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28 novembre 2023
tutti gli speciali

Il macellaio di Domenikon
di Rinaldo Battaglia *

Che la guerra in quanto guerra sia solo ipocrisia e falsità credo sia facile da capire. Eppure nel libro della Storia, tra le varie righe esistono sempre delle ‘anomalie’ che noi uomini normali non riusciamo minimamente a decifrare.

Da noi in Italia è poco nota, ma si sa che il 4 marzo 1948 la United Nations War Crimes Commission per conto dell’ONU pubblicò un lavoro, iniziato già nell’autunno 1943, dove – per quando riguardava l’Italia – ben 1.283 fascisti erano stati giudicati quali ‘criminali di guerra’. Da quel momento il lavoro passava ai singoli paesi, affinchè ognuno di quei ‘criminali’ avesse la condanna che meritava, secondo il diritto di ogni singolo Stato. Il problema non ci toccò, perché in Italia noi ci eravamo già presi avanti col lavoro e – sotto la probabile assistenza degli USA - Il 22 giugno 1946 avevamo purificato tutti con la ‘non famosa’ amnistia Togliatti.

Tra quei 1.283 criminali di guerra mancava pure il nome di Benito Mussolini, ma perché li venivano considerati solo quelli ‘ancora in vita’. Per tutti gli altri – deceduti per morte naturale o uccisi - non serviva nessuna condanna ulteriore, in quanto erano già stati giudicati da Dio e di certo senza alcun errore o ‘aggiustamento’ processuale. Tutto preciso, eppure non fu del tutto così.

Tra i 1.283 criminali fascisti italiani inseriti nell’elenco esisteva un generale che era morto, per cause naturali, già da 5 anni. Non aveva quindi senso lì considerarlo. Nessuno ha mai spiegato il motivo di questa – chiamiamola così – ‘anomalia’. Non è ipotizzabile che fosse un errore, perchè ogni nominativo venne studiato per anni, vivisezionato in ogni sua ‘colpa’, più volte verificato nei suoi crimini e solo poi, alla fine dell’esame, escluso o inserito nell’elenco licenziato in quel 4 marzo 1948.

L’ipotesi più accettabile, probabilmente, sta nel fatto che il ‘paese vittima’ – la Grecia nel caso specifico – abbia voluto ugualmente che fosse inserito, affinché i crimini commessi dal generale italiano non andassero dimenticati o cancellati. Forse già temevano le nostre ‘purificazioni’, le nostre carenze di memorie, la nostra ignoranza storica, il destino dei nostri ‘armadi della vergogna’, la nostra confusione tra 'suonatori in pensione ' e uomini di Kappler. E non si sbagliavano di certo. La Grecia sì, perché quel generale sebbene già morto a Chieti, il 28 novembre 1943 – 80 anni fa – era stato un macellaio a Domenikon, nella Tessaglia, il 16 febbraio 1943. Quell’uomo, deceduto a soli 58 anni, risultava il Generale di Divisione Cesare Benelli, Comandante della 24a Divisione fanteria “Pinerolo”.

Un nome che in Grecia non potevano e non vollero dimenticare facilmente. Ma chi fu allora Cesare Benelli? Era nato militare e vissuto di guerra e per la guerra. Si pensi che già a 20 anni, lasciata la sua Sardegna, risultava tra i migliori Allievi ufficiali nella Regia Accademia Militare di Artiglieria e Genio di Torino, dove uscì col grado di sottotenente. Poi subito spedito in Libia nella guerra italo-turca (1905/1907) e ovviamente nella Grande Guerra. Qui col grado di maggiore nel 3º Reggimento artiglieria da fortezza, e poi nel 62º Raggruppamento artiglieria d'assedio del 69º Gruppo, si fece notare tanto da esser decorato con una Medaglia d'argento e una Croce di guerra al valor militare, per la sua preparazione nonché coraggio espressi nelle battaglie dell’Isonzo nel 1917 e sull’Altopiano d'Asiago di metà giugno 1918.

A guerra finita, rimase nella vita militare, raccogliendo in fretta gradi e soddisfazioni. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale era già Generale di brigata al comando dell'artiglieria del 2 corpo ad Alessandria e poco dopo dell'artiglieria della 5ª Armata a Tripoli, in Africa Settentrionale Italiana. Quando le cose in Nord Africa per noi andavano ancora bene, venne chiamato dal Duce dapprima al comando del XIII Corpo d'armata a Cagliari e poi – visto la debacle italiana nella campagna di Grecia – dal 1 gennaio 1942 promosso generale di divisione e messo dal comando della grande 24ª Divisione fanteria "Pinerolo", una delle principali in terra greca e da cui il Duce si attendeva molto nella lotta contro le nascenti formazioni partigiane locali. Ma anche nella concorrenza con l’alleato tedesco, che aveva competenza solo su un terzo della Grecia, ma sembrava volesse farla da padrone unico.

E qui, il generale Benelli, perfettamente in linea col comandante delle forze italiane di occupazione, Generale Carlo Geloso, usò la massima violenza contro tutti e contro tutto. In particolare dalla primavera ’42 quando Geloso emanò una circolare sulla lotta ai ‘ribelli’ che, nei fatti, disponeva “l’annientamento dei movimenti partigiani e l’annientamento delle comunità locali”. In tutta la Grecia il ’42 e peggio il ’43 (fino all’8 settembre) i nostri soldati effettuarono rastrellamenti, fucilazioni, incendi, requisizione e distruzione delle riserve alimentari. I raccolti venivano sistematicamente bruciati e ad ogni minima protesta o reazione dei civili o dei partigiani seguivano stragi e massacri come a Tsaritsani, a Farsala e Oxinià. Solo per citare i maggiori.

Non solo: per anni, appena ‘liberato’ il loro paese, le autorità greche segnalarono e documentarono stupri di massa sistematici e continui. Persino il comando tedesco in Macedonia - sebbene fossero ‘nazisti’ – più volte protestò con gli italiani per il ripetersi delle violenze contro i civili. In una lettera di denuncia, datata 1942, ai comandi italiani e alla Croce rossa internazionale, il capo della polizia di Elassona, Nikolaos Bavaris, arrivò a scrivere: “Vi vantate di essere il Paese più civile d’Europa, ma crimini come questi sono commessi solo da barbari”. E uno di quei criminali – scherzo del destino - di nome faceva Cesare. Nikolaos Bavaris venne subito arrestato, internato, torturato, deportato in Italia nei campi di concentramento del Duce, quelli di cui da noi nessuno sa nulla.

Il gen. Cesare Benelli fu uno dei protagonisti di questa gestione criminale, soprattutto perché la Tessaglia era di sua competenza. E la Tessaglia era il granaio greco e senza quel granaio la Grecia moriva di fame. Le sue truppe, unitamente a quelle di altri generali, divennero maestre nelle confische, nei saccheggi, nei sequestri del grano alle famiglie contadine. Come non bastasse gli occupanti (cioè noi) per meglio controllare il territorio introdussero la ‘moneta’ di occupazione al posto delle dracme greche ed in breve il mercato nero sostituì totalmente il mercato ufficiale. La razione giornaliera di pane per ogni greco, uomo donna o bambino che fosse, venne ridotta a soli 30 grammi, cioè nulla. In Germania i nostri IMI nei lager erano tenuti in vita con 250 grami di pane al giorno, 8 volte di più. Quando si dice che gli italiani furono peggio dei tedeschi o che i fascisti furono peggiori dei nazisti, non sempre si esagera.

La carestia greca del ’42 e ’43 fu terribile. Scrisse in più documenti la storica Lidia Saltarelli: “solo nel primo inverno la carestia indotta dall’amministrazione italiana fece tra i 40 e i 50 mila morti”. Per non parlare di chi moriva di fame, di denutrizione o di epidemie nei campi di concentramento fascisti, come a Larisa, dove peraltro vennero fucilati per rappresaglia oltre mille prigionieri greci. A Larisa dove tutte ”le brande con i materassi di foglie di granturco erano infestate dalle pulci”.

Gli storici sostengono che durante l’occupazione italiana – ove il gen. Benelli fu primo attore protagonista non una controfigura - morirono di fame e malattie tra i 200 e i 300 mila greci. Mentre migliaia di donne si vendevano per fame e venivano facilmente reclutate nei bordelli “per soddisfare soldati e ufficiali italiani” per un piccolo pezzo di pane. Quando il 10 febbraio 1947, a Parigi, l’Italia fu condannata a pagare per danni di guerra alla Grecia ben 105 milioni di dollari, il ministero greco della Previdenza sociale, nel censire i danni subiti, calcolò che 400 villaggi erano stati distrutti (in modo parziale o totale): 200 di questi causati da unità italiane e tedesche, 200 dai soli italiani. Il 10 febbraio: quello che poi per noi è diventato il ‘Giorno del Ricordo’, a memoria delle foibe subite, mai dei crimini commessi. Elettoralmente conviene a qualcuno? In questo scenario infernale, si inserì in prima persona la figura del gen. Cesare Benelli.

Il 16 febbraio 1943, a un chilometro circa dal piccolo villaggio di Domenikon, in piena Tessaglia, durante un agguato, da parte dei partigiani greci a un convoglio militare italiano che trasportava viveri, morirono 9 nostri soldati. Benelli non ci pensò due volte: quale era il centro abitato più vicino? Domenikon? Bene i civili di quel villaggio avrebbero pagato per tutti. Come ragioneranno da noi i nazisti dopo l’8 settembre.

Il gen. Benelli, il macellaio di Domenikon per i greci, non volle restare incompreso o poco chiaro. Scriverà nel suo rapporto: “…i greci andavano puniti…Gli uomini della Pinerolo agiscono immediatamente”. Radunarono e massacrarono tutti i maschi, oltre i 14 anni, che vi trovarono. Le poche case subito bruciate, (a parte la chiesa – si sa gli italiani sono credenti e praticanti non atei..in particolare dopo il Concordato col Vaticano), le donne e i bambini deportati nei campi di concentramento. Con grande soddisfazione ed orgoglio del gen. Benelli. Scriverà, infatti, che Domenikon è stato un«esempio e monito per il futuro».

Andrà anche oltre, nelle conclusioni del rapporto, precisando che: «le perdite sono le seguenti, da parte nostra. Morti in combattimento: truppa 8: morto in ospedale in seguito alle ferite, truppa 1. Feriti: 2 ufficiali, truppa 13. Da parte dei greci. Morti durante lo scontro: 8. Sbandati, fuggiaschi, raggiunti e passati per le armi dalla scorta dell’autocolonna: 7. Rastrellati dalla compagnia di rinforzo e passati per le armi: 16. Passati per le armi perché cercavano di fuggire dall’accerchiamento: 4. Passati per le armi da reparto inviato da Tyrnavos: 8. Passati per le armi a Damasi: 97 (sono i cittadini di Domenikon, ndr.). In totale 140 sudditi greci deceduti». Documenti storici quantificano in oltre 150 i morti civili, con i maschi fatti fucilare davanti agli occhi dei loro genitori o mariti e peggio figli. Come faranno i nazisti da noi. Il Duce non solo non interverrà mai, anzi quando le cose per il suo sedere iniziarono a girare male, chiamò uno ad uno a Roma i suoi uomini migliori. E tra questi il macellaio di Podhum (12 luglio 1942) Temistocle Testa e quello di Domenikon. Aveva bisogno evidentemente di protezione da parte di ‘fascisti fidati’. Il 18 luglio 1943 il gen. Cesare Benelli pertanto lasciò il comando della divisione Pinerolo al generale Adolfo Infante, senza grandi drammi e lacrime dagli uomini della 24a Divisione fanteria “Pinerolo”. Rientrò a Roma il giorno successivo, il 19 luglio nel giorno del bombardamento americano di San Lorenzo. Ma prima di ricevere dal Ministero della Guerra degli “incarichi speciali” il Duce venne arrestato. Badoglio, che bene conosceva la guerra di Grecia, non lo chiamò ad altri comandi. Probabilmente anche per motivi di salute, perché poco dopo Cesare Benelli si ritirò a Chieti e, 4 mesi dopo, si spense per una “grave malattia”.

Ma se era morto il comandante della Pinerolo, la Pinerolo senza quel comandante ebbe un’altra vita. Molti uomini che avevano partecipato ai massacri della Tessaglia e di Domenikon ordinati dal gen. Benelli, non avevano ‘condiviso’ la politica del loro generale. Assolutamente no. E forse per ‘pagare’ il conto di quanto fatto o per convinzione politica, gran parte dell’intera Divisione Pinerolo, dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, rifiutò di cedere le armi ai nazisti come gli uomini del gen. Gandin a Cefalonia. Anzi di più: fu l’unica divisione italiana di stanza sulla Grecia continentale a decidere di ‘passare’ al nemico. Dapprima in autonomia, difendendo la città di Larissa dagli attacchi tedeschi, poi ritirandosi sulla catena montuosa del Pindo. Qui, già l’11 settembre 1943, a Pertula, si aggregò all’Esercito ‘popolare greco di liberazione’ nella lotta contro i nazisti e coi partigiani grechi lotterà fino alla liberazione delle Grecia. Chi sopravvivrà tornerà a casa solo nell’estate del ’45. Ma, in Italia, mai si parlerà della ‘seconda vita della Pinerolo’ : non è elettoralmente utile.

Si parlerà poco anche dopo del gen. Benelli, il macellaio di Domenikon. Il fascicolo a suo nome sarà inserito ‘nell’armadio della vergogna’ e come altri 694 «archiviati provvisoriamente» e nascosti fino al 1990. Anni dopo, importanti storici greci o discendenti delle vittime di Domenikon come Stathis Psomiadis tenteranno di aprire una nuova inchiesta internazionale ma al massimo riusciranno a far riconoscere, nel 1998, Domenikon quale ‘città martire’. Ci aveva tentato, nel 2019, anche il procuratore militare di Roma, Marco De Paolis di ritornare in argomento, ma poco dopo il GIP militare, Elisabetta Tizzani, ne stabilì l’archiviazione definitiva, con una doppia motivazione: «Il generale Benelli è deceduto e manca la parità di tutela penale da parte dello Stato nemico a norma dell’art.165 del Codice militare di guerra».

Nel 2019, dopo ben 76 anni, si dichiarava che il gen. Cesare Benelli era morto, forse ancora per nascondere i suoi crimini o forse solo per ‘correggere’ l’anomalia della War Crimes Commission che - malgrado lo avesse inserito tra i vivi, nel 1948, affinchè qualcuno lo giudicasse o raccontasse di Domenikon – non era servita a nulla. Tanto in Italia chi conosce qualcosa dei 1.283 criminali di guerra fascisti? Saranno stati anche questi “suonatori di una banda musicale di semi pensionati“?

28 novembre 2023 – 80 anni dopo - pagine libere dal mio prossimo libro 'Il tempo che torna indietro'

*Coordinatore della Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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