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Antifascismo: la scuola del maestro Toni
di
Rinaldo Battaglia *
Il 12 dicembre 1944, in località Corona di Lizzano in Belvedere, cadeva un eroe della mia terra: Antonio Giuriolo, capitano Toni, maestro dei Piccoli maestri, pensatore, convinto antifascista, 'apostolo della Libertà'.
“Esteriormente era restato un uomo schivo e poco appariscente, ma conoscendolo ci si trovava davanti a un prodigioso e misterioso maestro. Ciò che toccava tornava vivo. Una tranquilla potenza si generava in ogni cosa che il suo animo accoglieva”.
Così il nostro Luigi Meneghello - un suo allievo ‘partigiano’ nella mia terra - in “I piccoli maestri” lo descriveva in poche parole.
Era nato il 12 febbraio 1912 ad Arzignano (VI) dove di fatto è vissuto – guerra a parte – fino all’8 settembre 1943. Se serve un aggettivo per definirlo in una singola parola, credo che questa sia ‘antifascista’. Sempre ammesso che dopo la sera alla Scala questa parola sia in Italia ancora concessa e abbia il valore che essa dice e merita.
‘Toni’ era un vero antifascista e, sebbene con tanto di laurea a 21 anni (nel 1933), non gli fu permesso dal regime di insegnare nelle scuole perchè non aveva mai voluto la tessera del PNF. E senza tessera tu non lavoravi e non insegnavi.
A volte mi viene da ridere pensando all’ignoranza storica che regna nell’Italia di oggi: nei mesi scorsi il Presidente del Senato ha detto che la nostra Costituzione del 1948 non è antifascista e molti media – giornalisti o meno – hanno assecondato tale parere. Ma nessuno ha mai letto l’articolo 1 della Carta Costituzionale: “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”?
Perché il lavoro è un diritto, anche senza necessitare di tessere di partito. Perché troppi italiani sotto fascismo hanno perso il lavoro causa l’assenza di una tessera vigliacca, ingiusta ed ingiustificabile.
L’antifascismo era di casa nella famiglia Giurolo. Suo padre era un affermato avvocato socialista, come ideali legato a Giacomo Matteotti – quello che il Duce fece ammazzare poi quasi vantandosi e autodefinendosi il capo di una ‘associazione a delinquere’ – e venne più volte picchiato dalla violenza fascista ancora nel 1922, ancora prima del delitto Matteotti. “Toni” aveva allora solo 10 anni e il suo antifascismo crescerà di pari passo con la crescita ‘dell’uomo’. Nel 1936 a 24 anni, dopo la nostra guerra d'Africa, divenne uno dei dirigenti del movimento clandestino veneto di Giustizia & Libertà e nell'estate del 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione. Aveva 30 anni allora e una profonda cultura umanistica, in particolare della letteratura francese e russa. Durante la guerra combattè come capitano degli Alpini (7° Rgt) in Slovenia e qui capì meglio il valore della Resistenza che gli ‘invasi’ (cioè gli slavi) facevano giorno su giorno contro gli ‘invasori’ (cioè noi e i nazisti di Hitler, nostri Alleati).
Poi l’8 settembre 1943. Fu tra i primi nel vicentino a scegliere la Resistenza ed ad organizzarla, mettendo a frutto anche quello che aveva imparato in Jugoslavia, dai ‘nemici’, nel loro modo di ‘combattere’.
Il 12 settembre 1943 – solo quattro giorni dopo l'armistizio – senza perdere tempo sul giornale clandestino del Partito d’Azione (“Giustizia e libertà”) scrisse parole chiare ed inequivocabili:
“La guerra è finita contro le potenze anglo-sassoni, ma in Italia ci sono ancora i tedeschi. Questi barbari odiatissimi hanno ormai chiara la consapevolezza della loro inevitabile sconfitta; ma vorrebbero associare anche noi alla loro folle corsa verso la rovina e l'annientamento” [...] “Oggi più che mai la nostra coscienza di uomini e di italiani ci impone un preciso e sacro dovere; i nostri nemici mortali, i fascisti e i tedeschi, hanno gettato la loro maschera: occorre ora colpirli, decisamente, per la nostra salvezza presente e futura”.
Alcuni giorni dopo era già nella valle del Natisone, in Friuli, operativo dentro una prima formazione partigiana. Due mesi dopo eccolo nel bellunese a combattere i nazifascisti all’interno di un gruppo di ‘Giustizia & Libertà’, oramai il suo simbolo, il suo messaggio, il suo obiettivo.
Ma è dal giugno ’44 che per noi vicentini diventa il ‘nostro capitano Toni’, il maestro dei piccoli maestri, passando ad operare nell'altopiano di Asiago. Qui venne colpito ad una mano e per non far incancrenire la ferita, si fece ricoverare - sotto falso nome ovviamente - al centro ortopedico Putti di Bologna, un complesso sorto per esigenze militari accanto all'Istituto ortopedico Rizzoli, dove operava già una infermeria clandestina, organizzata dal PSI con la collaborazione del direttore Oscar Scaglietti.
Fu così da degente che conobbe Gianguido Borghese, il comandante regionale delle formazioni Matteotti, che lo convinse a restare nel bolognese e contribuire da lì alla liberazione dal nazifascismo. Accettò ed in breve (16 luglio 1944 ) divenne il comandante della brigata Matteotti Montagna, stanziata nell'alta valle del Reno. Sarà subito riconosciuto come uno dei più stimati e validi comandanti partigiani dell'Appennino tosco-emiliano.
Scriverà anni dopo ancora Luigi Meneghello: “senza di lui non avevamo veramente senso, eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventammo tutta un'altra cosa. Per quest'uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana; Antonio era "un italiano" in un senso in cui nessun altro nostro conoscente lo era; stando vicini a lui ci sentivamo entrare anche noi in questa tradizione”.
Quel che ‘il maestro Toni’ aveva in pochi mesi creato sull’Altopiano di Asiago, in una simbiosi di alti ideali e realtà operativa, venne poi clonato in altri pochi mesi nel bolognese. Cambiavano gli allievi, non il maestro. E alle parole, sempre forti e chiare, univa l’esempio dove guidava “con mano ferma i suoi uomini in tutti i principali combattimenti dell'Appennino tosco-emiliano, compreso quello della repubblica di Montefiorino” nel modenese.
E fu un continuo successo: ad inizio settembre 1944 – nel piano partigiano di liberare Bologna e la sua provincia - la Matteotti Montagna passò all'attacco nella zona di Capugnano (Porretta Terme) e, a uno a uno, liberò Boschi (Granaglione), Granaglione, Borgo Capanne (Granaglione), Camugnano, Castelluccio (Porretta Terme) e numerosi centri della Toscana. E Maestro Toni era l’esempio e l’ispiratore.
Tutti i suoi ‘allievi partigiani’ anche molti anni dopo si ricorderanno della battaglia tra il 4 e 5 ottobre quando guidò i ‘matteottini’ nella liberazione di Porretta Terme, importante centro montano e strategicamente vitale, che poi personalmente consegnò alle truppe americane della 5a armata.
Nella zona di Porretta Terme si fermò anche i mesi successivi perché bisognava riarmare e rinforzare la brigata Matteotti in vista dell’inverno decisivo per le sorte dell’Italia. Trovò il massimo appoggio dal commissario politico Fernando Baroncini e soprattutto dagli Alleati che gli affidarono la responsabilità di un importante ‘tratto di fronte’ dove i combattimenti coi nazifascisti erano frequentissimi e alquanto violenti.
Poi arrivò il 12 dicembre 1944. In uno di questi attacchi, dopo avere conquistato una postazione tedesca a Corona, a ovest di Monte Belvedere, la ‘Matteotti’ fu contrattaccata e capitan Toni “mentre copriva i suoi uomini, che si ritiravano combattendo, fu falciato da una raffica di mitraglia assieme a Pietro Galiani e Nino Venturi. Nella notte nevicò e i corpi dei partigiani poterono essere ricuperati solo nella primavera, quando i matteottini occuparono definitivamente la zona. La sua salma fu trovata minata”.
Aveva solo 32 anni. Era dotato di profonda cultura, ma per il fascismo non poteva insegnare nella scuola di allora. Ma è facile capirlo se si conosce la differenza tra il fascismo e l’antifascismo. Un giorno la grande Margaret Mead disse che un buon maestro insegna ai propri allievi ‘come’ pensare non ‘cosa’ pensare.
Ma forse le parole più idonee in merito sono di Noam Chomsky: “la vera istruzione è insegnare alla gente a pensare da sola”. Dandone poi esempio. E, non a caso, i suoi allievi erano da Toni stesso definiti già come ‘piccoli maestri’ perché non solo imparassero la lezione, ma fossero loro fonte di studio di altri successivi studenti.
Questa è stata la grande lezione del Maestro Toni. Anche oggi, soprattutto oggi che a chi grida “viva l’Italia antifascista’ viene mandata la Digos.
Come ci manca la scuola di Toni Giurolo. Come ci manca.
12 dicembre 2023 – 79 anni dopo – Rinaldo Battaglia
* Coordinatore Commissione Storia e memoria dell'Osservatorio
 
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