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Cassazione
: garanzie nel processo e testimonianza della persona offesa
di
Demetrio Delfino*
Ho
letto l'attento articolo,
giorni addietro, della dott.ssa Gasparre in ordine all'ennesima
conferma, da parte dei Giudici di Piazza Cavour, della ritenuta
sufficienza della deposizione della persona offesa al fine
di provare la responsabilità dell'imputato.
Come
giustamente è stato rilevato, le ricordate pronunce della
Cassazione non fanno altro che confermare una giurisprudenza,
della stessa Suprema Corte, davvero consolidata: le dichiarazioni
della persona offesa possono provare, anche da sole, la responsabilità
dell'imputato purché sottoposte, nel giudizio di merito, ad
un rigoroso controllo di attendibilità.
Confesso al lettore che, ad un garantista come me, che teme
soprattutto il modo epidermico "dell'operare", ha sempre stupito
un simile orientamento che, a mio modo di vedere, mal si incasella
con la normativa processual penalista e con quella costituzionale.
Non è certo mia intenzione tediare il lettore con considerazioni
che cadrebbero nel didascalico o, ancor peggio, nel didattico,
peraltro mi preme davvero fare alcune considerazioni.
La
Corte di Cassazione, si badi bene, parla di dichiarazioni
che di per sé sole possono provare la responsabilità
dell'imputato purché sottoposte nel giudizio di merito ad
un rigoroso controllo di attendibilità. Chi ha pratica di
processi penali può facilmente comprendere che una considerazione
di questo genere può essere davvero pericolosa: un'equilibrata
e fredda persona offesa, potrebbe davvero dare scacco matto
ad un attento Collegio penale il quale comunque, quantomeno
in via interpretativa, non potrebbe fare a meno di prendere
a base delle Sue decisioni simili orientamenti.
Peraltro, l'esame della persona offesa, così come quello del
testimone, è fatto non solo di regole certe ma anche, purtroppo,
di regole che lasciano spazio a interpretazioni differenti
che non consentono, pur all'attento difensore, di imporsi
adeguatamente durante la cross-examination; oltre a ciò, è
facilmente intuibile che l'esame della persona offesa e del
testimone è fatto anche di ansie, di paure, di ignoranza,
di cultura, di tensioni di ogni genere. E' d'evidenza, allora,
che non solo è necessaria la presenza di un Collegio penale
di "pregio", ma sono altresì necessarie regole molto più certe
ed orientamenti della Corte di Cassazione che "impongano chiari
paletti" a quel rigoroso controllo di attendibilità che dovrebbe
essere compiuto dall'organo giudicante prima di emettere la
sentenza.
Vorrei invitare il lettore a riflettere su due testimonianze
rese da due persone: una, fredda ed equilibrata l'altra, ansiosa
e preoccupata! Ed
ora vorrei invitare il lettore ad immaginare queste due persone
sottoposte ad un esame e controesame da parte di difensori
che, con un fare molto determinato, "bersagliano" i testi
con una serie infinita di domande davanti ad un Collegio che
ritiene di dover interpretare, in modo davvero elastico, le
regole dell'interrogatorio durante il dibattimento (si dovrebbe
davvero chiarire anche che cosa possa domandare lo stesso
Presidente e i limiti del suo intervento durante l'esame da
parte dell'Avvocato): la risposta si può evidentemente immaginare;
mi si dirà"…. ma comunque, il Collegio, esaminerà attentamente
il tutto, d'altra parte, sono magistrati attenti e preparati…"
Mettiamo
che, in ipotesi, sia così; il dubbio, comunque, non può che
permanere: come si può dare credito alla testimonianza della
sola persona offesa quando in motivazione (della sentenza)
può accadere che non si evidenzino quei concreti e seri riscontri
esterni che dovrebbero giustificare la condanna e in pratica,
in che cosa, esattamente, devono corrispondere questi elementi
esterni che danno particolare attendibilità alla deposizione
della persona offesa? Direi che rispondere a queste domande
sarebbe davvero arduo…
A
fronte di questo orientamento giurisprudenziale di tutto rispetto
ve ne però un altro, forse meno conosciuto che vorrei ricordare
al lettore e a tutti gli operatori del diritto. E' noto che
l'articolo 5 della legge n 46 del 2006 ha modificato l'articolo
533c.p.p. e cioè, in pratica, l'imputato potrà essere condannato
quando la sua colpevolezza emerga oltre ogni ragionevole dubbio.
Non mi stancherò mai di ricordare che, fortunatamente, la
Cassazione ha ben chiarito anche in questo caso, quando potrà
intervenire una condanna e cioè:
a)
il dato probatorio risultante dal processo lascia fuori eventualità
remote che, pur astrattamente configurabili in rerum natura,
non trovano il benché minimo riscontro nelle emergenze processuali;
b)
tali eventualità si pongono quindi al di fuori dell'ordinamento
naturale delle cose e della normale razionalità umana;
c)
ci troviamo di fronte ad una sorte di "razionalità razionale"
(vedi tra le altre la sentenza n 31456 del 29 Luglio 2008,
meglio nota come "caso Cogne").
Non solo, la portata del citato articolo 5 si lega in modo
indissolubile con due importantissimi principi: quello di
non colpevolezza e quello dell'onere della prova a carico
dell'accusa perché, non dimentichiamocelo, è sempre l'accusa
a dovere provare la responsabilità dell'imputato.
Ma
allora, come si coniugano i due orientamenti della Corte di
Cassazione sulla sufficienza della deposizione della persona
offesa che di per se solo può giustificare la condanna dell'imputato
e il ragionevole dubbio che deve costituire la bussola per
una sentenza di condanna emessa nel rispetto delle legge?
Auguriamoci
che la Suprema Corte ci fornisca presto sempre più chiari
paletti e, in attesa, auguriamoci di avere sempre Giudici
non solo sufficientemente preparati ma, soprattutto, auguriamoci
di avere sempre Giudici saggi.
*
avvocato cassazionista, presidente dei
Probi viri dell'Osservatorio
 
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