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04 ottobre 2024
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I disubbidienti d'Albania
di Rinaldo Battaglia *

“La guerra è essere una marionetta nelle mani dei burattinai che non ti conoscono, non ti apprezzano, non vali nulla, ti ignorano”.

Sono parole di Melania Gaia Mazzucco, a cui mi permetto ignobilmente di aggiungere un’altra riga: “che fanno pagare a te il conto per i crimini da loro cercati, provocati, voluti.”

Ci sono mille esempi, esempi correnti ed esempi passati, a totale conferma. Basta oggi guardare ad est dove in Ucraina si muore e ci uccide da ben oltre due anni. O nel Medio Oriente dove fra tre giorni ci sarà il triste 1° anniversario dell’attacco di Hamas ai kibbutz israeliani, con tutte le conseguenze successive.

Oggi è il 4 di ottobre e vi racconto una vicenda tragica il cui apice si concluse come oggi 81 anni fa, perfettamente coerente con quanto prima detto. Avvenne nell’Albania da noi occupata.

Come non-noto, proseguendo la sua guerra al mondo, non contento di aver schiavizzato gli italiani, Mussolini, uno dei più grandi guerrafondai mai esistiti, il 7 aprile 1939 invase quel paese e, usando il massimo della violenza sulla popolazione locale, la trasformò in una ‘colonia’ italiana. Dando il potere assoluto ad un suo uomo di fiducia, squadrista sin dalle prime ore, il fascistone Giuseppe Bottai. Tutto rientrava nel piano della nuova grande guerra e neanche 50 giorni dopo, il 22 maggio 1939, il Duce col Fuhrer firmò il Patto d’Acciaio con vincoli e conseguenze precise, in caso di rese o armistizi separati e non condivisi. Poi, con l’invasione della Grecia del 28 ottobre ’40, fu un susseguirsi di crimini e tragedie per gli albanesi, per frenare l’inevitabile resistenza contro gli oppressori, cioè noi.

Per esser chiari e riprendendo dati e documenti del grande storico Davide Conti (in ‘L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della «brava gente» 1940-1943 - ed. Odradek – 2008) gli albanesi nel periodo di Mussolini ‘39-’43 pagarono con «28.000 morti, 12.600 feriti, 43.000 deportati ed internati nei campi di concentramento, 61.000 abitazioni incendiate, 850 villaggi distrutti, 100.000 bestie razziate, centinaia di migliaia di alberi da frutto distrutti.» Se pensiamo che, a quel tempo, l’Albania aveva neanche 2 milioni di abitanti e su un’area grande come il mio Veneto esistevano ben 7 campi di concentramento fascisti (Kukes, Klos, Kavaje, German, Scutari, Vermoshi e Porto Romano-Durazzo), è comprensibile capire l’astio verso di noi alla sera dell’8 settembre 1943.

Quel giorno era ancora presente nell’aria il fumo dei massacri nella regione di Mallakasha, dove il nostro gen. Alessandro Pirzio Biroli – pupillo del Duce e onorato persino dal Fuhrer con tanto di medaglia della Gran Croce dell’Aquila tedesca - il 14 luglio 1943 aveva raso al suolo almeno 80 villaggi, causando la morte di imprecisate centinaia di civili. Passerà, nella storia del paese invaso, come la “Marzabotto albanese”. Neanche due mesi dopo a pagare il conto saranno le nostre truppe e, già dalla sera dell’8 settembre 1943, la situazione divenne per noi subito un inferno.

I grandi generali fascisti, Pirzio Biroli in testa, trovarono opportuno scappare (ritornerà vivo a Roma solo il 3 ottobre), lasciando senza ordini e senza speranze i soldati e gli ufficiali lì presenti. Senza tante speranze perché i nazisti ora erano diventati ‘il nemico numero uno’ a contendersi il ruolo con i nemici di prima, gli albanesi. Furiosi, vendicativi e desiderosi di farsi giustizia in nome di quanto prima subito e sofferto. Come erano i nazisti altrettanto furiosi, vendicativi e desiderosi di farsi giustizia in nome del nostro ‘tradimento’ del Patto d’Acciaio.

Fortuna volle che non tutti i nostri comandanti, anche in Albania, fossero come il Gen. Alessandro Pirzio Biroli, ma che tra gli Alti Ufficiali figurassero anche persone per bene, legati ai propri uomini e ai valori della Patria ben prima che Mussolini fondasse il partito fascista. Di certo il Generale di divisione Ernesto Chiminello era di questa pasta. Pensate: fino al 30 giugno 1943 era stato al comando della 33ª Divisione fanteria "Acqui", di stanza a Cefalonia, poi massacrata dopo l’8 settembre. Con la sua promozione dal 15 agosto fu nominato dal Capo di Stato Maggiore, Generale Vittorio Ambrosio – uomo di Mussolini poi mantenuto lì, al suo posto, anche da Badoglio - comandante della 151ª Divisione fanteria "Perugia" di stanza ad Argirocastro, nell’Albania centro meridionale.

Il Gen. Chiminello era nato militare: credeva nel concetto di Patria, nella responsabilità del comando, nel dialogo coi suoi subordinati, nel valore dei soldati in quanto ‘uomini’. È tutto il suo curriculum vitae lo confermava. Si era arruolato volontario a 18 anni, nel lontano 1908, poi le prime promozioni e le prime guerre. Nel 1913 combatteva in Libia col grado di tenente. Poi altre guerre e altre promozioni. Con il 1915 eccolo capitano, con la guerra successiva, pochi giorni dopo il 10 giugno 1940 promosso, non ancora cinquantenne, al grado di generale di brigata. Mesi dopo sarà inviato nella famosa campagna di Grecia, a ‘rompere le reni’ a quel paese.

E sarà qui ad Argirocastro che lo sorprese l’armistizio di Badoglio, con la sua divisione inquadrata nel 4ª Corpo d'armata del generale Carlo Spatocco. E immediatamente si mise in contatto col suo diretto superiore, non fuggito con la coda tra le gambe (anzi, questi, sarà preso prigioniero 13 giorni dopo dai nazisti e deportato subito nel lager 64Z di Schokken, dove prima che arrivasse l’Armata Rossa, il 28 gennaio 1945 sarà ucciso dalle S.S.). Si mise in contatto e poi condivise coi suoi generali il rifiuto di proseguire la guerra coi tedeschi e di rispettare le scelte del suo Re e del suo Governo.

E così fu, pur lasciando dialogo e libera scelta ai suoi sottoposti.

Ma – a dire il vero - dell’intera Armata di stanza in Albania quasi nessuno preferì continuare col fascismo, col Duce e con i loro soci e padroni di Berlino. A parte qualcuno di importante: il Comandante ‘numero 1’ della 9ª Armata medesima e quindi il diretto superiore del Gen. Carlo Spatocco e, a cascata, del nostro Gen. Ernesto Chiminello.

Mi riferisco al Gen. Lorenzo Dalmazzo che, anch’egli preso prigioniero dai nazisti il 25 settembre e deportato in Germania, a differenza di 700.000 IMI accetterà subito di ritornare sotto il Duce e sotto il Fuhrer e combattere per loro. Si racconta addirittura che Mussolini avesse preso in seria considerazione il suo nome per il ministero della Difesa di Salò – quindi il numero 2, inferiore solo al Duce – incarico poi andato al Gen. Rodolfo Graziani. Non sarà un caso, ma degli Alti Generali, legati alle tragiche vicende albanesi, gli unici a sopravvivere alla guerra risulteranno, alla fine, proprio Alessando Pirzio Biroli e Lorenzo Dalmazzo. A differenza degli altri.

Probabilmente oggi qualche ministro, se interrogato a riguardo, userebbe la solita sua frase: ‘ma questi se la sono cercata!’. Erano loro che avevano rifiutato l’offerta dei soci di prima, erano loro i disubbidienti d’Albania e i traditori del Patto d’Acciaio. Che pensavano?

Ma il Gen. Chiminello, deciso di non arrendersi e di rispettare fedelmente il senso dell’armistizio, cercò con le buone di limitare subito il raggio d’azione dei tedeschi tenendoli calmi (in quel momento i nazisti erano pochi e dispiegati in più zone, quindi militarmente deboli), concordando con l’ufficiale responsabile di zona, già il 9 settembre, un accordo in base al quale i reparti della sua divisione sarebbero rimasti ad Argirocastro, insieme a un piccolo contingente di soldati tedeschi. Senza spararsi, in altre parole, ma ognuno libero ed autonomo.

Iniziò e coordinò persino contatti con l'ufficiale inglese Harold William Tilman, che raggiunse un primo accordo con il vicecomandante della divisione, colonnello Giuseppe Adami, responsabile della zona di Tepeleni, la più meridionale, tramite il maggiore Simone Ciampa. Tale accordo prevedeva che i reparti della divisione operassero in montagna, a fianco di gruppi di partigiani albanesi. Invitò, quindi, sempre il colonnello Giuseppe Adami ad intraprendere trattative dirette coi partigiani locali. Ma questo non funzionò: tra il 10 e l'11 settembre, gli albanesi anzi circondarono Argirocastro costringendo i nostri soldati ad una difficile reazione. Era troppo forte il rancore verso quanto fatto dagli italiani sin dal ’39.

Capito questo, coi tedeschi in fase di rafforzamento, gli alleati lontani e gli albanesi vogliosi di approfittare della nostra critica situazione, il Gen. Chiminello scelse di dirigersi verso Valona, con obiettivo Porto Edda. Sentiva fortemente sulle sue spalle la responsabilità dei 6.400 uomini (6.000 di truppa e 400 ufficiali) della 151ª Divisione fanteria "Perugia", spediti in guerra dal Duce tre anni prima, e a lui da poco assegnati. La loro salvezza era diventata ora lo scopo della sua vita, del suo operare. Quegli uomini erano la sua patria: doveva portarli a casa. Tutto il resto veniva dopo.

Dopo mille insistenze, finalmente riuscì a mettersi in contatto con Brindisi e col gen. Vittorio Ambrosio. Verso il 20 settembre, ecco arrivare un messaggio: ‘Mantenete salda la compagnia, resistete ed attendete fiduciosi i soccorsi che stanno per giungere a Porto Edda per restituirvi alla Patria che vi attende orgogliosa’.

Era dalla tarda sera dell’8 settembre che si aspettavano ordini o almeno idee per una soluzione. In Albania non si era come a Brindisi con gli Alleati a coprirti le spalle e a salvarti il fondoschiena.

Le prime navi arrivarono due giorni dopo, il 22 settembre, ma si riuscì ad imbarcare solo una piccola, piccolissima parte. Ne servivano di più. 6.400 persone, 6.400 vite non sono poche coi tedeschi in arrivo: dal cielo, dal mare e da terra. Ma – peggio - tutto si bloccò il 24 settembre. Le truppe della Werhmacht del gen. Walter Stettner Ritter von Grabenhofen e del Maggiore Siegfried Dodel avevano preso Corfù e quindi la strada per Porto Edda era segnata. Gli aerei della Luftwaffe bloccavano tutto.

E i soldati del Gen. Chiminello? Era l’ultimo pensiero adesso del M.llo Badoglio, del Gen. Roatta e del Gen. Ambrosio. Non ci avevano pensato (né a Chiminello né a tutti gli altri generali) quando avevano firmato a Cassibile la resa il 3 settembre, figuriamoci ora. Specie adesso che Mussolini era resuscitato e da Monaco il 23 settembre – il giorno prima - aveva firmato con Hitler la nascita della RSI, di un’altra Italia a loro dire, togliendo a tutti la speranza di una pace immediata, vera ed effettiva.

Era la legge del ‘si salvi chi può’ che governava l’Italia e gli italiani da quell’8 settembre. A confermarlo in modo inequivocabile fu un messaggio ufficiale sempre del Capo di Stato Maggiore Ambrosio, arrivato dal cielo, tramite un Macchi 205, nel pomeriggio del 26 settembre: “Corfù occupata dai tedeschi. Impossibile raggiungere Porto Edda con navi. Portatevi a Porto Palermo dove procureremo di imbarcavi”.

Non so se il Gen. Chiminello si sia sentito preso per il sedere, ma credo poco ci mancasse, malgrado il suo innato rispetto per le Istituzioni e i suoi Superiori, malgrado il suo consolidato ‘senso del dovere’. Perché portare quel che restava dei suoi 6.400 uomini da Porto Edda a Porto Palermo, per oltre 40 chilometri a piedi sotto il rischio dei bombardamenti nazisti, era pressoché impossibile. La delusione fu forte, ma cercò di reagire. Non per sé, ma per i suoi.

Condivise col col. Gustavo Lanza di dividere gli uomini e lasciare che le mille anime del suo 129° Reggimento Fanteria “Perugia” (a cui si erano aggiunti altri reparti collegati) proseguissero per altre strade, in direzione di Kuç, un’altura più facilmente difendibile e possibilmente allearsi coi partigiani del luogo. Dividere gli uomini poteva forse facilitare la salvezza o, meglio, a frazionare i rischi inevitabili. Il resto, il ‘grosso’ della 151ª Divisione fanteria "Perugia" proseguì ugualmente alla volta di Porto Palermo, dove – stando ad altre notizie dal Comando di Ambrosio, più o meno verificate, più o meno inventate per tenere calmi gli animi – avrebbero dovuto arrivare altre navi. Chissà da dove, peraltro?

Vi giunsero la sera del 27 settembre, con 40 chilometri di sofferenze, ma le navi promesse dall’ufficio di Brindisi dal Capo di Stato Maggiore generale del Regio Esercito non arrivarono mai. Al loro posto invece all’alba del giorno dopo, il 29 settembre, giunsero i soldati del 1° Battaglione, 99º Reggimento della 1ª Divisione Gebirgjager, con obiettivo mirato di rastrellare le truppe italiane con ’l’Unternehmen Spaghetti’ (Operazione Spaghetti), colpevoli di aver rotto e tradito il Patto d’Acciaio.

Una parte del battaglione era appena stata trasferita in Albania dopo gli eccidi di Cefalonia, dove ad essere massacrati erano stati i precedenti subordinati del Gen. Chiminello. Solo 5 giorni prima, il 24, era stato fucilato il gen. Antonio Gandin, con cui era legato da profonda amicizia sin dal primo corso ufficiali, frequentato assieme 35 anni prima.

Gli avvenimenti delle ultime giornate costarono molto al fisico del generale, ma peggio al suo ‘essere’. Aveva sempre creduto nei suoi Superiori, aveva - da buon soldato - ubbidito anche quando non condivideva le azioni di guerra. Non potevano lasciarlo così con 5/6.000 vite da salvare. Altroché i falsi discorsi del Duce da Piazzale Venezia del 18 novembre ’40: «Affermai cinque anni fa: spezzeremo le reni al Negus. Ora, con la stessa certezza assoluta, ripeto assoluta, vi dico che spezzeremo le reni alla Grecia in due o dodici mesi poco importa, la guerra è appena cominciata!».

Solo chiacchiere e distintivo.

Secondo le memorie di un cappellano della divisione, Padre Scanagatta, dopo quei giorni il generale entrò “in uno stato di grave psicosi depressiva”. Ma non volle cedere. Non per sé, ma per i suoi uomini. Cercarono salvezza nelle foreste e nei boschi verso Porto Edda, perché li si era più difendibili. Soli ed abbandonati da tutti. Ma durò poco. Il 3 di ottobre, dopo aver subito continui attacchi dai partigiani albanesi, furono alla fine quasi tutti circondati dai nazisti e nell’ottica di non provocare altre morti, il Gen. Chiminello si arrese. Sapeva il suo destino: gli ufficiali giustiziati subito, i soldati di truppa spediti come schiavi nei lager del Terzo Reich. Ma, almeno apparentemente, ancora vivi. E così avvenne il giorno dopo, il 4 ottobre di 81 anni fa. Venne fucilato sulla spiaggia di Baia Limione a Porto Edda, assieme al solo suo braccio destro e Capo di stato maggiore della divisione, il maggiore Sergio Bernardelli. Nella stessa mattinata toccò lo stesso agli altri 118 ufficiali, vicino alla cittadina di Saranda. I cadaveri dei disubbidienti d’Albania del Gen. Chiminello – rubo le parole allo storico Andrea Bianchi (in ‘ Gli ordini militari di Savoia e d'Italia’ Vol.2 - Associazione Nazionale Alpini, 2012) - vennero “portati al largo e gettati in mare zavorrati con delle pietre legate alle gambe”.

Disprezzo allo stato puro. Altrove queste condotte senza dignità le chiameranno ‘foibe’.

Tre giorni dopo, il 7 ottobre anche gli uomini del gruppo del col. Gustavo Lanza faranno la stessa fine: la truppa in Germania, il colonnello e 31 altri ufficiali fucilati nella piana ai bordi del fiume Shushica, vicino a Kuç. I disubbidienti d’Albania pagarono la loro scelta per un’Italia migliore. Pagarono con la vita il conto delle scelte criminali di Mussolini e del gruppo di suoi gerarchi che poi – con la massima incompetenza, totale menefreghismo, assoluta mancanza del senso di responsabilità nonché forte disprezzo della vita dei 2 milioni di soldati e ufficiali mandati in guerra – seduti nel Consiglio della Corona del 31 agosto, assieme al Re, decisero in quel modo di arrendersi. Preparandosi loro, senza preparare gli altri per non compromettere la loro fuga verso Brindisi. Il loro ‘sedere’.

A volte sarebbe da chiedersi, in tutta coscienza e conoscenza, come saremmo usciti da quella guerra se non avessimo avuto tanti generali ed ufficiali, come Ernesto Chiminello, e tanti soldati di truppa che preferirono restare nei lager nazisti piuttosto che ritornare a combattere per il Duce, come i 700.000 IMI.

Quante macerie in più, quante Dresda avremmo subito?

“La guerra è essere una marionetta nelle mani dei burattinai che non ti conoscono, non ti apprezzano, non vali nulla, ti ignorano”. che fanno pagare a te il conto per i crimini da loro cercati, provocati, voluti.

4 ottobre 2024 – 81 anni dopo - Rinaldo Battaglia

* Coordinatore della Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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