifugiati negli ultimi mesi anche altre famiglie, tra cui la figlia Maria coi nipotini Aurora e Luciano di 4 anni, sfollati anch’essi dalla pianura bolognese. Il genero invece era ancora in guerra, probabilmente prigioniero chissà dove.

I tedeschi entrarono con violenza in casa, avevano fame e volevano, oltre che da mangiare, anche delle biciclette per scappare più in fretta. Altro non c’era. Erano arrivati in pompa magna coi panzer per salvare il Duce due anni prima, ora bastava molto meno.

Ma alcuni uomini, contadini dei poderi vicini o forse partigiani della zona (delle formazioni “SAP” della Resistenza) – non fu mai accertato chi fossero con esattezza - sentirono le grida spaventose di quella casa ed intervennero prontamente. In altri casi, non si era riusciti a difendere e salvare altre abitazioni e altre famiglie sempre in quel giorno, ma qui fu diverso. Iniziarono gli spari, tre tedeschi riuscirono a fuggire colpendo a più non posso, ma il quarto ci rimise la vita.

Nella fuga i nazisti reincontrarono i loro commilitoni e assieme decisero di ritornare in quella casa, ora in numero ben maggiore. Volevano vendicare la sorte del loro compagno, che speravano fosse ancora vivo. Ma resisi conto di che fine aveva fatto – il corpo era stato portato via dagli uomini prima intervenuti, convinti che tutto fosse finito, probabilmente per non lasciare tracce e scagionare la famiglia contadina – ritornarono ad essere i nazisti che nel bolognese e nell’Emilia tutti avevano conosciuto. Quelli di Marzabotto, di Monte Sole, delle mille stragi, quelli soci dei fascisti del Duce. Saranno ben 1.979 i morti civili – uccisi ‘senza armi in pugno’ come dicono gli storici – dopo l’8 settembre 1943 solamente in provincia di Bologna e di questi 243 erano bambini sotto i 12 anni. Uccisi dai nazisti e dai fascisti.

Una vergogna, un crimine.

I tedeschi presero tutti coloro che trovarono in quella casa, quasi tutti ancora a letto: donne, vecchi e i bambini. I mariti di quelle donne e i padri di quei bambini erano in guerra, lontani, troppo lontani. Furono tutti allineati contro i muri sull’aia per essere fucilati. Chissà cosa avrà pensato mamma Maria con vicino i suoi cuccioli, Aurora e Luciano, proprio ora che si stava vedendo all’orizzonte la luce della liberazione.

Furono 10 quelli messi al muro. Si salveranno, sebbene feriti e probabilmente creduti morti, solo una donna lì sfollata (Amedea Tartarini) e il piccolo Luciano, forse salvato dal corpo della madre (di 37 anni) e della sorellina Aurora. A chiudere gli occhi per sempre, oltre a Maria Dardi e la piccola figlia, anche la famiglia Benfenati: il padre Luigi, la moglie Clementa Tugnoli (64 anni) e i loro due figli Armando e Adele. Lo stesso anche per Luigia Silvagni (44 anni) e sua figlia diciottenne Iolanda Gruppioni.

Otto massacrati per rappresaglia, per vendicare la morte di un altro nazista. Il piccolo Luciano venne poi soccorso da Claudio Gruppioni, arrivato inutilmente, sentiti gli spari, per cercare di salvare la madre e la sorella Iolanda e richiamato dal pianto di quel bambino. Chissà che vita avrà avuto Luciano e quanto dolore sarà passato nei suoi occhi. Meglio neanche saperlo.

Il terrore nazista ‘dell’ultimo giorno’ proseguì ulteriormente nella notte. Come nella frazione di Cinquanta, dove oltre alla violenza tedesca arrivarono anche le bombe alleate, che cercavano di colpire i nemici in fuga. Anche qui violenze inutili con saccheggi di negozi, furti, bestiame rubato o ucciso solo per il gusto di uccidere. Ci lasciarono la vita anche due contadini, uno di Cinquanta (Mario Garuti) e l’altro di Gherghenzano (Giancarlo Reggiani) colpevoli di trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Qui in quest’ultimo paese venne pure ferita gravemente una ragazza, Romana Vignoli, che morirà due giorni dopo, malgrado le cure poi ricevute.

Il giorno dopo lo stesso copione, altri paesi e altri vandalismi commessi dai nazisti, talvolta accompagnati anche dai nostri fascisti, in fuga disperata anche loro per non esser presi e puniti dai partigiani.

Poi in zona verso le 10.00 del mattino arrivarono i partigiani, due gruppi di SAP, e si scontrarono con i tedeschi, da una parte sul podere Sarti (lungo la strada che conduce ad Argelato) e dall’altra presso il rustico, al di qua dello scolo Riolo, alla Scodellara, dove numerosi fuggitivi si erano asserragliati come fosse un ultimo disperato caposaldo. Negli scontri moriranno due partigiani: Francesco Lentini, un siciliano di diciassette anni ed Enzo Pironi, poco più che ventenne.

L’attacco successivo nel pomeriggio costò altri sei feriti (Raffaele Sabattini, Dino Cesari, Luigi Cussini, Lino Lipparini, Sergio Mazzoni) e un ragazzo, «al Pasturen» Mario Marchi, un piccolo pastore che, sebbene fosse rimasto ferito alla rotula di un ginocchio, continuò imperterrito a portare le munizioni per le mitragliatrici. Prima di sera di quel 22 aprile altri due partigiani di San Giorgio di Piano, rastrellati dai nazifascisti alcuni giorni prima e incarcerati a San Giovanni in Persiceto, furono fucilati, assieme ad altri due in località Cavezzo (Adelio Cacciari e Luigi Catalucci).

Poi, poi è altra Storia, forse già più conosciuta, con la Liberazione del nostro Paese e la sconfitta e la resa nazifascista. Ma troppe persone, troppi innocenti furono uccisi per permetterci una vita migliore e più libera. Troppi occhi furono chiusi alla luce, perché altri potessero averli dopo ancora aperti. E tra questi anche gli occhi chiusi di Aurora, uccisa a 9 anni assieme alla madre Maria e forse col suo corpo permise di salvare il fratellino di 5 anni più piccolo.

La Storia della Liberazione è fatta di lotta e di morte, anche di bambini. Gli storici durante la Resistenza li hanno quantificati in almeno 4.383 di età inferiore ai 12 anni. Purtroppo, gli occhi chiusi di Aurora non furono gli unici.

Anche in questo 25 Aprile ho sentito discorsi strani, con politici che non si dichiarano ‘antifascisti’ senza capire che il fascismo e l’antifascismo sono come una porta: o è aperta o è chiusa. O di qua o di là. Non ci possono essere vie di mezzo. Solo due anni fa (30 aprile 2023) l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, in una nota trasmissione televisiva dichiarò, oltre a ritenersi “non antifascista”, che “il 30% degli italiani la pensa così, secondo i sondaggi “. Non ho elementi per verificare o meno quei sondaggi e poco mi cambia, ma quando sento queste voci non riesco a non pensare alla vita perduta di Aurora in quella sera di tardo aprile e ai suoi occhi prematuramente chiusi per sempre.

Mi lega molto ad Aurora e non solo per il cognome. Più di quanto si possa pensare. E personalmente mi sento, verso i suoi occhi, molto in debito. Sì, io sono molto debitore. E mi 'vergogno dentro' a pensare che molti politici oggi esaltino e parteggino per chi allora erano assieme ai suoi assassini. E non solo, non solo: “il 30% degli italiani la pensa così, secondo i sondaggi “.

25 giugno 2025 –Aurora avrebbe compiuto 90 anni. Avrebbe, avrebbe….–

Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Seconda Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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