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23 novembre 2023
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Il nero innominato
di Rinaldo Battaglia *

“UNNAMED NEGRO”

Il 24 novembre 1943, 80 anni fa, la portaerei di scorta USA Liscome Bay, sotto il comando del capitano Irving D. Wiltsie, nella battaglia di Tarawa, verso le Isole Gilbert, venne colpita da un siluro lanciato dal sommergibile giapponese I-175 che causò lo scoppio della polveriera dove erano custodite le bombe degli aerei. Fu un disastro. In appena 23 minuti la Liscome Bay affondò col suo carico di uomini: 644 tra ufficiali e sottufficiali.

Dal 1º giugno precedente, col grado di cuoco di prima classe, sulla Liscome Bay operava anche Doris Miller: sarà uno di quelle 644 vittime.

Era stato un eroe il 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor. Ma un eroe anomalo, inizialmente nascosto e volutamente dimenticato. Cambierà tutto strada facendo, grazie alla sua umiltà e al suo spirito di sacrificio. E il suo nome e la sua ‘azione’, in quella domenica maledetta, conteranno molto nella storia degli USA negli anni successivi, diventando un esempio, un riferimento per molti. Si deve sapere che il 1° gennaio 1942, la ‘Navy’ pubblicò un documento con i nomi dei marinai meritevoli di ricevere un riconoscimento per Pearl Harbor, riconoscimento fortemente voluto da Roosevelt per ‘recuperare’ lo spirito nazionale.

Ebbene: tra i nomi dei marinai premiati vi era uno chiamato semplicemente “unnamed negro”: un marinaio che non veniva nemmeno identificato per nome e cognome solo perché ‘afro-americano’. Eppure era stato, come gli altri, un eroe quel giorno. Non potendolo cancellare perché vi erano troppe testimonianze, non lo nominarono. Per gli alti vertici militari era solamente ‘invisibile, anonimo, inesistente’. Quasi un fastidio.

Il mondo della politica e tanto meno quello militare – solitamente il fratello gemello – non capirono nulla di quanto fosse stata grave e ‘suicida’ quella definizione: “unnamed negro”. Se, dopo Pearl Harbor, Roosevelt era stato malvolentieri costretto alla guerra e necessitava ora di milioni di soldati da spedire, subito, nel Pacifico e, poi, in Europa e chiedeva a tutti i giovani americani di offrirsi volontari, come si potevano ‘escludere’ gli afro-americani e tutti gli altri ‘non bianchi’? Come si potevano trattare così in modo ‘invisibile, anonimo, inesistente’ milioni di potenziali soldati e convincerli ugualmente a partire, magari, anche da volontari a rischio della loro vita?

Gli storici indicano che, nella Seconda Guerra Mondiale, furono oltre i 10 milioni i soldati impiegati sui vari fronti e un ben 12% erano di colore. Se poi andiamo nel dettaglio, dal ’41, gli USA mobilitarono 16 milioni di uomini - a vario titolo, ordine e grado - nel totale delle ‘forze armate’ se comprendiamo anche chi restò in patria. Di questi 1.200.000 erano ‘neri’, almeno 400.000 ispanici, 20.000 cinesi, 26.000 nativi americani, 16.000 filippini e persino 30.000 americani di origine giapponese. Gravissimo errore, quindi.

Ma dove non arriva la politica di solito arrivano i giornalisti, perché meno legati a pregiudizi e retaggi del passato e più liberi, almeno nelle intenzioni, almeno alcuni, almeno altrove. E così 70 giorni dopo, il 12 marzo 1942 l’Associated Press non solo precisò il nome ed il cognome di quel soldato di colore, ma ne evidenziò i meriti in quel terribile 7 dicembre. Meriti e condotta che quasi offuscarono quelli di tutti gli altri premiati e già bene nominati il 1° gennaio 1942. Quel nome e quel cognome erano quelli di Doris Miller. La politica cercò di reagire e già il giorno dopo, il 13 marzo, il senatore James Mead avanzò addirittura la proposta di insignire Miller della “Medal of Honor”, il massimo riconoscimento.

In pochi giorni tutti parlavano negli USA di quel giovane soldato. Forse andando anche al di là del dovuto e quasi scavando nella ‘privacy’ di Doris Miller. Si seppe così che aveva solo 22 anni e che era veniva dal profondo Texas razzista, dalla popolosa Waco, dov’era nato il 12 ottobre 1919. Addirittura che portava stranamente un nome di donna, Doris appunto, perché l’ostetrica di fatto non era neanche stata quasi presente al parto - probabilmente perché la madre Henrietta era ‘di colore’ e quindi di serie B – e aveva censito inizialmente il neonato come fosse una femmina. Forse erano ancora i tempi retrogradi del Texas di ‘Via col vento’.

Si seppe così che Doris Miller già a 19 anni, nel settembre 1939, era entrato nella U.S. Navy e che aveva raggiunto la specializzazione, presso la Naval Station di Norfolk in Virginia, quale “Mess Attendant Third Class” una delle pochissime allora permesse agli afroamericani. Iniziò così, subito, a prestare servizio sulla nave da trasporto munizioni Pyro come aiuto cuoco e poi, il 2 gennaio 1940, sulla prestigiosa corazzata West Virginia, uno dei fiori all’occhiello della Marina Usa, dove in breve divenne il cuoco principale della nave.

E fu qui che forse per denaro, forse per passatempo, iniziò anche a praticare la boxe. Favorito dalla stazza fisica (1,91 metri di altezza per 90 kg di peso) divenne presto il campione dei pesi massimi della nave e anche per questo facilmente conosciuto dagli uomini della corazzata. Grazie al suo costante impegno sul lavoro, venne poi promosso di grado (a Mass Attendant Second Class) e dopo un breve periodo sulla Nevada fece ritorno sulla West Virginia il 3 agosto 1941. Questo probabilmente più per casualità che per specifica richiesta dei suoi superiori.

E così nella domenica di Pearl Harbor, Doris Miller era a bordo della sua West Virginia, ancorata nella baia, di servizio alle colazioni della truppa. Ma, in quel maledetto 7 dicembre, alle 7:57 la nave venne improvvisamente colpita dal primo di ben 9 siluri lanciati dal cielo dall’aereo del tenente Shigeharu Murata. Doris capì cosa stesse succedendo e senza che nessuno gli comandasse nulla – lui addetto alla cucina e alla lavanderia della truppa – raggiunse in fretta il suo posto di combattimento, una marginale postazione di contraerea, ma poco prima di arrivarci i giapponesi la distrussero. Se fosse arrivato un attimo prima, quel giorno, gli americani avrebbero avuto un morto in più nelle 2.403 vittime certificate.

Doris Miller non si perse d’animo e visto nelle vicinanze un suo ufficiale, il Tenente Comandante Doir C. Johnson, cercò di raggiungerlo per chiedere eventuali ordini. L’ufficiale, vista la sua forte stazza fisica, gli chiese soltanto di aiutarlo a soccorrere il Capitano Mervyn Bennion che era stato ferito all’addome da una scheggia e che, non volendo assolutamente abbandonare la nave, continuava ad impartire ordini a destra e a manca. Ordini essenziali in un momento così cruciale.

E da lì anche altri ufficiali di Bennion, come il Tenente Frederic White, ordinarono a Doris Miller e ad un altro marinaio, fisicamente altrettanto ben messo, Victor Delano, di caricare immediatamente due pesantissime mitragliatrici Browning sul ponte di comando e di sparare sugli aerei giapponesi. Ma se White e Delano erano preparati ed esperti, Doris non aveva mai sparato nemmeno un colpo con una pistola o con un fucile e mai nessuno lo aveva addestrato: quello non era incarico per un afroamericano, quello era un incarico per uomini di serie A. Ma Miller lo fece talmente bene, con coraggio ed efficacia, che sorprese sin da subito il tenente White, che non credeva ai suoi occhi.

La sua mitragliatrice continuava a sparare e a colpire, a sparare senza pause, almeno per 15 minuti di fila. Più di qualche aereo giapponese fu centrato. Poi le munizioni finirono e così Miller, assieme ora al Tenente Claude Ricketts tornarono dal Capitano Bennion. Doveva assolutamente essere portato a terra, ma in quel tentativo il capitano, oramai dissanguato, morì. In acqua vi rimanevano però centinaia e centinaia di altri marinai feriti, che potevano esser salvati prima che l’olio ed il fuoco li raggiungessero. E così fece, finché fu in grado fisicamente di farlo.

Un settimana dopo, con gli altri marinai superstiti della West Virginia, fu trasferito sul cacciatorpediniere Indianapolis, ma quanto fatto il 7 dicembre non passò in osservato e pertanto venne inserito nella lista, poi pubblicata il 1 gennaio, sebbene solo come “unnamed negro”. Poi sappiamo come è andata.

Se la politica USA - ancora alla ricerca della ‘vendetta’ sui giapponesi (la prima sarà a Midway il 4 giugno, tre mesi dopo) - era arrivata colpevolmente tardi, dopo il 13 marzo cercò di recuperare in fretta. E talvolta in modo scorretto o almeno approfittando, per proprio uso e consumo, della figura onesta e mite di Doris Miller, nonostante i suoi 1,91 metri e 90 kg di peso.

Venne data la massima pubblicità alla sua azione a Pearl Harbor: il Segretario per la Marina Frank Knox in un documento ufficiale – bene portato alla stampa e dalla stampa bene risaltato – lo definì come il “primo eroe americano della Seconda Guerra Mondiale”. E intervenne di persona anche il comandante in campo, il ‘numero uno’, il Presidente Roosevelt che l’11 maggio gli concesse la “Navy Cross”, a quel tempo la terza più alta onorificenza conferibile in tempo di guerra, dopo la Medal of Honor e la Navy Distinguished Service Medal. Se si fosse in un film, lo si chiamerebbe: dalle stalle alle stelle.

E dopo Roosevelt, la Marina. Il Comandante in capo della Flotta del Pacifico, l’Ammiraglio Chester Nimitz, volle personalmente appuntarla sul petto di Miller il 27 maggio in una festosa cerimonia ufficiale. E da qui iniziò una nuova vita per l’ex “unnamed negro”: 5 giorni dopo, il 1° giugno 1942, era già promosso a Mess Attendant First Class. Probabilmente il primo e fino allora unico ‘ruolo di prestigio e potere’ per un soldato ‘colored’.

Ma il ruolo, a cui Miller venne dedicato maggiormente dai Vertici politici, fu l’azione di propaganda: forte, massiccia, totale. Propaganda senza confini ma con obiettivo primario le classi più emarginate, ora bene rappresentate proprio da Doris Miller. Tutti potevano diventare eroi, tutti potevano ambire ad una medaglia, ad un posto d’onore nella Storia degli USA. Nessuno era per principio escluso, a priori , da qualsiasi ruolo anche di comando: bastava solo volerlo. In altre parole: il sogno americano di tutti.

Gli americani, bianchi e ‘colored’ erano diventati improvvisamente uguali, senza razzismi, senza apartheid, stessi diritti e doveri. Almeno sulla carta. Doris Miller per mesi e in particolare dal luglio 1942, guarda caso dopo la vittoria di Midway, divenne il simbolo della riscossa dell’America unita. Per tutti i 12 mesi successivi fu richiesta la sua partecipazione a numerosi ‘tour’ promozionali, sia per invogliare nuovi volontari a prendere la via del fronte che per vendere i famosi ‘bond di guerra’, i buoni del tesoro con cui i risparmiatori americani – anche quelli delle classi minori – finanziavano la guerra. Perché la guerra costava e non solo in vite e l’apporto, sebbene minore ma più frazionato, delle classi fino allora totalmente escluse o almeno emarginate era essenziale.

Doris Miller divenne in poche settimane ‘l’uomo immagine’ della guerra USA ai tiranni del mondo. Venne fotografato e le sue foto appese sui muri delle città. Venne chiamato dappertutto e la sua Wako che, 23 anni prima non sapeva nemmeno se era nato maschio o femmina, ora lo festeggiava come l’eroe di casa. E dopo il Texas, l’Oakland e via senza tappe in altri Stati. Fu chiamato coi massimi onori a presenziare il primo corso di marinai afroamericani presso la Great Lakes Naval Training Station in Illinois. Per tutti gli allievi era l’esempio da seguire, l’orgoglio personale, il riferimento per la loro ‘parificazione’, l’eroe che aveva reso i ‘colored’ uguali ai bianchi. Mai prima nessuno vi era riuscito così bene.

(Continua domani)

*Coordinatore della Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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