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11 dicembre 2011
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Cassazione : garanzie nel processo e testimonianza della persona offesa
di Demetrio Delfino*

Ho letto l'attento articolo, giorni addietro, della dott.ssa Gasparre in ordine all'ennesima conferma, da parte dei Giudici di Piazza Cavour, della ritenuta sufficienza della deposizione della persona offesa al fine di provare la responsabilità dell'imputato.

Come giustamente è stato rilevato, le ricordate pronunce della Cassazione non fanno altro che confermare una giurisprudenza, della stessa Suprema Corte, davvero consolidata: le dichiarazioni della persona offesa possono provare, anche da sole, la responsabilità dell'imputato purché sottoposte, nel giudizio di merito, ad un rigoroso controllo di attendibilità.

Confesso al lettore che, ad un garantista come me, che teme soprattutto il modo epidermico "dell'operare", ha sempre stupito un simile orientamento che, a mio modo di vedere, mal si incasella con la normativa processual penalista e con quella costituzionale. Non è certo mia intenzione tediare il lettore con considerazioni che cadrebbero nel didascalico o, ancor peggio, nel didattico, peraltro mi preme davvero fare alcune considerazioni.

La Corte di Cassazione, si badi bene, parla di dichiarazioni che di per sé sole possono provare la responsabilità dell'imputato purché sottoposte nel giudizio di merito ad un rigoroso controllo di attendibilità. Chi ha pratica di processi penali può facilmente comprendere che una considerazione di questo genere può essere davvero pericolosa: un'equilibrata e fredda persona offesa, potrebbe davvero dare scacco matto ad un attento Collegio penale il quale comunque, quantomeno in via interpretativa, non potrebbe fare a meno di prendere a base delle Sue decisioni simili orientamenti.

Peraltro, l'esame della persona offesa, così come quello del testimone, è fatto non solo di regole certe ma anche, purtroppo, di regole che lasciano spazio a interpretazioni differenti che non consentono, pur all'attento difensore, di imporsi adeguatamente durante la cross-examination; oltre a ciò, è facilmente intuibile che l'esame della persona offesa e del testimone è fatto anche di ansie, di paure, di ignoranza, di cultura, di tensioni di ogni genere. E' d'evidenza, allora, che non solo è necessaria la presenza di un Collegio penale di "pregio", ma sono altresì necessarie regole molto più certe ed orientamenti della Corte di Cassazione che "impongano chiari paletti" a quel rigoroso controllo di attendibilità che dovrebbe essere compiuto dall'organo giudicante prima di emettere la sentenza.

Vorrei invitare il lettore a riflettere su due testimonianze rese da due persone: una, fredda ed equilibrata l'altra, ansiosa e preoccupata! Ed ora vorrei invitare il lettore ad immaginare queste due persone sottoposte ad un esame e controesame da parte di difensori che, con un fare molto determinato, "bersagliano" i testi con una serie infinita di domande davanti ad un Collegio che ritiene di dover interpretare, in modo davvero elastico, le regole dell'interrogatorio durante il dibattimento (si dovrebbe davvero chiarire anche che cosa possa domandare lo stesso Presidente e i limiti del suo intervento durante l'esame da parte dell'Avvocato): la risposta si può evidentemente immaginare; mi si dirà"…. ma comunque, il Collegio, esaminerà attentamente il tutto, d'altra parte, sono magistrati attenti e preparati…"

Mettiamo che, in ipotesi, sia così; il dubbio, comunque, non può che permanere: come si può dare credito alla testimonianza della sola persona offesa quando in motivazione (della sentenza) può accadere che non si evidenzino quei concreti e seri riscontri esterni che dovrebbero giustificare la condanna e in pratica, in che cosa, esattamente, devono corrispondere questi elementi esterni che danno particolare attendibilità alla deposizione della persona offesa? Direi che rispondere a queste domande sarebbe davvero arduo…

A fronte di questo orientamento giurisprudenziale di tutto rispetto ve ne però un altro, forse meno conosciuto che vorrei ricordare al lettore e a tutti gli operatori del diritto. E' noto che l'articolo 5 della legge n 46 del 2006 ha modificato l'articolo 533c.p.p. e cioè, in pratica, l'imputato potrà essere condannato quando la sua colpevolezza emerga oltre ogni ragionevole dubbio. Non mi stancherò mai di ricordare che, fortunatamente, la Cassazione ha ben chiarito anche in questo caso, quando potrà intervenire una condanna e cioè:

a) il dato probatorio risultante dal processo lascia fuori eventualità remote che, pur astrattamente configurabili in rerum natura, non trovano il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali;

b) tali eventualità si pongono quindi al di fuori dell'ordinamento naturale delle cose e della normale razionalità umana;

c) ci troviamo di fronte ad una sorte di "razionalità razionale" (vedi tra le altre la sentenza n 31456 del 29 Luglio 2008, meglio nota come "caso Cogne").

Non solo, la portata del citato articolo 5 si lega in modo indissolubile con due importantissimi principi: quello di non colpevolezza e quello dell'onere della prova a carico dell'accusa perché, non dimentichiamocelo, è sempre l'accusa a dovere provare la responsabilità dell'imputato.

Ma allora, come si coniugano i due orientamenti della Corte di Cassazione sulla sufficienza della deposizione della persona offesa che di per se solo può giustificare la condanna dell'imputato e il ragionevole dubbio che deve costituire la bussola per una sentenza di condanna emessa nel rispetto delle legge?

Auguriamoci che la Suprema Corte ci fornisca presto sempre più chiari paletti e, in attesa, auguriamoci di avere sempre Giudici non solo sufficientemente preparati ma, soprattutto, auguriamoci di avere sempre Giudici saggi.

* avvocato cassazionista, presidente dei Probi viri dell'Osservatorio


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