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Trattativa e intercettazioni : i cittadini devono sapere
di
Alessandro Balducci e Rita Guma*
"Dopo
la fuga dei fascisti, e il passaggio delle truppe di occupazione
alleata, si erano impossessati di interi arsenali, moltiplicando
il loro potere di morte, e di controllo sul territorio. Obiettivo:
difendere i feudi e avere tutti i margini di manovra negli
interessi che accomunano separatisti e mafiosi. Secondo il
generale dei Carabinieri Brunetto Brunetti (rapporto del 18/02/1946)
avevano capi in comune e, quindi, autorità dalla loro parte,
come il generale Paolo Berardi, comandante dell’esercito italiano
in Sicilia, monarchico della prima ora e organico all’aristocrazia
separatista del catanese. Personaggio oscuro, a tal punto
che – come ebbe a sottolineare Li Causi – mentre “faceva il
compromesso con Giuliano, i carabinieri venivano uccisi nella
lotta contro i separatisti.” (G. Casarrubea, “Portella
della Ginestra”, Franco Angeli ed., 2002).
A vent'anni dalla strage di via D’Amelio sarà possibile, almeno
in questo caso, sapere la verità su quel periodo oscuro della
nostra storia? Nel Paese delle “stragi impunite”, riusciremo
a dipanare la fitta rete di connivenze e complicità che hanno
contribuito non poco all’attuazione dei crimini mafiosi dei
primi anni ’90? L’attenzione dei mass-media è tutta incentrata
sulla mancata distruzione dei nastri con le telefonate intercettate
tra il Quirinale e il sen. Nicola Mancino.
Dopo
l'iniziativa del Presidente Napolitano che, con un decreto
ha sollevato un conflitto di attribuzioni alla Consulta nei
confronti della Procura di Palermo, nelle tv e sulle pagine
dei quotidiani proliferano interventi e commenti sul conflitto
tra i magistrati che hanno l’obbligo di indagare a 360 gradi
sulla presunta trattativa tra lo stato e la mafia e l’immunità
di cui gode la più alta carica dello Stato nell’esercizio
delle sue funzioni. Le Istituzioni e la classe politica dovrebbero
favorire, una volta tanto, il lavoro che i magistrati stanno
portando avanti per far luce su quella trattativa che risulta
essere strettamente correlata con le stragi dei primi anni
'90 e, in particolare, con l’assassinio del giudice Paolo
Borsellino.
Vorremmo
attirare l’attenzione di chi ci segue su alcuni aspetti che,
a nostro modesto avviso, vengono poco evidenziati dagli editorialisti
e dai commentatori, a parte poche ma assai lodevoli eccezioni.
Innanzitutto la ”storia criminale” di questo paese (riprendendo
la felice definizione di Carlo Lucarelli) è li a dimostrare
che le Istituzioni della Repubblica purtroppo non sono nuove
a comportamenti del genere, come già riportato nel brano estratto
dall’interessante libro di Giuseppe Casarrubea. Pezzi delle
Istituzioni (servizi segreti, forze armate, magistrati, politici
e funzionari pubblici) che intavolano trattative, o comunque
interloquiscono, con i poteri criminali, mentre altri esponenti
delle medesime Istituzioni muoiono dilaniati dalle bombe e
dai proiettili mafiosi nell’adempimento del proprio dovere.
E’ un comportamento a cui avremmo preferito non assistere
mai più, considerata l’efferatezza e l’elevatissimo costo
sociale ed economico del potere mafioso in Italia.
Pensiamo
un attimo alle decine di milioni di euro drenati annualmente
dalla criminalità organizzata attraverso il pizzo, il racket
ed attraverso il controllo illecito degli appalti. Risorse
finanziarie che potrebbero essere usate per risollevare l’economia
e risanare il territorio ma che finiscono invece ad ingrassare
le tasche di boss ignoranti e sanguinari. Pensiamo a quanto
sono costate – e continuano a costare – ai contribuenti le
opere pubbliche inutili o in eterna manutenzione, come la
famigerata autostrada Salerno – Reggio Calabria. Pensiamo,
soprattutto, alle centinaia di persone – giornalisti, poliziotti,
carabinieri, magistrati, amministratori pubblici - uccise
o menomate per sempre nel corpo e nello spirito da Cosa Nostra,
camorra, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita ed agli altrettanti
lutti di familiari e parenti.
Avremmo preferito che i fatti e le circostanze narrate dallo
storico Casarrubea fossero, appunto, confinati a quel circoscritto
periodo storico. Ed invece le cronache giudiziarie e le sentenze
sono lìi a dirci che le “trattative” tra stato e Cosa
nostra sono avvenute ancora negli anni ’90, a ridosso delle
stragi di Capaci e di via D’Amelio. C’è un altro aspetto che
occorre considerare quando si trattano le questioni legate
ai poteri mafiosi ed alla lotta per contrastarli da parte
delle Istituzioni: come ha insegnato l’esperienza di questi
ultimi decenni, la battaglia alle mafie non può essere vinta
se non si promuove il coinvolgimento della società civile
e dell’opinione pubblica. Questa idea di fondo costituisce,
insieme ad altre ragioni, una delle motivazioni che spinsero
un gruppo di persone diversi anni fa a creare l’Osservatorio:
diffondere nella popolazione, attraverso l’iniziativa volontaria
e una corretta informazione, la consapevolezza dell’importanza
della lotta a tutti i livelli contro le mafie. Una lotta che
è soprattutto azione quotidiana, ed anche individuale, oltre
che collettiva.
Riteniamo
che una Cittadinanza correttamente informata sia maggiormente
resistente al contagio della subcultura mafiosa e sia più
attrezzata per difendere sé stessa ed il territorio in cui
vive dall’abbraccio asfissiante e mortale delle mafie. Come
esempio, basterebbe ricordare il libro di Roberto Saviano,
Gomorra, che permise ad una vasta area di opinione pubblica
di conoscere fatti e dinamiche criminali che fino a quel momento
erano esclusivo appannaggio delle Istituzioni deputate al
contrasto della criminalità organizzata (Magistratura, Forze
dell’ordine) e dei pochi gruppi di cittadini che per vari
motivi si interessavano alla “Questione mafiosa”. La cultura
mafiosa è basata - ricordiamolo sempre - proprio sull’omertà,
sull’ignoranza e sulla cattiva informazione.
Se è vero che, dopo il decreto del Presidente Napolitano,
sarà la Consulta a stabilire se i magistrati di Palermo hanno
agito in conformità alle leggi vigenti, è altrettanto vero
che i Cittadini di questo paese che hanno subìto sulla loro
pelle le conseguenze nefaste delle mafie (e ne continuano
a pagare i costi anche economici!) hanno il diritto-dovere
di sapere se vi possa essere anche un indizio che alte cariche
dello stato intervenivano o meno per orientare le indagini
dei magistrati sulla trattativa e sul coinvolgimento in essa
di personaggi politici di primo piano. La ricerca della verità
e la comprensione degli avvenimenti di quel periodo oscuro
sono necessari per consentire a questo martoriato paese di
affrontare con la necessaria fermezza e determinazione la
lotta alle mafie, ma anche per supportare gli uomini e le
donne - magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e onesti
amministratori pubblici - che ogni giorno si espongono in
prima persona contro i poteri criminali.
Ci
auguriamo anche che tale vicenda non venga strumentalizzata
per sostenere una nuova normativa restrittiva sulle intercettazioni,
perchè occorre garantire da un lato la possibilità di ampie
indagini agli inquirenti e dall'altro il diritto dei cittadini
ad essere informati su questioni di pubblico interesse che
la Corte dei diritti dell'uomo ha più volte ribadito
essere prioritario in una società democratica rispetto al
diritto alla privacy dei personaggi pubblici.
*
rispettiamente Coordinatore della Commissione "Cittadinanza
e Costituzione" dell'Osservatorio e presidente dell'Osservatorio
 
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Intercettazioni:
risultati dell'inchiesta parlamentare contraddicono Alfano
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