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23 febbraio 2011
tutti gli speciali

Mare Monstrum
di Rodolfo Roselli*

Il mare Mediterraneo sta vivendo, nell'ambito dei paesi che bagna, una crisi politica molto pericolosa, e difficilmente prevedibili sono le conseguenze che ne possono derivare. Oggi, oltre al perenne punto delicato della situazione d'Israele, si aggiungono situazioni difficili in Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, e ad ulteriori problemi economici in Grecia, politici in Albania, Yemen, Iran e non certo altri tranquilli nella stessa Italia. Oggi la rivolta è esplosa in Libia.

Questo mare è diventato un catino che ribolle continuamente con sempre nuovi problemi, molto diversi tra loro, ma che impediscono comunque a tutti i popoli uno sviluppo ordinato. Purtroppo l'influenza naturale, che avrebbe potuto esercitare l'Europa e più specificatamente l'Italia in questa zona geografica, è stata sostituita dagli Stati Uniti che hanno da sempre perseguito una politica molto discutibile e molto lontana dai principi che questa nazione dice di promuovere. Gli Stati Uniti si sono sempre sentiti investiti dalla missione di diffondere la libertà e la democrazia nel mondo, ma con azioni politiche molto lontane da questi principi. Ha sempre preteso di considerare possibile l'imposizione della libertà e della democrazia dall'alto, dimenticando che queste due cose nascono spontaneamente dal basso e dalla gente, e non certo da chi detiene il potere. A questo poi ha aggiunto deroghe clamorose, solo per sua convenienza, sostenendo o accettando regimi antidemocratici come in Tunisia, Egitto, Algeria, Albania e fornendo loro tutti i mezzi militari per imporre, se necessario con la forza, i rispettivi governi, accettando perfino regimi dittatoriali palesemente a loro ostili, come la Libia di Gheddafi.

Come si può pensare che i dittatori possano favorire la democrazia? In particolare gli aiuti militari al presidente Mubarak in Egitto, che sono stati elargiti nella misura di circa 1,3 miliardi di dollari all'anno, sono serviti per ricompensare non solo l'accordo di pace con Israele, ma anche per avere un beneficio di accesso prioritario al canale di Suez e allo spazio aereo egiziano per le forze armate americane. Ma oggi ci si domanda se questo continuo flusso di denaro sia servito per migliorare il livello di vita degli egiziani, e se non si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Dimostrare, per questa via, i benefici provenienti dall'Occidente e di conseguenza del metodo democratico sarebbe stato molto più convincente e conveniente per tutti per mantenere la pace, perché con la pancia piena non si fanno né guerre né rivoluzioni. Il problema è che le dittature amiche avrebbero avuto la pancia meno piena, il problema è stato solo questo.

Dunque non è così che si può promuovere la democrazia, e questo metodo sbagliato è applicato ovunque come ad esempio in Afghanistan con effetti sconvolgenti. A fine 2011 la NATO avrà speso 20 miliardi di dollari nei due anni per addestrare le forze armate afgane e fornire armi e tecnologie di guerra, elicotteri, aerei, fucili, mortai etc. Una promozione della democrazia sulla punta delle baionette. Come si possono fornire tecnologie altamente sofisticate quando la percentuale di analfabetismo, anche tra gli appartenenti alle forze armate locali, è altissima, analogamente alla popolazione? Ma ai 20 miliardi di dollari sopra citati devono aggiungersi più di 38 miliardi di dollari spesi in precedenza che, secondo il General Accountability Office americano, non hanno dato i risultati positivi sperati, e tutto questo è confermato dalle 29 organizzazioni umanitarie operanti nel paese. Addirittura c'è il serio rischio che le forze nazionali di sicurezza commettano abusi diffusi, dal furto all'estorsione, dalla tortura all'uccisione indiscriminata di civili, altro che promozione democratica! I paesi membri della NATO, che addestrano, consigliano, finanziano ed equipaggiano queste forze, condividono la responsabilità di eventuali abusi e dovrebbero fare in modo che ciò non accada. Ma finora, sul campo, si sono viste poche azioni indirizzate a questo fine. Le reclute sono valutate in modo sbrigativo, ricevono pochissimo addestramento e spesso rispondono solo ai comandanti locali. Ben lungi dall'aiutare a stabilizzare il paese, queste milizie ne aumenteranno probabilmente l'instabilità.

La musica non cambia nello Yemen, altro stato oggi in ebollizione, e anche in questo stato sono arrivati gli aiuti militari americani. Nel 2006: 4 milioni di dollari. Nel 2008: 22 milioni di dollari. Nel 2010: 310 milioni di dollari. Nel 2011 appena cominciato, per quanto riguarda gli aiuti militari - che di solito nella prima parte dell'anno sono metà del totale - la previsione è già di 250 milioni di dollari. Nel sud della penisola araba si pranza con tre dollari e si compra liberamente un fucile d'assalto per 200 dollari. E siccome occorre controllare che i soldi servano solo per le forniture militari e non per scopi civili, nel paese c'è un flusso continuo di uomini del governo e di agenti americani che sorvegliano, persone che è impossibile non notare.

Ma questo strano modo di essere dei paladini democratici ha dato quasi sempre risultati negativi se non catastrofici. E' inutile ricordare i risultati in Iraq e in Somalia, ma a confermare oggi questa linea è la politica verso la Cina che, da quando ha ristabilito buoni rapporti con l'Occidente, viene sistematicamente bacchettata dai presidenti americani sul rispetto dei diritti umani, tanto per far innervosire i cinesi e si ha la pretesa d' imporre la giovanissima civiltà anglosassone alla millenaria civiltà cinese, facendo finta di non accorgersi che oggi non è la Cina ad aver bisogno degli Stati Uniti, ma viceversa. Questi americani, con la forza oggi molto discutibile dei loro dollari, pretendono di condizionare o addirittura stravolgere civiltà millenarie come quella cinese e tribale afgana e invece, in questo modo creano una continua opposizione che oggi è sfociata nel terrorismo islamico.

La cosa più ragionevole sarebbe stata quella di interporre a questa politica americana un'altra più flessibile, meno aggressiva e più vicina ai territori con i quali relazionare. Questa interposizione doveva essere compito prioritario dell'Europa e in particolare dell'Italia, ma ben poco si è fatto. Nel 1957, quando fu istituita la CEE, i paesi terzi del Mediterraneo furono coinvolti in accordi commerciali preferenziali con singoli paesi europei e nel 1973 con la Conferenza di Parigi si tentò di strutturare unitariamente questi accordi. L'obiettivo di favorire la crescita e lo sviluppo non fu raggiunto e anzi le condizioni di certi paesi peggiorarono. Una causa secondaria fu lo shock petrolifero del 1979, ma le vere ragioni si devono trovare nella carenza di finanziamenti, nel protezionismo tessile ed agroalimentare, accentuato quest'ultimo dall'ingresso di Grecia, Spagna e Portogallo. L'ingresso di questi produttori agricoli non favorì l'esportazione degli stessi prodotti provenienti dai paesi terzi.

Con il crollo del muro di Berlino la CEE tentò di spostare il baricentro dei suoi interessi verso il Mediterraneo con ulteriori piani d'investimento e sostegno (MedCampus, MedInvest etc.) e con trasferimento di tecnologie avanzate, sia per azioni nel settore ambientale che nella promozione d'investimenti europei, ma anche questi tentativi sono miseramente falliti a causa della preoccupazione degli stati della CEE di difendere i propri prodotti, sempre nel settore agro-limentare e tessile. Per i prodotti agricoli le concessioni tariffarie sono state parziali e le possibilità d'esportazione verso l'Europa limitate da una serie di meccanismi di protezione, come i calendari d'importazione, dimensioni dei contingenti, prezzi di riferimento, clausole restrittive, normative fitosanitarie che hanno annullato tutti i benefici della revisione dei dazi doganali. Inoltre l'erogazione delle risorse pianificate è stata talmente lenta da essere erosa dall'inflazione. Sono stati privilegiati investimenti a breve termine, mentre non si è tenuta in considerazione una strategia utile per moltiplicare gli effetti dello sviluppo come, ad esempio, la formazione professionale. Due terzi degli investimenti sono stati assegnati a imprese comunitarie sotto forma di appalti e contratti e inoltre la ripartizione delle risorse finanziarie tra i vari paesi beneficiari non è stata decisa in base ai diversi livelli di sviluppo, ma in funzione di logiche nazionali, che hanno provocato una rivalità tra le nazioni terze per strappare migliori condizioni e maggiori finanziamenti dalla CEE.

Con la Conferenza di Barcellona del 1995 si è tentato di porre rimedio a quanto avvenuto promovendo una zona di libero scambio nell'ambito del Mediterraneo. Il piano approvato prevedeva entro il 2010 una definizione delle nuove relazioni tra i vari stati con la creazione di un area di pace e stabilità basata sul dialogo reciproco. La parte economica avrebbe dovuto mirare a creare un'area di benessere e sviluppo, l'istituzione di un'area di libero scambio per arrivare all'integrazione delle economie dei paesi terzi con quelli della CEE, e infine una promozione culturale e dei rapporti sociali tra le sponde del Mediterraneo. Da quanto sopra si evince che con questo documento nulla viene fatto per migliorare i rapporti economici e commerciali, in quanto una zona di libero scambio non può nascere se non a valle della soluzione di problemi della reciproca importazione e dei relativi finanziamenti allo sviluppo. Dietro le fumose dichiarazioni di principio, sulle quali è facile che tutti siano d'accordo, non si delinea il percorso da seguire dall'attuale situazione dei dazi doganali e degli altri meccanismi sopra detti ,verso questa fantomatica zona i libertà commerciale.

La triste verità che emerge da tutti questi anni di tentativi è che si è sviluppato un nuovo colonialismo, mascherato di belle parole, che non consente lo sviluppo industriale, che enuncia fondi e risorse da dare e delle quali in gran parte ne beneficiano le stesse aziende CEE, e che soprattutto non è stato trovato il modo di conciliare la produzione agricola dei paesi terzi con la produzione agricola europea. Quest'ultimo conflitto potrebbe essere regolato aumentando la produttività agricola dei paesi terzi, ma facilitando l'esportazione dei prodotti verso gli affamati stati degli altri continenti, ma tutto questo si scontra contro le multinazionali americane che invadono con i loro prodotti finiti tutti gli stati, impedendo ogni possibilità di autonoma produzione e quindi di autosufficienza. Dunque fiumi di denaro dei bilanci pubblici europei non solo non servono a nulla ma alimentano gli affari delle stesse aziende europee e la situazione resta immutata.

Non parliamo poi di sviluppo democratico che avrebbe dovuto essere guidato da mani di dittatori che della democrazia non sanno certo che farsene e la situazione di oggi ne è la conferma. Sono quindi più di 50 anni che si segue questa strada sbagliata e, questo presunto benessere non solo non si è visto ma abbiamo visto come recentemente la maggior parte delle popolazioni della sponda mediterranea si sono violentemente ribellate al continuo abbassamento del loro tenore i vita, abbiamo visto la disperata ricerca di emigrare verso l'Europa, gli scontri tribali che tutt'ora esistono, che non sono certo segni né di benessere né di sviluppo della libertà. Un bilancio deprimente nel quale la funzione dell'Italia è praticamente inconsistente, sebbene il nostro paese sarebbe il più indicato per condurre la sua leadership mediterranea.

Questo cronico stato di disagio tende a tradursi in uno scontro di civiltà che potrebbe avere effetti imprevedibili anche per gli stati europei e che trasformerebbe il nostro vecchio Mare Nostrum in un tragico Mare Monstrum.

* intervento su Radio Gamma 5 del 23.2.2011 su Challenger TV satellitare Sky 922 dal lunedì al venerdì


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Dossier guerra e pace

Dossier immigrazione

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