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Dal letame nascono i fiori
di
Rinaldo Battaglia *
Il 18 febbraio 1944 avvenne il ‘grande reclutamento obbligatorio’ per la Repubblica di Salò.
Dopo l'8 settembre 1943 e soprattutto dopo la nascita della RSI con l’accordo di Mussolini col Fuhrer a Monaco del 23 settembre ’43, il problema principale del 'nuovo' regime fascista risultava la ricostituzione di un esercito ‘nazionale’ in grado di combattere al fianco dei nazisti contro gli Alleati.
Il Duce nominò così subito, come Capo dell’esercito e nuovo Ministro della Difesa Nazionale, il gen. Rodolfo Graziani: a lui spettava ora anche il compito di costituire un esercito regolare e di reclutare i giovani con la leva obbligatoria.
La prima campagna di reclutamento, con il bando del 9 ottobre 1943, fu come prevedibile un evidente insuccesso. Un fallimento senza se e senza ma. Troppo in fretta, troppo impreparata.
La svolta doveva avvenire, dopo idonea preparazione anche di propaganda, con la ‘chiamata’ successiva: quella appunto del 18 febbraio 1944. La cosiddetta leva del ‘Bando Graziani’ che prevedeva la pena di morte per tutti coloro che non si fossero presentati alla chiamata alle armi. E con ovvie conseguenze, nel caso di renitenza, sulle loro famiglie.
Ma fu ancora e più di prima un altro fallimento.
Maggiore, più pesante ed evidente ancora del primo.
Entro il termine massimo previsto, di fine marzo 1944, solo 20.000 nuove reclute erano state inviate in Germania per l'addestramento dalla scuola nazista. Hitler così aveva voluto e Mussolini così aveva accettato.
20.000: poco, o se volete, nulla. Un disastro per il Duce. Un qualcosa tra il niente ed il nulla, di poco valore per la prevista repressione antipartigiana, che Mussolini avrebbe voluto fare in totale autonomia dai nazisti. Anche per recuperare prestigio verso il socio e padrone di Berlino.
I giovani renitenti alla leva (erano stati chiamati fino all’anno di nascita 1925, poi si arriverà fino al 30 giugno 1926) non solo si nascosero - anche per non cadere ‘reclutati’ dall'Organizzazione Todt e da altri organismi tedeschi - ma in gran parte andarono solo ad ingrossare le fila dei partigiani.
In Emilia – ad esempio, nella regione natale del Duce - solo 1.656 su 9.188 giovani risposero alla chiamata di Graziani.
Il 25 aprile 1944 - una strana coincidenza, vero? - la RSI fu così costretta a lanciare un ‘proclama di amnistia per gli sbandati e i renitenti’: sarebbero stati perdonati se si fossero presentati entro un mese. Nel caso contrario invece ci sarebbe stata la fucilazione per loro e per chi li avesse ospitati o protetti oltre quella data. Ivi compresi i loro famigliari.
Mussolini non sarà da meno: il 28 ottobre 1944, in occasione del 22° anniversario della Marcia su Roma, reitererà il "bando del 25 aprile 1944” di Graziani sia nel lato favorevole (perdono) che negativo (fucilazione). E a più riprese se ne vanterà coi suoi.
Ma l’Italia dei giovani (erano reclutati tutti i nati dalla classe 1924 in poi) aveva fatto la sua scelta. Ed era una scelta contro il fascismo e contro Mussolini. Anche la minaccia della fucilazione non portava più contributi, anzi.
Tutti i fascisti – richiamati direttamente dal Duce – furono così impegnati nell’azione di reclutamento e lotta contro i renitenti. E ogni federale e ogni camicia nera cercò – anche talvolta in competizione tra loro - di soddisfare l’esigenza: prima con le ‘buone’ e subito dopo con le ‘cattive’.
Dalle mie parti il federale Giovanni Caneva - nel vicentino - usò le maniere forti, caratteristiche tipiche della violenza fascista prima e dopo l’8 settembre 1943. Ma anche altri, oggi onorati anche con vie o piazze a loro dedicati. Come l’innominabile Giorgio Almirante, quello che nei suoi articoli (in particolare quello del 5 maggio 1942) su ‘La Difesa della Razza’, organo ufficiale fascista, scriveva parole vergognose e indegne di un paese civile invitando gli italiani, con delazioni e segnalazioni a spedire quanti più ebrei possibile verso Auschwitz. Il 17 novembre ‘43 del resto Almirante era stato uno dei fautori della ‘Carta di Verona’ ossia il congresso fondativo della Repubblica di Salò.
Ma non solo: il 30 aprile 1944, venne nominato dal Duce 'capo-gabinetto' del ministero della cultura popolare presieduto da Fernando Mezzasoma, ossia di fatto il 'Goebbles italiano', operativo anche e in particolare nella zona di Grosseto, a quel tempo – con gli Alleati in arrivo verso Roma - molto ‘calda’, se non caldissima. Era l'uomo forte del regime in zona.
Due settimane dopo – il 17 maggio – padrone del nuovo ruolo e ‘status’ non fece mancare nuovi ordini e nuove esigenze operative.
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«PREFETTURA DI GROSSETO
UFFICIO DI P. S. IN PAGANICO
COMUNICATO
"Alle ore 24 del 25 maggio scade il termine stabilito per la presentazione ai posti militari e di Polizia Italiani e Tedeschi, degli sbandati ed appartenenti a bande. Entro le ore 24 del 25 maggio gli sbandati che si presenteranno isolatamente consegnando le armi di cui sono eventualmente in possesso non saranno sottoposti a procedimenti penali e nessuna sanzione sarà presa a loro carico secondo quanto è previsto dal decreto del 18 Aprile. I gruppi di sbandati qualunque ne sia il numero dovranno inviare presso i comandi militari di Polizia Italiani e Tedeschi un proprio incaricato per prendere accordi per la presentazione dell'intero gruppo e per la consegna delle armi. Anche gli appartenenti a questi gruppi non saranno sottoposti ad alcun processo penale e sanzioni. Gli sbandati e gli appartenenti alle bande dovranno presentarsi a tutti i posti militari e di Polizia Italiani e Germanici entro le ore 24 del 25 maggio. Tutti coloro che non si saranno presentati saranno considerati fuori legge e passati per le armi mediante fucilazione nella schiena. Vi preghiamo curare immediatamente affinché testo venga affisso in tutti i Comuni vostra Provincia."
p. il Ministro Mezzasoma - Capo Gabinetto
GIORGIO ALMIRANTE
Dalla Prefettura 17 maggio 1944 – XXII»
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Fu chiamato in zona come ‘il manifesto della morte’ e fu appeso sui muri delle case dei vari paesi e paesetti del grossetano. E non solo. Neanche un mese dopo, in questo scenario e in questo clima, si arrivò al massacro di Niccioleta, in cui tra il 13 ed il 14 giugno 1944 i nazi-fascisti massacrarono 83 persone tra Niccioleta, frazione del comune di Massa Marittima, e Castelnuovo Val di Cecina.
Il 13 giugno 1944, il 3. Polizei-Freiwilligen-Bataillon Italien, un reparto di polizia militare - composto da ufficiali in prevalenza tedeschi ma nella truppa soldati quasi totalmente (se non totalmente) italiani repubblichini di Salò (non a caso ‘Bataillon Italien’) molti ‘reclutati’ da poco - giunse a Niccioleta per punire i suoi abitanti che, come in molte zone del grossetano – per non dire dappertutto - avevano rifiutato di presentarsi ai posti di polizia fascisti e tedeschi di Massa Marittima. Proprio quale conseguenza anche ed in virtù del manifesto firmato dallo stesso Giorgio Almirante.
Un ordine preciso dal responsabile della zona. A comandare il ‘Bataillon Italien era il sottotenente Emil Block. Tra gli italiani fedeli al Duce verranno bene individuati almeno 20 uomini, tra cui Pasquale Calabrò e Aurelio Nucciotti, fascisti di Niccioleta stessa, alcuni di Grosseto città (Giuseppe Petro) o delle vicinanze (Luigi Picchianti di Porto Santo Stefano). Molti altri di Firenze (Alberto Bianchi) o Pisa (Dino Tosi).
L’azione iniziò presto quel 13 giugno: circondarono il paese e rastrellarono tutti gli uomini, quasi tutti minatori, concentrandoli davanti al dopolavoro. Per far capire il messaggio fucilarono subito sei di loro (Ettore Sergentoni, con i figli Aldo e Alizzardo, Rinaldo Baffetti, Bruno Barabissi e Antimo Ghigi), nel piccolo cortile dietro il forno della dispensa, largo non più di tre metri.
Dovevano essere 7, a dire il vero, ma un minatore (Giovanni Gai) riuscì a fuggire nella macchia, grazie ad un attimo di distrazione di un fascista che si stava arrotolando una sigaretta. I 7 minatori erano stati trovati – si dice - in possesso di armi e altri oggetti compromettenti (un fazzoletto rosso, un lasciapassare partigiano). Per gli altri il destino non fu molto diverso, almeno in buona parte. Dopo averne liberati alcuni, un paio di molto anziani, i nazifascisti trasferirono verso sera tutti gli altri (circa 150 uomini) nella vicina Castelnuovo Val di Cecina (Pisa), da dove il battaglione era partito all’alba, imprigionandoli nel locale adibito prima a cinema.
Nel frattempo, venne decisa la loro sorte: i più giovani (21 ragazzi) vennero spediti a Firenze e da lì deportati nei lager in Germania (ma 4 di loro riuscirono a fuggire prima di arrivare a Firenze), i più anziani (circa 50 persone) furono lasciati liberi di ritornare a casa. Per i rimanenti (che probabilmente erano inseriti in una lista in mano già da prima agli ufficiali) decisero di passarli per le armi.
Quella stessa notte – quella tra il 13 e il 14 - mentre gli uomini di Niccioleta continuavano a rimanere rinchiusi nel cinema, i nazisti fucilarono nei pressi di Castelnuovo Val di Cecina un altro gruppo di partigiani, noti come la "banda di Ariano" (Vittorio Vargiu, Franco Stucchi Prinetti, Francesco Piredda e Gianluca Spinola, attivi nella zona di Volterra) che da mesi impegnavano e non poco i fascisti e i nazisti di zona. Non erano collegati ai minatori, ma l’eccidio non favorì il clima del momento.
A tarda sera del 14 giugno – forse dopo aver avuto ordini dall’alto o forse chissà perché un giorno dopo e non la stessa sera o l’alba prima – altri 77 minatori vennero uccisi davanti alle mitragliatrici sulla strada per Larderello, nei pressi della centrale elettrica.
Saranno solo di minatori, padri di famiglia e lavoratori, 83 quindi le vittime. 83 vittime massacrate da uomini del fascio nel momento in cui l’uomo forte del fascio era proprio lui, Giorgio Almirante.
Da anni, alcuni dei discendenti dei ‘figli della lupa’, anche a livello di leader di partito, insistono fortemente per dedicare vie o piazze a Giorgio Almirante. A Roma, e di recente anche nel Comune di Alessandria, ci sono proposte allo stato avanzato. Già gli risultano vie dedicate in Sud Italia, come a Carini, Mazzara del Vallo, Castellamare del Golfo, Castelvetrano, persino dal 2016 a Noventa Vicentina, nella mia bella terra vicentina.
Resta da chiedersi se chi propone o ha proposto quelle dediche cosa conosca della sorte dei minatori di Niccioleta, uccisi una prima volta nel giugno 1944 e una seconda volta col silenzio ipocrita, che da sempre nasconde quel crimine. O di tutti gli uccisi perché renitenti alla ‘leva Graziani’, ivi compresi i deportati nei lager nazisti sempre perché renitenti.
“I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo” scrisse un giorno il grande storico Aldous Leonard Huxley e scrisse bene. Di solito il 18 febbraio è sempre stagione fredda, non nascono fiori: quello succede ad aprile inoltrato. Ma in quell’inverno gelido del 1944 fu molto diverso: il 18 febbraio partirono le prime radici e i risultati sbocciarono e furono ben visibili il 25 aprile dell’anno successivo.
Aveva ragione Fabrizio De André: talvolta dal letame nascono i fiori. In quel 18 febbraio 1944 la primavera arrivò in anticipo e divenne forte, inarrestabile, degna della massima luce del sole.
Anche se – anche dopo 80/81 anni - da noi non tutti se ne sono resi conto.
“I fatti non cessano di esistere solo perché noi li ignoriamo”.
Anche quando la primavera arriva in anticipo.
“Dal letame nascono i fiori” e anche dal letame del Generale Rodolfo Graziani e da quello del Capo-Gabinetto Giorgio Almirante è poi germogliata la primavera del 25 aprile 1945.
E' la Storia a dirlo, il resto è propaganda o meglio solo immondizia, forse proprio letame.
18 febbraio 2025 - 81 anni dopo - Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Prima Parte” - Amazon – 2024
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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