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UCPI a Severino : professione forense non è prodotto
commerciale
di
staff
L'Osservatorio
- preoccupato per la riforma dell'avvocatura che mina l'indipendenza
degli avvocati, riduce la qualità delle prestazioni
e non garantisce adeguate tutele ai giovani legali - pubblica
la lettera aperta, tratta dal sito UCPI, che l'Unione Camere
Penali Italiane ha inviato al ministro Severino con l'intento
di spiegare la peculiarità della professione di avvocato penalista
e la non equiparabilità della stessa ad un prodotto commerciale.
Illustre
Signor Ministro,
i prossimi 23 e 24 febbraio gli avvocati penalisti italiani
si asterranno dalle udienze. Non lo faranno per la difesa
delle tariffe forensi o per altre rivendicazioni parasindacali,
i penalisti italiani si asterranno perché gli interventi legislativi
sulla professione forense degli ultimi mesi pongono in pericolo
il diritto dei cittadini di essere assistiti da avvocati realmente
indipendenti, forti, preparati e liberi.
Ci
riferiamo, prima di tutto, al fatto che la nostra attività
sia considerata esclusivamente sotto gli aspetti economici,
equiparando la professione legale ad una merce e dimenticando
che essa coinvolge beni costituzionali di rango primario.
Ci riferiamo, poi, alla nuova disciplina delle società professionali,
una soluzione che non trova eguali in altri Paesi, ed introduce
un modello nel quale il singolo avvocato, trasformato in un
dipendente amministrato da chi avvocato non è, perderebbe
la sua autonomia ed indipendenza, ed a farne le spese sarebbe
l'assistito.
Ci
riferiamo alla idea, astratta e dannosa, che ritiene ormai
inutile che un avvocato si formi nelle aule dei tribunali,
per un periodo congruo. Lei
sa bene quanto sia importante la pratica vera, il confronto
nelle aule di giustizia, per un penalista, perché solo lì
un giovane impara a confrontarsi con l'immensa forza che lo
Stato mette in campo quando esercita la pretesa punitiva.
Non è cosa che si impara senza viverla sul serio, così come
non si impara a fare il medico senza toccare la carne dei
malati.
Ci riferiamo, ancora, al fatto che tutto questo parlare di
ammodernamento curiosamente non ha neppure sfiorato una delle
cose che manca, da sempre, e di cui c'è drammaticamente bisogno:
la specializzazione, unica soluzione che coniuga competenza
e merito con l'effettività della difesa. Una mancanza che
appare paradossale, nel terzo millennio, di fronte ad un corpus
di norme sterminato, di fronte a riti processuali diversissimi
tra loro, che stride in maniera clamorosa rispetto a quel
che avviene, di nuovo, nel campo della professione medica.
Quale persona si affiderebbe ad un ortopedico per un intervento
al cuore? Eppure nella materia legale può succedere, e gli
effetti sono assai negativi per i cittadini.
Ci
riferiamo infine, al controllo sui noi stessi, sugli avvocati,
sui comportamenti deontologici, che vanno vagliati con serietà
perché i cittadini devono poter contare su difensori che improntino
il loro comportamento a canoni rigorosi; con una sterminata
platea di oltre 250.000 iscritti è necessario rinnovare lo
statuto dell’avvocatura, le regole disciplinari, attraverso
una riforma organica, non con interventi estemporanei come
si è fatto negli ultimi mesi.
No,
Signor Ministro, non è la questione delle tariffe o delle
parcelle che ci preoccupa, ma la difesa di una funzione, quella
del penalista in particolare, che è essenziale in un sistema
giudiziario moderno e che non può essere misurata dagli indicatori
economici, perché non si misura la libertà.
Roma,
13 febbraio 2012
La Giunta UCPI
 
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