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20 luglio 2012
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Trattativa e intercettazioni : i cittadini devono sapere
di Alessandro Balducci e Rita Guma*

"Dopo la fuga dei fascisti, e il passaggio delle truppe di occupazione alleata, si erano impossessati di interi arsenali, moltiplicando il loro potere di morte, e di controllo sul territorio. Obiettivo: difendere i feudi e avere tutti i margini di manovra negli interessi che accomunano separatisti e mafiosi. Secondo il generale dei Carabinieri Brunetto Brunetti (rapporto del 18/02/1946) avevano capi in comune e, quindi, autorità dalla loro parte, come il generale Paolo Berardi, comandante dell’esercito italiano in Sicilia, monarchico della prima ora e organico all’aristocrazia separatista del catanese. Personaggio oscuro, a tal punto che – come ebbe a sottolineare Li Causi – mentre “faceva il compromesso con Giuliano, i carabinieri venivano uccisi nella lotta contro i separatisti.” (G. Casarrubea, “Portella della Ginestra”, Franco Angeli ed., 2002).

A vent'anni dalla strage di via D’Amelio sarà possibile, almeno in questo caso, sapere la verità su quel periodo oscuro della nostra storia? Nel Paese delle “stragi impunite”, riusciremo a dipanare la fitta rete di connivenze e complicità che hanno contribuito non poco all’attuazione dei crimini mafiosi dei primi anni ’90? L’attenzione dei mass-media è tutta incentrata sulla mancata distruzione dei nastri con le telefonate intercettate tra il Quirinale e il sen. Nicola Mancino.

Dopo l'iniziativa del Presidente Napolitano che, con un decreto ha sollevato un conflitto di attribuzioni alla Consulta nei confronti della Procura di Palermo, nelle tv e sulle pagine dei quotidiani proliferano interventi e commenti sul conflitto tra i magistrati che hanno l’obbligo di indagare a 360 gradi sulla presunta trattativa tra lo stato e la mafia e l’immunità di cui gode la più alta carica dello Stato nell’esercizio delle sue funzioni. Le Istituzioni e la classe politica dovrebbero favorire, una volta tanto, il lavoro che i magistrati stanno portando avanti per far luce su quella trattativa che risulta essere strettamente correlata con le stragi dei primi anni '90 e, in particolare, con l’assassinio del giudice Paolo Borsellino.

Vorremmo attirare l’attenzione di chi ci segue su alcuni aspetti che, a nostro modesto avviso, vengono poco evidenziati dagli editorialisti e dai commentatori, a parte poche ma assai lodevoli eccezioni. Innanzitutto la ”storia criminale” di questo paese (riprendendo la felice definizione di Carlo Lucarelli) è li a dimostrare che le Istituzioni della Repubblica purtroppo non sono nuove a comportamenti del genere, come già riportato nel brano estratto dall’interessante libro di Giuseppe Casarrubea. Pezzi delle Istituzioni (servizi segreti, forze armate, magistrati, politici e funzionari pubblici) che intavolano trattative, o comunque interloquiscono, con i poteri criminali, mentre altri esponenti delle medesime Istituzioni muoiono dilaniati dalle bombe e dai proiettili mafiosi nell’adempimento del proprio dovere. E’ un comportamento a cui avremmo preferito non assistere mai più, considerata l’efferatezza e l’elevatissimo costo sociale ed economico del potere mafioso in Italia.

Pensiamo un attimo alle decine di milioni di euro drenati annualmente dalla criminalità organizzata attraverso il pizzo, il racket ed attraverso il controllo illecito degli appalti. Risorse finanziarie che potrebbero essere usate per risollevare l’economia e risanare il territorio ma che finiscono invece ad ingrassare le tasche di boss ignoranti e sanguinari. Pensiamo a quanto sono costate – e continuano a costare – ai contribuenti le opere pubbliche inutili o in eterna manutenzione, come la famigerata autostrada Salerno – Reggio Calabria. Pensiamo, soprattutto, alle centinaia di persone – giornalisti, poliziotti, carabinieri, magistrati, amministratori pubblici - uccise o menomate per sempre nel corpo e nello spirito da Cosa Nostra, camorra, 'ndrangheta e Sacra Corona Unita ed agli altrettanti lutti di familiari e parenti.

Avremmo preferito che i fatti e le circostanze narrate dallo storico Casarrubea fossero, appunto, confinati a quel circoscritto periodo storico. Ed invece le cronache giudiziarie e le sentenze sono lìi a dirci che le “trattative” tra stato e Cosa nostra sono avvenute ancora negli anni ’90, a ridosso delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. C’è un altro aspetto che occorre considerare quando si trattano le questioni legate ai poteri mafiosi ed alla lotta per contrastarli da parte delle Istituzioni: come ha insegnato l’esperienza di questi ultimi decenni, la battaglia alle mafie non può essere vinta se non si promuove il coinvolgimento della società civile e dell’opinione pubblica. Questa idea di fondo costituisce, insieme ad altre ragioni, una delle motivazioni che spinsero un gruppo di persone diversi anni fa a creare l’Osservatorio: diffondere nella popolazione, attraverso l’iniziativa volontaria e una corretta informazione, la consapevolezza dell’importanza della lotta a tutti i livelli contro le mafie. Una lotta che è soprattutto azione quotidiana, ed anche individuale, oltre che collettiva.

Riteniamo che una Cittadinanza correttamente informata sia maggiormente resistente al contagio della subcultura mafiosa e sia più attrezzata per difendere sé stessa ed il territorio in cui vive dall’abbraccio asfissiante e mortale delle mafie. Come esempio, basterebbe ricordare il libro di Roberto Saviano, Gomorra, che permise ad una vasta area di opinione pubblica di conoscere fatti e dinamiche criminali che fino a quel momento erano esclusivo appannaggio delle Istituzioni deputate al contrasto della criminalità organizzata (Magistratura, Forze dell’ordine) e dei pochi gruppi di cittadini che per vari motivi si interessavano alla “Questione mafiosa”. La cultura mafiosa è basata - ricordiamolo sempre - proprio sull’omertà, sull’ignoranza e sulla cattiva informazione.

Se è vero che, dopo il decreto del Presidente Napolitano, sarà la Consulta a stabilire se i magistrati di Palermo hanno agito in conformità alle leggi vigenti, è altrettanto vero che i Cittadini di questo paese che hanno subìto sulla loro pelle le conseguenze nefaste delle mafie (e ne continuano a pagare i costi anche economici!) hanno il diritto-dovere di sapere se vi possa essere anche un indizio che alte cariche dello stato intervenivano o meno per orientare le indagini dei magistrati sulla trattativa e sul coinvolgimento in essa di personaggi politici di primo piano. La ricerca della verità e la comprensione degli avvenimenti di quel periodo oscuro sono necessari per consentire a questo martoriato paese di affrontare con la necessaria fermezza e determinazione la lotta alle mafie, ma anche per supportare gli uomini e le donne - magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e onesti amministratori pubblici - che ogni giorno si espongono in prima persona contro i poteri criminali.

Ci auguriamo anche che tale vicenda non venga strumentalizzata per sostenere una nuova normativa restrittiva sulle intercettazioni, perchè occorre garantire da un lato la possibilità di ampie indagini agli inquirenti e dall'altro il diritto dei cittadini ad essere informati su questioni di pubblico interesse che la Corte dei diritti dell'uomo ha più volte ribadito essere prioritario in una società democratica rispetto al diritto alla privacy dei personaggi pubblici.

* rispettiamente Coordinatore della Commissione "Cittadinanza e Costituzione" dell'Osservatorio e presidente dell'Osservatorio


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