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Un Giorno del Ricordo per i Greci?
di
Rinaldo Battaglia *
Il 24 febbraio 1943, durante l’occupazione italo-tedesca e dopo oltre due anni di terrore tra la popolazione della Grecia invasa, una grande manifestazione – spontanea e popolare – avvenne ad Atene contro il lavoro forzato, pianificato dalle autorità dell'Asse Roma/Berlino, e contro i rastrellamenti che riguardavano uomini e capofamiglia da destinare ai lager del Terzo Reich. Privando così di braccia che potevano, anche se in piccola parte, ridurre il peso della fame nelle loro famiglie. La manifestazione, senz’armi ma molto determinata e decisa, prese la strada della sede del governo collaborazionista greco, distruggendone i locali.
Perché i primi colpevoli erano i fascisti greci che avevano accettato e collaborato con gli invasori. Come nella Francia di Vichy col m.llo Pétain. Lo stesso in Grecia, dove il 2 dicembre 1942 il gen. Konstantinos Logothetopoulos aveva sostituito Georgios Tsolakoglu, non più utile alla causa dei nuovi ‘padroni’ (peraltro dopo queste potreste Mussolini ed Hitler lo sostituiranno il 7 aprile 1943 con Iōannīs Rallīs).
Poi, in quel 24 febbraio, toccò alla sede del Ministero del lavoro e della previdenza sociale e qui inevitabilmente si arrivò allo scontro coi nostri Carabinieri, messi lì a presidio dell'edificio. In breve i nostri militari spararono sulla folla, uccidendo almeno 10 persone.
La situazione era oramai sfuggita di mano agli italiani e ogni giorno ad Atene arrivavano notizie di massacri, eccidi, stragi commesse dai nostri soldati in nome e per conto del Duce.
Il 16 febbraio 1943 a Domenikon, un piccolo villaggio della Grecia centrale situato in Tessaglia, per ordine del generale della 24ª Divisione fanteria "Pinerolo", Cesare Benelli, l'intera popolazione maschile tra i 14 e gli 80 anni (almeno 150 persone) venne arrestata e massacrata, davanti ai familiari.
E dopo Domenikon, altri eccidi in Tessaglia e nel resto Grecia: a metà marzo 60 civili fucilati a Tsaritsani e nel mese di aprile altri massacri a Domokos, Farsala e Oxinià.
Gli ordini del Duce tramite il comandante delle forze italiane di occupazione, il generale Carlo Geloso, erano chiari e basati “sul principio della responsabilità collettiva; di conseguenza per annientare i movimenti della resistenza andavano represse le comunità locali”.
E per Geloso e i suoi uomini del Comando del 3° Corpo d’Armata, tutti i greci erano ‘ribelli’. Difficile quindi oggi con certezza verificare se le vittime fossero sempre civili o sempre partigiani. Come risulta, ad esempio, dall’elenco delle operazioni effettuate tra febbraio e marzo 1943 nelle zone di Kastoria, Trikala, Lamia e Tebe-Aliartos, dove vennero “uccisi oltre 120 "banditi" e 32 favoreggiatori e di avere fucilato per rappresaglia 107 persone, oltre ad aver internato 113 civili e ad avere provocato un numero imprecisato di morti e feriti nei bombardamenti aerei”.
Per i nostri militari, erano ‘banditi e ribelli’ anche gli studenti Mitsos Konstantinidis e Filis Gheorghiou, che vennero uccisi il 22 dicembre 1942 in uno sciopero operaio organizzato ad Atene e nella zona del Pireo - contro la fame e l'occupazione – e che raggiunse la presenza di “decine di migliaia di manifestanti, tra cui anche numerosi studenti, donne e impiegati”.
In quel periodo e in quella zona di Grecia gli italiani si comportarono peggio dei nazisti. E la Storia a dirlo e i documenti storici non mentono. Possono esser dimenticati, nascosti, ma esistono e sono eloquenti. Magari qualche figlio della Lupa, anche magari arrivato alla Seconda Carica dello Stato, può non crederci ma certi ordini sono più volte documentati, Come quando il Duce dopo le sconfitte dell’inverno 1941 disse ai suoi generali che “Quindi voi dovete scegliere - chilometro quadrato per chilometro quadrato - la Grecia da bombardare [...].»
Confermato anche dallo stesso generale Mario Roatta:
«[...] quando le nostre truppe furono costrette a retrocedere e a ripassare le frontiere, Mussolini si allarmò decisamente. Cambiò a due riprese il comandante delle truppe [...] il che sottrasse automaticamente il Comitato Locale della dipendenza dello Stato Maggiore dell'Esercito passandola a quella diretta del Duce [...] ordinò l'invio di grossi rinforzi [...] e stabilì che la nostra aeronautica, per stroncare qualsiasi velleità offensiva dell'esercito ellenico, radesse al suolo tutte le località greche di popolazione superiore ai 10.000 abitanti, Atene esclusa.»
Queste parole non sono molto diverse da quelle espresse dal Fuhrer sulle città francesi prima della ‘liberazione’ alleata di Parigi dell’estate ’44. O sbaglio?
Oggi sappiamo bene – almeno chi vuol sapere – l’entità dei crimini commessi dagli italiani nella campagna di Grecia dopo la fine ottobre 1940, ordinati dal Duce, invidioso peraltro dei continui successi militari di Hitler.
L’obiettivo di Mussolini, con una politica di assoluta violenza e criminalità (anche con bombardamenti incessanti) aveva lo scopo di seminare il panico tra tutta la popolazione civile greca. Ma oltre al panico distrussero le campagne e i raccolti agricoli, con cui allora la Grecia viveva, da paese assolutamente rurale com’era. Inevitabile pertanto l’arrivo già dal 1941, con rafforzarsi nel ’42, di una terribile crisi economica e totale carestia.
Italiani e tedeschi razziarono per la loro sussistenza quelle poche risorse agricole che vennero prodotte e svuotarono tutti i magazzini possibili ed esistenti. Arrivò la fame vera per la popolazione civile e le rivolte inevitabili contro gli occupanti ed invasori. A cui italiani e tedeschi, ognuno per la propria zona di competenza, risposero con la massima repressione e violenza.
Altro che il film “Mediterraneo”.
Nel film Oscar di Salvatores non si parla della manifestazione di 6.000 mutilati di guerra ad Atene del 26 gennaio 1942 o di quella solo di poco inferiore del il 17 marzo ’42 coi Carabinieri Reali e la Feldgendarmerie nazista a sparare sulla folla di ex combattenti ed invalidi.
Mussolini fu subito coinvolto e seguendo la strategia del suo socio e alleato, Hitler, fece emettere “ordinanze e bandi militari molto rigidi, decretate confische nei villaggi, arresti, fucilazioni e deportazioni nei campi di concentramento (Larissa, Hadari e Atene o al confino italiano, per quanto riguarda gli oppositori politici)”.
Documenti provano che persino i nazisti, in Macedonia nell’estate ’42, arrivarono a protestare con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili mentre, a guerra finita, le autorità greche segnalarono sistematici e continui stupri di massa. Lo stesso capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, scrisse una lettera di denuncia ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale: «Vi vantate di essere il Paese più civile d'Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari».
Ma per ordine del Duce fu arrestato, torturato, deportato in Italia e se ne persero le tracce.
Nel 1946 il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni di guerra, calcolò che 400 villaggi avevano subito distruzioni parziali o totali: 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani. Solamente tra il settembre e l’ottobre 1942, ad esempio, un’azione italiana, nella zona Parnaso-Giona, provocò l’arresto di 430 civili poi deportati in campo di concentramento e i due paesi vennero completamente bruciati e, di fatto, rasi al suolo.
Due settimane fa, nel Giorno del Ricordo per il crimine delle foibe slave, come al solito alcuni ministri o vertici dei partiti di governo hanno attaccato gli slavi per quanto allora da loro commesso. Il Premier Giorgia Meloni a Basovizza per prima e ha parlato di 'colpevole silenzio'.
Senza mai nemmeno nominare i crimini da noi commessi, prima delle foibe del settembre 1943 e del 1945.
Mi sto chiedendo come risponderebbero quei politici se in Grecia qualcuno attivasse una giornata di ‘parte’ a ricordo esclusivo dei crimini da loro subiti e provocati da noi italiani durante l’occupazione fascista. Per adesso in Grecia dal 24 febbraio 1994 - con la legge 2193/1994 - si è scelto la data del 19 maggio solo come ‘Giorno del ricordo del genocidio dei Greci del Ponto’, provocato dai turchi (dal 1908 al 1923), nei pressi del Mar Nero.
Le Giornate del Ricordo sono essenziali e doverose per tener viva la memoria ma non per far proselitismo elettorale - come facciamo in Italia - nascondendo quanto da noi fatto. Anche perché anche noi italiani – parafrasando Eugenio Montale – ‘abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo’, in quel periodo atroce.
Coltivare la Memoria è importante, in modo costruttivo, onesto, rispettoso dei fatti storici, non legato alle tessere di partito o alla campagna elettorale di chi è al governo.
Coltivare la Memoria – riprendo ora parole di Liliana Segre – “è ancora oggi un vaccino prezioso contro l'indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare.”
24 febbraio 2024 – 81 anni dopo - Rinaldo Battaglia
* Coordinatore della Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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