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Sicurezza
a Roma e perquisizioni di iniziativa della polizia
di
Osservatorio
Riportiamo,
condividendola pienamente, la posizione della Giunta dell'Unione
Camere Penali Italiane sulla riposta del governo Monti sull'onda
al duplice omicidio di Torpignattara.
Spiace
constatare che anche un governo di "tecnici" caschi nella
trappola della demagogia più facile quando avvengono episodi
di criminalità e si solleva il solito coro politico pronto
a cavalcare l'onda facile della insicurezza collettiva. E'
accaduto in occasione del duplice omicidio di Torpignattara.
Il Ministro dell'interno ha disposto il ricorso alla misura
prevista dall'articolo 41 tulps, ossia alle perquisizioni
d'iniziativa della polizia senza autorizzazione preventiva
della magistratura, come indicazione di carattere generale,
e preventiva, di ordine pubblico.
Con
ciò sono state raccolte le invocazioni, per la verità consuete,
del sindaco di Roma, e quelle altrettanto scontate dei suoi
oppositori, alla adozione di misure "emergenziali", di fronte
al degrado della sicurezza nella capitale. Una consuetudine
che si ripete, ormai da anni, ogni qualvolta a Roma avviene
un fatto di sangue, e che trova la stampa sempre pronta a
raccogliere e rilanciare. Ed allora, va premesso che la misura
di cui tanto si parla è in vigore da anni, e neppure ai tempi
del terrorismo, quando è stata estesa alle perquisizioni per
blocchi di edifici, come richiedono il sindaco di Roma ed
i suoi emuli, ha mai dato buona prova a fini investigativi.
La strumentalità e la faciloneria con la quale questo dibattito
sull' art. 41 tulps è stato innescato, del resto, è ancor
più evidente oggi, che le indagini stanno individuando un
contesto ben diverso da quello di una rapina occasionale,
e dovrebbero far riflettere sia chi si avventura sui temi
che riguardano i diritti e le garanzie a fini di propaganda,
sia chi ha la responsabilità ministeriale dell’ordine pubblico.
Invocare la mano dura della polizia, o reclamare interventi
che prescindono dal rispetto delle garanzie individuali in
tema di perquisizioni, oltre che inutile, fa dimenticare che
l'art. 13 della Costituzione tutela proprio questi aspetti.
Ma
quel che è più surreale, nel dibattito che è stato innescato,
è l'ammissione provenuta dai responsabili della sicurezza
circa il fatto che le statistiche dimostrano come i reati
contro la persona siano in calo; il che non significa che
la sicurezza, soprattutto in alcuni quartieri della capitale,
non costituisca un problema, ma solo che non si risolve con
le grida manzoniane. In realtà siamo alle solite: si invocano
misure di questo genere soltanto per placare la piazza dopo
averla bombardata con messaggi terrorizzanti. Esercizio tipico
di chi deve nascondere le proprie manchevolezze o cercare
facile consenso, trascurando che queste scorciatoie forse
fanno vincere le elezioni ma di sicuro abbassano la soglia
di civiltà del Paese e alimentano le insicurezze della collettività,
già al livello di guardia per la crisi economica in atto.
Insomma, le perquisizioni non previamente autorizzate dalla
magistratura, che già sono fortemente discutibili, sono e
devono rimanere strumenti eccezionali ai quali ricorrere per
esigenze oggettive, quando veramente sussistano, oltre ad
indizi precisi, anche reali necessità di un intervento immediato,
non un mezzo per captare il consenso dei cittadini. Speravamo
che almeno i "tecnici" tenessero a distanza questo micidiale
impasto di demagogia, mancanza di cultura dei diritti, ignoranza
delle leggi e strumentalizzazione delle ondate emozionali
che contraddistingue il dibattito sulla sicurezza, ma la ricerca
del pubblico gradimento, evidentemente, annulla le distinzioni.
 
Lavavetri
e tolleranza zero: finestre rotte
Sicurezza,
immigrazione e tolleranza zero: quanta demagogia!
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