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Mare
Monstrum
di
Rodolfo Roselli*
Il
mare Mediterraneo sta vivendo, nell'ambito dei paesi che bagna,
una crisi politica molto pericolosa, e difficilmente prevedibili
sono le conseguenze che ne possono derivare. Oggi, oltre al
perenne punto delicato della situazione d'Israele, si aggiungono
situazioni difficili in Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto,
Giordania, e ad ulteriori problemi economici in Grecia, politici
in Albania, Yemen, Iran e non certo altri tranquilli nella
stessa Italia.
Oggi la rivolta è esplosa in Libia.
Questo mare è diventato un catino che ribolle continuamente
con sempre nuovi problemi, molto diversi tra loro, ma che
impediscono comunque a tutti i popoli uno sviluppo ordinato.
Purtroppo l'influenza naturale, che avrebbe potuto esercitare
l'Europa e più specificatamente l'Italia in questa zona geografica,
è stata sostituita dagli Stati Uniti che hanno da sempre perseguito
una politica molto discutibile e molto lontana dai principi
che questa nazione dice di promuovere. Gli Stati Uniti si
sono sempre sentiti investiti dalla missione di diffondere
la libertà e la democrazia nel mondo, ma con azioni politiche
molto lontane da questi principi. Ha sempre preteso di considerare
possibile l'imposizione della libertà e della democrazia dall'alto,
dimenticando che queste due cose nascono spontaneamente dal
basso e dalla gente, e non certo da chi detiene il potere.
A questo poi ha aggiunto deroghe clamorose, solo per sua convenienza,
sostenendo o accettando regimi antidemocratici come in Tunisia,
Egitto, Algeria, Albania e fornendo loro tutti i mezzi militari
per imporre, se necessario con la forza, i rispettivi governi,
accettando perfino regimi dittatoriali palesemente a loro
ostili, come la Libia di Gheddafi.
Come
si può pensare che i dittatori possano favorire la democrazia?
In particolare gli aiuti militari al presidente Mubarak in
Egitto, che sono stati elargiti nella misura di circa 1,3
miliardi di dollari all'anno, sono serviti per ricompensare
non solo l'accordo di pace con Israele, ma anche per avere
un beneficio di accesso prioritario al canale di Suez e allo
spazio aereo egiziano per le forze armate americane. Ma oggi
ci si domanda se questo continuo flusso di denaro sia servito
per migliorare il livello di vita degli egiziani, e se non
si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Dimostrare,
per questa via, i benefici provenienti dall'Occidente e di
conseguenza del metodo democratico sarebbe stato molto più
convincente e conveniente per tutti per mantenere la pace,
perché con la pancia piena non si fanno né guerre né rivoluzioni.
Il problema è che le dittature amiche avrebbero avuto la pancia
meno piena, il problema è stato solo questo.
Dunque non è così che si può promuovere la democrazia, e questo
metodo sbagliato è applicato ovunque come ad esempio in Afghanistan
con effetti sconvolgenti. A fine 2011 la NATO avrà speso 20
miliardi di dollari nei due anni per addestrare le forze armate
afgane e fornire armi e tecnologie di guerra, elicotteri,
aerei, fucili, mortai etc. Una promozione della democrazia
sulla punta delle baionette. Come si possono fornire tecnologie
altamente sofisticate quando la percentuale di analfabetismo,
anche tra gli appartenenti alle forze armate locali, è altissima,
analogamente alla popolazione? Ma ai 20 miliardi di dollari
sopra citati devono aggiungersi più di 38 miliardi di dollari
spesi in precedenza che, secondo il General Accountability
Office americano, non hanno dato i risultati positivi sperati,
e tutto questo è confermato dalle 29 organizzazioni umanitarie
operanti nel paese. Addirittura c'è il serio rischio che le
forze nazionali di sicurezza commettano abusi diffusi, dal
furto all'estorsione, dalla tortura all'uccisione indiscriminata
di civili, altro che promozione democratica! I
paesi membri della NATO, che addestrano, consigliano, finanziano
ed equipaggiano queste forze, condividono la responsabilità
di eventuali abusi e dovrebbero fare in modo che ciò non accada.
Ma finora, sul campo, si sono viste poche azioni indirizzate
a questo fine. Le
reclute sono valutate in modo sbrigativo, ricevono pochissimo
addestramento e spesso rispondono solo ai comandanti locali.
Ben lungi dall'aiutare a stabilizzare il paese, queste milizie
ne aumenteranno probabilmente l'instabilità.
La
musica non cambia nello Yemen, altro stato oggi in ebollizione,
e anche in questo stato sono arrivati gli aiuti militari americani.
Nel 2006: 4 milioni di dollari. Nel 2008: 22 milioni di dollari.
Nel 2010: 310 milioni di dollari. Nel 2011 appena cominciato,
per quanto riguarda gli aiuti militari - che di solito nella
prima parte dell'anno sono metà del totale - la previsione
è già di 250 milioni di dollari. Nel sud della penisola araba
si pranza con tre dollari e si compra liberamente un fucile
d'assalto per 200 dollari. E siccome occorre controllare che
i soldi servano solo per le forniture militari e non per scopi
civili, nel paese c'è un flusso continuo di uomini del governo
e di agenti americani che sorvegliano, persone che è impossibile
non notare.
Ma
questo strano modo di essere dei paladini democratici ha dato
quasi sempre risultati negativi se non catastrofici. E' inutile
ricordare i risultati in Iraq e in Somalia, ma a confermare
oggi questa linea è la politica verso la Cina che, da quando
ha ristabilito buoni rapporti con l'Occidente, viene sistematicamente
bacchettata dai presidenti americani sul rispetto dei diritti
umani, tanto per far innervosire i cinesi e si ha la pretesa
d' imporre la giovanissima civiltà anglosassone alla millenaria
civiltà cinese, facendo finta di non accorgersi che oggi non
è la Cina ad aver bisogno degli Stati Uniti, ma viceversa.
Questi americani, con la forza oggi molto discutibile dei
loro dollari, pretendono di condizionare o addirittura stravolgere
civiltà millenarie come quella cinese e tribale afgana e invece,
in questo modo creano una continua opposizione che oggi è
sfociata nel terrorismo islamico.
La
cosa più ragionevole sarebbe stata quella di interporre a
questa politica americana un'altra più flessibile, meno aggressiva
e più vicina ai territori con i quali relazionare. Questa
interposizione doveva essere compito prioritario dell'Europa
e in particolare dell'Italia, ma ben poco si è fatto. Nel
1957, quando fu istituita la CEE, i paesi terzi del Mediterraneo
furono coinvolti in accordi commerciali preferenziali con
singoli paesi europei e nel 1973 con la Conferenza di Parigi
si tentò di strutturare unitariamente questi accordi. L'obiettivo
di favorire la crescita e lo sviluppo non fu raggiunto e anzi
le condizioni di certi paesi peggiorarono. Una causa secondaria
fu lo shock petrolifero del 1979, ma le vere ragioni si devono
trovare nella carenza di finanziamenti, nel protezionismo
tessile ed agroalimentare, accentuato quest'ultimo dall'ingresso
di Grecia, Spagna e Portogallo. L'ingresso di questi produttori
agricoli non favorì l'esportazione degli stessi prodotti provenienti
dai paesi terzi.
Con
il crollo del muro di Berlino la CEE tentò di spostare il
baricentro dei suoi interessi verso il Mediterraneo con ulteriori
piani d'investimento e sostegno (MedCampus, MedInvest etc.)
e con trasferimento di tecnologie avanzate, sia per azioni
nel settore ambientale che nella promozione d'investimenti
europei, ma anche questi tentativi sono miseramente falliti
a causa della preoccupazione degli stati della CEE di difendere
i propri prodotti, sempre nel settore agro-limentare e tessile.
Per i prodotti agricoli le concessioni tariffarie sono state
parziali e le possibilità d'esportazione verso l'Europa limitate
da una serie di meccanismi di protezione, come i calendari
d'importazione, dimensioni dei contingenti, prezzi di riferimento,
clausole restrittive, normative fitosanitarie che hanno annullato
tutti i benefici della revisione dei dazi doganali. Inoltre
l'erogazione delle risorse pianificate è stata talmente lenta
da essere erosa dall'inflazione. Sono stati privilegiati investimenti
a breve termine, mentre non si è tenuta in considerazione
una strategia utile per moltiplicare gli effetti dello sviluppo
come, ad esempio, la formazione professionale. Due terzi degli
investimenti sono stati assegnati a imprese comunitarie sotto
forma di appalti e contratti e inoltre la ripartizione delle
risorse finanziarie tra i vari paesi beneficiari non è stata
decisa in base ai diversi livelli di sviluppo, ma in funzione
di logiche nazionali, che hanno provocato una rivalità tra
le nazioni terze per strappare migliori condizioni e maggiori
finanziamenti dalla CEE.
Con
la Conferenza di Barcellona del 1995 si è tentato di porre
rimedio a quanto avvenuto promovendo una zona di libero scambio
nell'ambito del Mediterraneo. Il piano approvato prevedeva
entro il 2010 una definizione delle nuove relazioni tra i
vari stati con la creazione di un area di pace e stabilità
basata sul dialogo reciproco. La parte economica avrebbe dovuto
mirare a creare un'area di benessere e sviluppo, l'istituzione
di un'area di libero scambio per arrivare all'integrazione
delle economie dei paesi terzi con quelli della CEE, e infine
una promozione culturale e dei rapporti sociali tra le sponde
del Mediterraneo. Da
quanto sopra si evince che con questo documento nulla viene
fatto per migliorare i rapporti economici e commerciali, in
quanto una zona di libero scambio non può nascere se non a
valle della soluzione di problemi della reciproca importazione
e dei relativi finanziamenti allo sviluppo. Dietro le fumose
dichiarazioni di principio, sulle quali è facile che tutti
siano d'accordo, non si delinea il percorso da seguire dall'attuale
situazione dei dazi doganali e degli altri meccanismi sopra
detti ,verso questa fantomatica zona i libertà commerciale.
La
triste verità che emerge da tutti questi anni di tentativi
è che si è sviluppato un nuovo colonialismo, mascherato di
belle parole, che non consente lo sviluppo industriale, che
enuncia fondi e risorse da dare e delle quali in gran parte
ne beneficiano le stesse aziende CEE, e che soprattutto non
è stato trovato il modo di conciliare la produzione agricola
dei paesi terzi con la produzione agricola europea. Quest'ultimo
conflitto potrebbe essere regolato aumentando la produttività
agricola dei paesi terzi, ma facilitando l'esportazione dei
prodotti verso gli affamati stati degli altri continenti,
ma tutto questo si scontra contro le multinazionali americane
che invadono con i loro prodotti finiti tutti gli stati, impedendo
ogni possibilità di autonoma produzione e quindi di autosufficienza.
Dunque fiumi di denaro dei bilanci pubblici europei non solo
non servono a nulla ma alimentano gli affari delle stesse
aziende europee e la situazione resta immutata.
Non
parliamo poi di sviluppo democratico che avrebbe dovuto essere
guidato da mani di dittatori che della democrazia non sanno
certo che farsene e la situazione di oggi ne è la conferma.
Sono quindi più di 50 anni che si segue questa strada sbagliata
e, questo presunto benessere non solo non si è visto ma abbiamo
visto come recentemente la maggior parte delle popolazioni
della sponda mediterranea si sono violentemente ribellate
al continuo abbassamento del loro tenore i vita, abbiamo visto
la disperata ricerca di emigrare verso l'Europa, gli scontri
tribali che tutt'ora esistono, che non sono certo segni né
di benessere né di sviluppo della libertà. Un
bilancio deprimente nel quale la funzione dell'Italia è praticamente
inconsistente, sebbene il nostro paese sarebbe il più indicato
per condurre la sua leadership mediterranea.
Questo
cronico stato di disagio tende a tradursi in uno scontro di
civiltà che potrebbe avere effetti imprevedibili anche per
gli stati europei e che trasformerebbe il nostro vecchio Mare
Nostrum in un tragico Mare Monstrum.
*
intervento su Radio Gamma 5 del 23.2.2011 su Challenger TV
satellitare Sky 922 dal lunedì al venerdì
 
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