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12 giugno 2012
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Costituzione : quale riforma ?
di Alessandro Balducci*

Lorenza Carlassare, in un recentissimo e interessante dibattito pubblico svoltosi a Ravenna sul progetto di “riforma” costituzionale in discussione al Parlamento, ha fatto un’affermazione di un buon senso disarmante: “Quando ci si mette a discutere sulla necessità di cambiare qualcosa, è perché evidentemente quella cosa che si vuole cambiare allo stato attuale non funziona o ha mostrato dei limiti”. Quindi, se si decide di cambiare o modificare uno o più articoli della Costituzione, si dovrebbe avere ben chiaro in testa cosa non va o cosa non funziona di quegli articoli.

Se si scorrono le proposte di modifica costituzionale ci si rende conto che lo spirito della riforma e di coloro che l’hanno ideata, al di là della sbandierata riduzione del numero dei parlamentari che è di entità assai poco significativa, è sempre quello: rafforzare il potere esecutivo rispetto agli altri poteri dello stato in nome di una presunta “maggiore efficienza dell’azione di governo”. Ma c’è veramente bisogno di rafforzare il governo attribuendogli altre funzioni e prerogative rispetto a quelle già previste nella Carta Fondamentale e sottraendoli al Parlamento ed al Presidente della Repubblica?

Come emerso nel convegno di Ravenna, gli ultimi avvenimenti politici, da un anno a questa parte, hanno semmai dimostrato che i problemi più drammatici per la tenuta economica e sociale del Paese siano stati originati dall’impossibilità di far dimettere un governo evidentemente incompetente ma dotato di una larga maggioranza parlamentare. Quindi il problema non è quello di avere un “governo più forte e stabile”, ma un governo che sia più vincolato al controllo da parte del Parlamento e – aggiungerei – anche a quello dell’opinione pubblica che si esprime attraverso la Società civile e l’informazione autonoma ed indipendente dal potere politico; ma quest’ultimo aspetto ha poco a che fare con la modifica della Costituzione ed invece molto con la realizzazione di un vero e sano pluralismo informativo nei mass-media.

Da quanto evidenziato ne segue che le modifiche costituzionali dovrebbero andare nel senso opposto a quello prefigurato nella proposta di modifica in discussione al Parlamento. Non quindi una modifica in senso “autoritario” o “decisionista” della Carta fondamentale con un rafforzamento ulteriore dell’esecutivo ed un conseguente drammatico sbilanciamento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, ma, semmai, un aumento dei vincoli e dei controlli sull’azione dell’esecutivo stesso.

E dopo che numerosi governi di tutti i colori politici hanno sempre tentato – qualche volta riuscendoci – di aumentare il peso del potere esecutivo coi risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti, allora perché non cominciare a pensare ad una riforma della Costituzione che introduca quelle garanzie e quei contrappesi necessari a ristabilire un maggiore equilibrio tra potere esecutivo e legislativo che è un principio cardine del costituzionalismo? Basterebbe solo riflettere un attimo su questo dato oggettivo e difficilmente confutabile: i poteri del governo sono talmente elevati ed estesi che esso – come successo in moltissime occasioni - può imporre al Parlamento addirittura l’approvazione di leggi palesemente contrarie allo spirito Costituzionale.

Quante volte sono state approvate leggi per le quali il Parlamento ha sistematicamente respinto, senza alcuna possibilità di dibattito, le eccezioni di costituzionalità presentate dall’opposizione grazie alla schiacciante maggioranza parlamentare di cui l’esecutivo disponeva? E quante volte le leggi contrarie allo spirito della Costituzione sono state comunque imposte alla firma del Presidente della Repubblica magari approfittando della norma che permette al titolare del Quirinale di respingere in prima istanza la legge, ma che gli impone poi di approvarla se lo stesso testo gli viene ripresentato una seconda volta che? E quante leggi, nonostante abbiano passato i vari “gradi di approvazione”, sono state poi cassate dalla Consulta col risultato di aver dispiegato energie e risorse umane e materiali per concludere un nulla di fatto? In qualche caso è stato necessario promuovere un Referendum abrogativo ma nel frattempo le leggi, poi sottoposte a giudizio degli elettori e magari bocciate, hanno comunque potuto esplicare i loro effetti deleteri e distruttivi sul Paese.

Ci viene il dubbio, anzi, la certezza che un governo fermamente intenzionato a stravolgere l’impianto costituzionale con l’obiettivo di portare la Nazione verso avventure autoritarie o antidemocratiche - stante l’attuale quadro di garanzie, di controlli e di regolamenti parlamentari – non avrebbe eccessivi problemi a portare avanti il suo piano di disarticolazione della legalità Costituzionale e trascinare il Paese verso una deriva autoritaria.

Una prima considerazione va svolta subito: il cambiamento del sistema elettorale da maggioritario a proporzionale ha reso più facile per la maggioranza di turno cambiare la Costituzione a colpi di art. 138. Per questo il passaggio al maggioritario - ed il conseguente abbandono del sistema proporzionale - avrebbe dovuto essere accompagnato da un adeguamento delle procedure di messa in sicurezza della Costituzione proprio per evitare che la Carta Fondamentale venisse continuamente cambiata a seconda delle mode del momento. Per esempio sarebbe stato opportuno aumentare il quorum parlamentare necessario per l’approvazione delle modifiche costituzionali, oppure stabilire che in ogni caso, anche con maggioranze uguali o superiori ai 2/3 del Parlamento, le riforme costituzionali dovrebbero essere comunque sottoposte a referendum confermativo (esente da quorum).

Le attuali procedure di modifica della Costituzione erano state pensate dai padri fondatori per un Parlamento eletto col sistema proporzionale e sono diventate chiaramente insufficienti nel Parlamento eletto col sistema maggioritario. Tra l’altro, numerosi interventi in occasione della citata conferenza pubblica hanno sottolineato come la discussione parlamentare sia andata avanti piuttosto spedita e nel disinteresse pressoché totale (e vergognoso!) dei mass-media ufficiali e della rai. La popolazione non ha ricevuto e continua a non ricevere la necessaria informazione che sarebbe dovuta da un servizio pubblico degno di chiamarsi tale, come se lo stravolgimento della Carta fondamentale fosse prerogativa esclusiva di senatori e deputati (di una parte di loro, bisogna dire, perché ci sono anche forze politiche attualmente minoritarie ma fortemente contrarie a tali proposte di modifica). A queste modifiche si stanno opponendo numerose organizzazioni ed istituzioni della società civile – che però hanno scarsa rappresentatività nell’attuale compagine parlamentare - e molti esperti di diritto: dodici giuristi hanno stilato un appello affinché il Parlamento blocchi la ratifica della riforma costituzionale.

Una seconda considerazione riguarda la possibilità – come si diceva poc’anzi – da parte del governo di far approvare al Parlamento leggi contrarie allo spirito della Costituzione. Le strade per l’abrogazione delle leggi di dubbia costituzionalità sono affidate o a qualche tribunale che chieda il pronunciamento della Corte Costituzionale, oppure al Referendum abrogativo. Nel primo caso, perché ciò avvenga, è necessario che la legge in oggetto abbia a che fare con un procedimento giudiziario in atto (come è stato il caso delle cosiddette “leggi ad personam”); allora i giudici, i pubblici ministeri o i difensori possono chiedere un pronunciamento della Consulta sulla legge specifica. Nel caso del referendum, strumento “estremo”, c’è la necessità che le persone si organizzino per la raccolta delle forme e l’eventuale votazione – ammesso che il referendum venga poi dichiarato ammissibile – richiede il raggiungimento del famoso quorum; e in ogni caso, si tratta di uno strumento correttivo che può intervenire a distanza anche di alcuni anni dalla promulgazione della legge in questione.

Val la pena citare, a questo punto, una delle ultime opere del compianto Federico Stella: “La giustizia e le ingiustizie”, che contiene numerosi spunti di riflessione intorno al tema fondamentale ed essenziale della “ricerca della giustizia”. Verso la fine del libro, che costituisce una lettura importante ed istruttiva per tutti coloro che abbiano a cuore la questione dei diritti umani e civili, l’autore si sofferma a descrivere le potenzialità di un possibile modello per impedire sul nascere le violazioni dei diritti della persona; violazioni che possono essere più frequenti in caso di “emergenze nazionali” come lo stato di guerra e la lotta al terrorismo: il modello Barak (dal nome dell'ex Presidente della Corte suprema d’Israele).(1)

Correndo il rischio di una eccessiva semplificazione dell’analisi e del pensiero di Stella, le caratteristiche fondamentali di questo modello sono:

a) L’attribuzione ai giudici del compito di protezione della democrazia;

b) L’obbligo per i giudici di non far tacere in battaglia le leggi dello stato democratico;

c) l’individuazione dello strumento per attivare l’intervento giudiziario nelle petizioni di chi, cittadino o straniero, lamenti la violazione di un diritto;

d) l’indipendenza e l’imparzialità dei giudici nei confronti del governo e dell’apparato esecutivo;

e) la tempistica dell’intervento giudiziario, considerata decisiva per impedire che un’azione ingiusta possa essere portata a compimento.

Allora, estendendo il “modello Barak” alla nostra situazione nella quale le leggi anticostituzionali e quindi potenzialmente lesive dei diritti individuali e collettivi prima di essere dichiarate tali dalla Consulta o bocciate dall’eventuale referendum abrogativo hanno tutto il tempo di portare a termine la loro azione nefasta, si potrebbe pensare all’istituzione della petizione come strumento in mano ai Cittadini ogni qualvolta essi – o alcuni di essi – vedano nella specifica legge o provvedimento del governo o del Parlamento una possibile violazione dei diritti civili o dei principi costituzionali. La petizione dovrebbe comportare la sospensione dell’effetto della legge in attesa della sentenza dei giudici costituzionali, in accordo col punto e) del modello Barak.

Sarebbe un primo ma significativo passo verso l’introduzione di quegli elementi di sano garantismo resisi più che mai necessari dopo la sbornia che, in nome della “governabilità” ha portato ad un allontanamento delle Istituzioni e della politica dai Cittadini.

(1)

* Coordinatore della Commissione "Cittadinanza e Costituzione" dell'Osservatorio


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Dossier etica e politica

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