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Avvocati e diritto alla riservatezza dei colloqui con il difensore
di
UCPI
Riportiamo
di seguito lo stralcio di un intervento del 20 dicembre della
Giunta dell'Unione Camere Penali Italiane riguardante il diritto
del cittadino alla riservatezza dei propri colloqui con il
difensore e che
prende l'avvio dalle misure cautelari in carcere previste
dal tribunale per un avvocato napoletano per comportamenti
rilevati - secondo notizie stampa - a seguito di intercettazioni
di colloqui con clienti. L'Osservatorio
si è sempre battuto per la difesa dellimportantissimo
strumento di indagine delle intercettazioni ma ha sempre difeso
anche il segreto dei colloqui difensivi, non ritenendo che
le due cose siano antitetiche, ma che anzi occorra tutelare
l'uno per tutelare le altre e viceversa.
"...nella
vicenda in esame l’aspetto che più di ogni altro desta la
preoccupazione dei penalisti italiani è che, per quanto si
è potuto apprendere dagli organi di informazione, la misura
si fonderebbe tra l’altro su una prolungata e continuativa
attività di intercettazione ambientale avvenuta nello studio
del professionista e proseguita per diversi mesi. E’ del tutto
pleonastico ricordare in questa sede i principi che regolano
la materia della captazione delle conversazioni tra difensore
e proprio assistito ed i limiti, anche di natura costituzionale,
che investono tale attività. Soltanto l’idea che, per lunghi
mesi, ciò che si è detto intorno alla scrivania di un avvocato,
nella sacralità del suo studio professionale, sia stato puntualmente
ascoltato ed annotato dalla Polizia Giudiziaria è cosa che
ci lascia esterrefatti.
I penalisti sanno bene che quanto è accaduto non è altro che
il precipitato di una giurisprudenza che, con il passare del
tempo, attraverso decisioni sempre più aggressive nei confronti
della funzione difensiva, ha sostanzialmente abrogato il divieto,
tassativo ed inderogabile, di intercettazione dei colloqui
fra difensore ed assistito, pleonasticamente ed ipocritamente
ancora oggi scolpito nell’art. 103 del codice di procedura
penale. Quando si consolida la perversa interpretazione secondo
la quale prima si ascolta, poi si annota e soltanto in un
momento successivo si stabilisce se quella conversazione sia
utilizzabile o meno ai fini processuali, è evidente a tutti
che la garanzia che il legislatore aveva previsto a tutela
della riservatezza dell’attività difensiva viene svuotata
di ogni significato e si traduce in un inutile orpello.
Quello
che non si vuole comprendere - purtroppo anche da parte della
magistratura associata che bolla frettolosamente come “corporativo”
ogni nostro intervento sul punto - è che la segretezza della
funzione difensiva non è affatto una garanzia per la persona
fisica del difensore e tanto meno una previsione di impunità
per il professionista coinvolto ma rappresenta invece un baluardo
invalicabile a tutela delle garanzie dello stesso cittadino
indagato o imputato. Ciò che viene massacrato attraverso la
sistematica captazione delle conversazioni tra avvocato e
cliente non è l’avvocato, ma la libertà del cittadino che
a lui si affida e, in definitiva, il suo sacrosanto diritto
a difendersi. Proprio il caso in questione rappresenta una
plastica dimostrazione di quanto sin qui detto.
In
tutto il periodo in cui è rimasta in funzione la microspia
sistemata sotto la scrivania del collega, quali e quanti colloqui
di ignari cittadini sono stati ascoltati e, magari, diligentemente
trascritti dalla polizia giudiziaria? Quante confidenze sono
giunte alle orecchie degli investigatori? E su queste informazioni,
gli infaticabili ascoltatori hanno o non hanno orientato la
propria attività investigativa? Come si fa a non cogliere
il devastante corto circuito che si realizza attraverso una
siffatta incursione negli spazi più intimi e riservati dell’attività
difensiva? In questa prospettiva, tanto per fare un esempio,
assume contorni francamente inquietanti l’episodio – pure
riportato dalla stampa – che ha visto, pochi giorni or sono,
l’arresto di un latitante proprio nello stesso studio professionale
in cui erano in corso le captazioni. Questo fatto non turba
nessuno?
Il collega ... avrà modo di difendersi nelle sedi opportune
ed il mondo forense gli augura, con tutto il cuore, di dimostrare
non soltanto la propria innocenza ma anche la trasparenza
e la correttezza della propria attività professionale. Per
il momento, però, una vittima già c’è e non ha nulla a che
vedere con il merito delle accuse che vengono rivolte al professionista:
è il diritto di difesa, il diritto per ogni cittadino di costruire
in assoluta libertà ed al riparo da sguardi indiscreti la
strategia che ritiene più utile per respingere le accuse che
gli vengono mosse. E’ un diritto che riguarda tutti noi. Avvocati,
magistrati, poliziotti e comuni cittadini. Ogni insulto a
questo diritto rende il nostro sistema giudiziario meno libero
e meno giusto".
 
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