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Chi
ha ucciso Allen Ray Jenkins ? Il Caso Alan Gell
di
Claudio Giusti*
Per
la polizia della Carolina del Nord non c’erano dubbi: era
stato il ventenne Alan Gell. Il problema però stava nel piazzare
l’omicidio prima del 5 aprile 1995, perché da quel giorno
Alan Gell aveva un alibi di ferro: era in prigione.
Nessuno
sapeva con esattezza quando Allen Ray Jenkins era stato assassinato
e c’erano molti vicini che si dicevano certi d’averlo visto
vivo dopo quella data, ma la polizia li considerò in errore
e riuscì ad ottenere dal Coroner una perizia che concordava
con le loro tesi. A questa prova si aggiunse il referto di
un perito balistico compiacente e la testimonianza di due
ragazzine che, in cambio di un trattamento di favore, avrebbero
detto qualsiasi cosa facesse comodo all’Accusa.
A
questo punto tutto era pronto per spedire Alan Gell sulla
forca: mancava solo uno straccio di avvocato difensore. Nei
due anni successivi se ne alternarono quattro al capezzale
della difesa di Alan Gell. I primi due furono assunti dalla
Procura e il terzo lasciò la professione per la teologia;
così, quando alla vigilia del processo arrivò il quarto avvocato
d’ufficio, nulla era stato fatto. Non c’erano contro perizie,
non c’erano esperti, non c’erano indagini, non c’erano testimonianze.
Niente di niente.
Ma
anche il quarto avvocato e il suo assistente, se la presero
con calma: almeno a giudicare dalle miserabili 89 ore di lavoro
che fatturarono allo Stato, quando in un caso capitale è normale
lavorarne mille. Al processo i difensori di Alan Gell non
cercarono di smontare le tesi dell’accusa, non verificarono
le testimonianze dei vicini, che erano stati convinti dalla
polizia di essersi sbagliati sulla data in cui affermavano
di avere visto la vittima viva, non contestarono le perizie
e nemmeno tentarono di mettere in difficoltà la ragazzina
che venne presentata con teste principe dell’Accusa. Alan
Gell fu facilmente dichiarato colpevole di omicidio di primo
grado. Seguì un secondo dibattimento, noto come sentencing,
in cui la giuria decide se imporre o meno la pena capitale.
A
questo punto Alan Gell ebbe un colpo di fortuna: fu condannato
a morte. Se fosse stato condannato all’ergastolo sarebbe finito
sepolto con le altre migliaia di innocenti che popolano l’immenso
American Gulag e non avremmo mai sentito parlare di lui, ma
la condanna a morte gli aprì inaspettate possibilità d’appello
e di aiuto. Un quotidiano locale si interessò al suo caso
e un avvocato di grido si offrì di patrocinarlo gratuitamente
in quel ginepraio che è l’appello americano, e fu proprio
grazie alla condanna capitale che questi ebbe modo di consultare
tutti i documenti dell’Accusa. Venne così a sapere che c’erano
alcuni vicini certi di avere visto Jenkins ancora vivo dopo
il 5 aprile e che ne erano talmente sicuri che la polizia
si era ben guardata dal rivelarne l’esistenza alla difesa.
Si scoprì anche che la ragazza testimone dello Stato
aveva cambiato versione dei fatti almeno otto volte e che,
in una telefonata intercettata dalla polizia, aveva ammesso
di incastrare Alan Gell per salvare se stessa.
La perizia balistica poi spiegava l’assassinio come se Alan
Gell non fosse mancino, mentre la presenza di certe larve
della mosca carnaria sul cadavere dimostravano senza ombra
di dubbio che l’omicidio era avvenuto dopo il 5 aprile: quando
Alan Gell era in prigione. Fu così che, grazie alle mille
ore di lavoro gratuito del suo nuovo difensore, un giudice
annullò il processo e ne ordinò uno nuovo. A questo punto,
con i testi e le perizie screditate, ci si aspettava che la
Procura avrebbe lasciato perdere e non avrebbe tentato di
rimettere Alan Gell in carcere. Invece ci provarono di nuovo,
limitandosi a non chiedere la pena di morte.
Così Alan Gell rimase altri due anni in prigione mentre il
suo avvocato, un tipo da trecento dollari l’ora, passava altre
centinaia di ore a preparare il nuovo processo. Processo che
per l’Accusa fu una vera Waterloo. I vicini di casa, molto
irritati per non essere stati ascoltati a suo tempo, affermarono
di essere assolutamente certi di avere visto o sentito la
vittima dopo la data che serviva alla Procura. La sua teste
principe diede la decima versione dei fatti, ma fu il Coroner
a dare il colpo di grazia al castello accusatorio affermando
che la sua prima perizia era sbagliata e che la presenza delle
famose larve dimostrava che Jenkins era morto dopo il 5 aprile.
La
giuria ci mise poco più di un’ora per dichiarare Alan Gell
innocente e il giudice, con una procedura assolutamente inusuale
lo mise in libertà direttamente dall’aula del tribunale. Dicendogli
che era tempo che tornasse a casa: "Go home, where I should
have been years ago".
Era
il 18 febbraio del 2004.
*
componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio.
Questo saggio è periodicamente aggiornato e migliorato (aggiornato
8 marzo 2012), questo saggio è dedicato "ad Alessia
Bruni e alle nostre scorribande abolizioniste"
 
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