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L'Italia del 12 agosto
di
Rinaldo Battaglia *
“Viva l'Italia
L'Italia del 12 dicembre
L'Italia con le bandiere
L'Italia nuda come sempre
L'Italia con gli occhi aperti nella notte triste
Viva l'Italia
L'Italia che resiste.”
Francesco De Gregori cantò questa sua poesia nel 1979, nel decennale della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Una strage orrenda con alle spalle uomini di Ordine Nuovo e delle frange più estreme del movimento neofascista. Strage e azioni neofasciste a cui ‘l’Italia per bene’ di allora reagì e resistette. Il massimo esempio venne raggiunto il giorno del funerale quando, 3 giorni dopo, malgrado la giornata fredda e piovosa, 300.000 persone assieparono a Milano la piazza e lo stesso sagrato del Duomo, per dare l'ultimo saluto alle vittime e dire ancora NO al fascismo.
E tutti capirono - fascisti, neofascisti ed antifascisti - che Italia era quella del 12 dicembre.
Oltre 40 anni dopo, il 12 agosto 2012, un giornale della capitale – RomaToday – uscì con un articolo particolare, volutamente trascurato da tutti gli altri media.
L’articolo raccontava di quanto accaduto il giorno prima ad Affile, un paese di 1.500 anime in provincia di Roma, dove venne inaugurato un importante mausoleo al gen. Rodolfo Graziani. Il militare di grado più elevato a passare alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943, diventandone il braccio destro di Mussolini, il numero 2 ufficialmente, il ministro della guerra, il responsabile dei rastrellamenti e della politica di totale asservimento al regime criminale di Hitler.
L’articolo racconterà con dovizia di particolari che il monumento era stato costruito con un finanziamento pubblico da 130 mila euro della regione Lazio (anni dopo importanti giornali esteri quali New York Times, El Pais, il Daily Telegraph e la Bbc parleranno invece di 160 mila e comunque ribadiranno che risultavano sempre ‘pubblici’) e che quel giorno a festeggiare, in piazza San Sebastiano tra le bandiere della 'Giovane Italia', organizzazione giovanile dell’allora PdL (siamo prima della nascita di FdI) e a congratularsi reciprocamente per il risultato raggiunto dopo anni di sacrifici, erano presenti gli allora “assessori regionali Francesco Lollobrigida (Pdl) e Teodoro Buontempo (La Destra), oltre al senatore Oreste Tofani (Pdl)”.
L’articolo proseguì poi spiegando che a seguire, nella sala del centro anziani locale venne aperta una conferenza sulla 'Memoria del Generale Graziani' tenuta dallo storico don Ennio Innocenti del Clero romano. "Il progetto che abbiamo realizzato – disse per l’occasione il sindaco di Affile, Ercole Viri, del Pdl, introducendo i lavori - ha suscitato vane chiacchiere. L'opera era attesa non solo ad Affile, ma anche dalla Valle Aniene e dall'Italia intera".
Dopo la conferenza venne deposta una corona sulla tomba di Graziani, sepolto nel vecchio cimitero di Affile, poi una messa e l'intervento delle autorità al Parco Radimonte.
Anche l'allora assessore ai Trasporti del Lazio, e oggi ministro e cognato della Premier Giorgia Meloni, molto attento alle problematiche razziali ed etniche, Francesco Lollobrigida, intervenne all'inaugurazione del sacrario:
“In questi giorni ci sono state tante polemiche, troppe chiacchiere. Per noi della Valle Aniene l'affetto per il generale Rodolfo Graziani è stato sempre un punto di riferimento. Fino a tre anni fa quest'area era privata. Siamo qui con grande serenità per consegnare un bel monumento. I soldi sono stati spesi bene e si è realizzata un'opera in economia dimostrando capacità amministrativa e buona politica".
Per non essere da meno, anche l’altro assessore regionale presente alla cerimonia, Teodoro Buontempo (La Destra), aggiunse due parole: "qui non ci sono parole di odio. C'é solo una parte della popolazione italiana legata a certe idee ed eventi. Graziani era un vero militare e bene ha fatto il sindaco di Affile a ricordare la sua figura".
Solo 50 giorni dopo, un grande giornalista – di nome e di fatto - Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera (del 30 settembre 2012) ritenne opportuno intervenire – visto il silenzio assordante di tutti gli altri – e spiegare chi era stato veramente Rodolfo Graziani:
“non solo un militare che scelse il fascismo invece che il Regno d’Italia, ma un criminale di guerra, responsabile di numerose atrocità durante e dopo la campagna d’Etiopia”.
Gian Antonio Stella scrisse anche che il gen. Graziani fu processato dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e condannato a 19 anni di carcere (poi, tramite le amnistie, scontò solo 4 mesi di prigione), sebbene i reati che gli furono contestati riguardavano ‘solo’ il suo ruolo di capo militare delle forze della Repubblica di Salò. Graziani infatti non venne mai processato per i crimini commessi in Etiopia, sia durante l’invasione che dopo, durante il periodo in cui ebbe la carica di viceré.
E questo sebbene Graziani venne definito un criminale di guerra dall’ONU per l’uso di gas tossici, vietati da tutte le convenzioni, per aver ordinato rappresaglie indiscriminate e persino per aver comandato il massacro di 1.400 sacerdoti e religiosi etiopi, oltre al massacro dello Yakitit 12 del febbraio 1937. Come ‘non-noto’ nel dopoguerra più volte l’Etiopia chiese la sua estradizione per processarlo, ma la richiesta non venne mai accolta dai nostri governi, da De Gasperi in poi.
Probabilmente l’articolo di Gian Antonio Stella era la risposta storica ad affermazioni politiche dell’uomo forte del momento, Francesco Storace, che in quei giorni era è arrivato a dettare all’Ansa una notizia intitolata «Non infangare Graziani» e a sostenere che «nel processo che gli fu intentato nel 1948 fu riconosciuto colpevole e condannato a soli due anni di reclusione per la semplice adesione alla RSI».
Evidentemente quel politico forse non aveva mai letto il dizionario biografico Treccani dove spiegava anche ai bambini dell’asilo, che il 2 maggio 1950 ‘il maresciallo Graziani fu condannato a 19 anni di carcere’ e che fu grazie ad una serie di condoni ed amnistie che ne scontò, vergognosamente, molti, molti di meno.
La notizia del mausoleo di Affile tornò alla ribalta politica 10 anni dopo e trovò il suo vertice in un importante articolo del 26 marzo 2021 a firma di Patrizia Maciocchi su ‘Il Sole 24 ore’.
Patrizia Maciocchi - altra grande giornalista di nome e di fatto - aveva infatti ripreso un articolo del New York Times, che dopo El Pais, il Daily Telegraph e la Bbc (che avevano ricordato i 160 mila euro di soldi pubblici spesi per realizzare un mausoleo malgrado la sanguinaria biografia del generale Graziani), si interrogava ancora “sulla ragione che aveva spinto l’Italia ad onorare personaggio che aveva guadagnato sul campo il titolo di macellaio. Come se in Germania, a Monaco, si facesse un monumento alla memoria di Goebbels o Goering”.
La giornalista riprese, peraltro, anche pagine che lo stesso Rodolfo Graziani scrisse a suo tempo in risposta “a chi gli chiedeva se non avesse gli incubi dopo le mattanze che aveva ordinato, come quella di tutti i preti e i diaconi cristiani etiopi di Debra Libanos, fatti assassinare e sgozzare dalle truppe islamiche in divisa italiana”: «Mai dormito tanto tranquillamente».
Forti, decise e taglienti le parole usate da Patrizia Maciocchi nell’articolo: “Dormono tranquilli anche quelli che hanno speso soldi pubblici per erigere in Ciociaria un sacrario a quel macellaio? Se è così non conoscono la storia”.
Se è così non conoscono la Storia!
Un giorno il grande filosofo francese Henry Bernard Levy, scrisse che rimuovere il ricordo di un crimine vuol dire commetterlo di nuovo: infatti il negazionismo «è, nel senso stretto, lo stadio supremo del genocidio».
Il 12 agosto 2012 un giornale di Roma celebrava in pompa magna l’inaugurazione di un mausoleo a memoria di quello che, secondo lo storico Angelo Del Boca, massimo studioso di quel periodo, fu «il più sanguinario assassino del colonialismo italiano». Il tutto senza che la vergognosa vicenda avesse sollevato doverose e scandalizzate reazioni nell’opinione pubblica italiana, dell’Italia ‘per bene’ almeno. Al nostro posto lo hanno fatto altri - gli stranieri – con gli articoli sul New York Times o servizi della Bbc.
Sempre in quel 12 agosto 2012 a 436 km di distanza, a Sant’Anna di Stazzema, nell’Alta Versilia, l’allora presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, tedesco di Germania, volle esser presente alla 68° ricorrenza della strage nazifascista, coi suoi 560 morti civili, per lo più anziani donne e bambini, la più grande avvenuta in Italia dopo Marzabotto/Monte Sole del mese successivo.
”E’ impossibile descrivere con parole la crudeltà di tali fatti. Mi presento oggi a voi come tedesco, profondamente scosso dalla disumanità dell’eccidio qui perpetrato in nome del mio popolo. Oggi voglio commemorare le vittime di questo eccidio”.
E proseguì tra il silenzio assordante dei presenti:
“Non dimenticare mai e mantenere vivo il ricordo. Affinchè mai più in Europa ideologie disumane e regimi criminali ritornino a mostrare il loro ghigno odioso. Questo è il compito che dobbiamo trasmettere alle generazioni che ci seguiranno. E’ vostro merito, il merito dei sopravvissuti di Sant’Anna di Stazzema, aver mantenuto vivo il ricordo delle vittime del massacro. Il monumento-ossario ai martiri di Sant’Anna di Stazzema è divenuto in tal modo un simbolo del perdono”.
Non solo: l’allora presidente del Parlamento Europeo fece chiari riferimenti alla realtà del 2012 e ne risultava assai preoccupato:
“In questo momento, nel mezzo della crisi, ci accorgiamo che in molte parti d’Europa risorgono nuovamente vecchi stereotipi, pregiudizi e si agitano addirittura i fantasmi del nemico. Il seme della discordia, per rancore degli egoismi nazionali è stato gettato. Questa atmosfera surriscaldata ha creato le condizioni perché ancora una volta in Europa si sobilli l’odio contro le minoranze. Non possiamo permetterci di ricadere negli antichi errori.
Se questo spirito foriero di sciagure per i popoli europei conquistasse la maggioranza degli Stati membri dell’Unione, se gli riuscisse di rimettere in questione il carattere di collante di popoli di questa unione, allora ritornerebbero con esso anche gli spettri della prima metà del XX secolo. La libertà, l’umanità devono essere riconquistate ogni giorno, questo è il nostro compito, questa è la missione che ci hanno assegnato i martiri di Sant’Anna di Stazzema”.
Il presidente tedesco Martin Schulz si assunse anche, in quanto figlio della vecchia Germania nazista, le responsabilità di quel crimine e si fermò lì. Non volle andare oltre.
Non volle dire che quel giorno a massacrare i bambini di Sant’Anna non vi erano solo le S.S. di Max Simon ma anche fior fiore di fascisti locali, figli di Salò e subalterni al gen. Graziani quali Aleramo Garibaldi, Giuseppe Ricci e Guido Buratti. E non volle nemmeno precisare che sempre Max Simon, il kommandant della 16. SS Panzer-Grenadier Division nel processo di Padova dichiarò che in quella sua divisione, che “contava circa dieci-dodicimila uomini, vi erano tedeschi, alsaziani ed italiani, e che nelle retrovie la metà degli effettivi erano italiani”.
Tesi purtroppo confermata anche dalla S.S. Frederich Knorr, che comandava tutti i servizi della divisione, e aveva alle sue dipendenze circa 320 uomini: “il 20% di tutti i rami dell’amministrazione era composto da Italiani. Io avevo 120 Italiani volontari. La stessa uniforme di qualsiasi altro soldato delle SS” (testimonianze al processo di Padova contro Simon celebrato da una corte militare britannica (29.5.1947 – 26.6.1947): deposizione di Max Simon, National Archives London, WO, 235/585, p. 134; deposizione di Otto Baum, ivi, p. 194; deposizione di Frederich Knorr, ivi, p. 206).
Quello era il 12 agosto del 2012: quella era l’Italia di Affile e di Sant’Anna di Stazzema.
E noi oggi chi siamo? Oggi che l'allora assessore ai Trasporti del Lazio è democraticamente diventato ministro della Repubblica e coi suoi amici detiene il potere, e quindi anche l’informazione e la cultura? Oggi che i martiri di Sant’Anna, bambini in quel 12 agosto 1944, sono tutti morti e hanno raggiunto in cielo gli altri quel giorno barbaramente uccisi?
Oggi noi chi siamo?
L’Italia del 12 agosto è quella di Affile o quella di Sant’Anna di Stazzema?
“Viva l'Italia
L'Italia che resiste.”
L’Italia che resiste? Fino a quando?
“Viva l'Italia di Sant’Anna
L'Italia del 12 agosto
L'Italia con le bandiere
L'Italia nuda come sempre
Viva l'Italia
L'Italia che resiste ad ogni costo.”
12 agosto 2023 –79 anni dopo
* Coordinatore della Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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