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28 gennaio 2012
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Osservatorio : rapporto su Cittadinanza e Costituzione 2012 - 2
a cura di Alessandro Balducci*

Se c'è bisogno di una riforma immediata ed urgente, quella deve essere proprio la riforma del meccanismo di verifica dell'incostituzionalità delle leggi e dei provvedimenti approvati dal Parlamento. Tale importante azione di controllo attualmente viene - o dovrebbe essere - esercitata, come noto, dal Parlamento, dal Capo dello Stato e dalla Consulta.

I Padri Fondatori, anche per questo motivo, avevano pensato ad un sistema elettorale proporzionale in modo che nel Parlamento fossero rappresentate tutte le forze politiche così da avere la massima discussione possibile sulle leggi e, soprattutto, sulle proposte di modica della stessa Costituzione. Il meccanismo elettorale maggioritario, introdotto senza l'adeguamento del sistema dei "pesi e contrappesi" ha finito per esautorare il Parlamento da questa importante azione di controllo, visto che la maggioranza parlamentare, saldamente controllata dall'esecutivo, tutte le volte che si procede alla verifica della costituzionalità o meno di un provvedimento legislativo, vota secondo le indicazioni dell'esecutivo. Passato questo filtro rimangono soltanto il Capo dello Stato, a cui spetta il compito di firmare i provvedimenti emanati dal Parlamento e la Consulta. Il Presidente della Repubblica può decidere di non firmare i provvedimenti soltanto in caso di evidente violazione della Costituzione riconosciuta in essi. E in ogni caso, se il provvedimento dovesse essergli sottoposto nuovamente, egli è praticamente obbligato a firmarlo.

A questo punto l'unico filtro è costituito dalla Consulta, il cui pronunciamento o meno sulla legittimità costituzionale del provvedimento legislativo arriva anche dopo mesi o anni dalla sua pubblicazione in G.U. Nel frattempo il provvedimento -magari riconosciuto poi essere incostituzionale - ha tutto il tempo ed i modi di esplicare i suoi effetti nefasti. E' evidente che l'introduzione del maggioritario, così come è stata attuata all'interno del meccanismo istituzionale preesistente, abbia comportato uno sbilanciamento di quel sistema di pesi e contrappesi che aveva nel sistema elettorale proporzionale un punto di equilibrio. Se il Parlamento, che rispecchia la volontà dell'esecutivo, non è in grado di affrontare con la necessaria obbiettività la verifica d'incostituzionalità sui provvedimenti di volta in volta esaminati, allora sarebbe opportuno che tale ruolo fosse svolto dalla stessa Consulta: ma prima della firma da parte del Capo dello Stato, non dopo! Ed è anche evidente che lo strumento referendario, concepito sempre all'interno di un sistema di regole che vedeva il Parlamento eletto con sistema proporzionale, deve essere adeguato alla nuova situazione: in particolare deve essere reso più incisivo e rafforzato. Per esempio, da più parti si chiede ormai che venga eliminato o perlomeno ridimensionato il quorum elettorale per la validità del referendum abrogativo. Mentre per quanto riguarda le procedure di modifica costituzionale previste dall'art. 138, si rimanda alle considerazioni svolte in [1]: per esempio l'aumento del quorum parlamentare necessario per l'approvazione delle leggi di modifica della Costituzione visto che l'attuale quorum - sempre pensato per un Parlamento eletto su base proporzionale - è assolutamente insufficiente. Non è questa la sede per affrontare il tema della costituzionalità o meno dell'attuale legge elettorale, il cosiddetto porcellum, che assegna sostanzialmente alle segreterie dei partiti la designazione dei candidati che poi gli elettori dovranno ratificare con il voto senza possibilità di pre-selezione. A tal proposito val la pena soltanto ricordare le polemiche ed il dibattito che hanno accompagnato la decisione della Consulta nel 2012 di dichiarare inammissibili le richieste di referendum per l'abrogazione della legge elettorale vigente [2].

Semmai, in questa sede interessa evidenziare le occasioni in cui le istituzioni non hanno resistito alla tentazione, non diciamo di violare, ma perlomeno di aggirare i dettami costituzionali. A volte in nome dell'interesse personale di qualche politico di primo piano; altre volte in nome del "supremo" interesse economico, della necessità di salvare posti di lavoro o di altri obbiettivi considerati talmente importanti ed indispensabili da giustificare anche delle "deroghe" alle procedure ed ai principi costituzionali. Il caso della vicenda Ilva di Taranto ne è un esempio [3]. Anche per quanto riguarda il pluralismo e la Libertà d'Informazione, il dettato costituzionale è ancora lontano dall'essere realizzato: la mancata volontà politica di procedere all'approvazione di un'onesta legge contro il conflitto d'interesse causa esso stesso di un'abnorme concentrazione di media (giornali, periodici, televisioni) nelle mani di un solo politico-imprenditore, costituisce un macigno sulla strada verso lo sblocco dell'attuale sistema informativo e l'affermazione della pluralità dei media. Situazione ancora più incomprensibile ed ingiustificabile, se si pensa che tutto ciò accade sotto gli occhi dell'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (che evidentemente preferisce guardare altrove…).

continua >

* Coordinatore della Commissione Cittadinanza e Costituzione dell'Osservatorio sulla Legalità e sui Diritti ONLUS. Hanno contribuito Mauro Giannini e Tamara Gallera


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