Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
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18 febbraio 2010
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La mafia non esiste
di Alessandro Balducci*

Non basta dire: “c'è la camorra” o “la mafia esiste ma fa schifo”, per fare Informazione e Cultura della Legalità. E' vero anche che negli anni '60 e '70 (fin dove possono arrivare i miei ricordi) fino ad arrivare agli anni '80, la situazione era ancora piu' grave: c'erano addirittura personaggi delle Istituzioni, della politica o della Chiesa, che non riconoscevano l’esistenza della mafia (“la mafia non esiste”… e purtroppo qualcuno lo dice ancora oggi!), e provenendo tali dichiarazioni da persone che occupavano posizioni di rilievo nella vita politica, civile e religiosa, erano destinate ad essere prese sul serio dall'opinione pubblica con la conseguenza che la lotta ed il contrasto ai poteri criminali venivano vissuti come una faccenda privata tra “guardie e ladri”, come un affare che sostanzialmente non riguardava gli “interessi della gente”, in ben altre faccende affaccendata.

Intendiamoci: anche allora c'era una letteratura specializzata sulla criminalita' mafiosa e nelle redazioni dei quotidiani e dei settimanali lavoravano giornalisti coraggiosi che scrivevano di mafia e che facevano inchieste scottanti sulla politica e sui collegamenti coi poteri criminali; alcuni di loro: Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani... hanno dato la vita per il loro impegno professionale al servizio dell'informazione. Ma nell'opinione pubblica faticava a farsi strada la consapevolezza della gravita' e dei rischi nefasti che la presenza delle mafie poteva comportare; del resto la lettura di giornali e settimanali d'inchiesta in Italia, oggi come allora, non e’ mai stata molto diffusa e la televisione e la radio, mezzi d'informazione di massa piu' incisivi di giornali e periodici, hanno sempre trattato poco questi argomenti relegandoli a servizi giornalistici di approfondimento destinati ad un pubblico ristretto a notte inoltrata.

Semmai un certo ruolo nella formazione di una cultura antimafiosa in quegli anni difficili, l'ha svolto la cinematografia con la produzione di film e documentari sulle vicende e sugli avvenimenti di mafia che essendo rivolti al grande pubblico ed essendo, per questo, caratterizzati da un linguaggio piu' diretto, hanno perlomeno contribuito a divulgare ed a far conoscere ad un uditorio piu’ esteso (almeno per chi si prendeva la briga di andare al cinema a vedere i film) la realta' delle mafie ed il loro ruolo nel determinare anche la Storia e gli avvenimenti politici del Paese. Ma il salto di qualita' nella promozione e nella diffusione di una Cultura della Legalita' che coinvolgesse strati piu' ampi della popolazione e promuovesse una coscienza civica circa l'effettiva gravita' dei fenomeni di criminalita' organizzata e' avvenuto in anni piuttosto recenti.

Decisamente un impulso in tal senso l'hanno dato le stragi di mafia dei primi anni '90, dove le caratteristiche dell'attacco dei poteri criminali allo Stato ed alla Magistratura assunse dimensioni tali da smuovere il sistema dell'informazione, la politica e la societa' civile. Parallelamente alla risposta delle Istituzioni e della politica, hanno iniziato a prendere forma ed a svilupparsi gli anticorpi della societa' civile: le organizzazioni dei Commercianti e degli Imprenditori che hanno capito l’importanza della ribellione al pizzo ed al racket, la nascita di Libera ad opera di don Ciotti, la nascita nel territorio di cooperative per l'utilizzo sociale dei beni sequestrati alle mafie (immobili e terreni) grazie alle possibilita’ ed alle opportunita’ offerte dalla legge 109/96, la mobilitazione di semplici cittadini che ha permesso la fioritura di Comitati ed Osservatori che hanno cominciato a sensibilizzare le persone e di giovani sulla lotta alle mafie e sulla difesa della Legalita' non relegandole soltanto all’opera meritoria di Magistrati e Forze dell'ordine.

Perche' – e questo deve essere chiaro – una lotta alle mafie ed al controllo mafioso del territorio e dell’economia che si riduca soltanto al contrasto militare e' persa in partenza. E' successo anche che un giovane scrittore campano, Roberto Saviano, originario di una zona che subisce il dominio e le vessazioni dei Casalesi, abbia scritto un libro sulla Camorra. Qualcuno dira': “Ma quelle cose le potevi leggere anche sui rapporti dei Carabinieri, nelle ordinanze dei giudici anticamorra, nei verbali delle intercettazioni, o negli articoli dei giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria".

Personalmente, prestando da tempo attivita' volontaria nell'Osservatorio, non mi e' mai mancata la voglia di andare a cercare le informazioni e le notizie di cui avevo bisogno su giornali, libri, tv e internet. Ma “Gomorra” e' stato diverso. Con Gomorra i meccanismi del potere camorristico sono stati descritti dettagliatamente con un linguaggio accessibile e "popolare", non con lo stile di un verbale redatto dai Carabinieri o di un’ordinanza della Procura che, per svolgere il loro lavoro, sono costretti ad usare un linguaggio tecnico ed asettico assai poco vicino alle “orecchie” della gente. E' per questo che crediamo che Saviano abbia svolto e stia ancora svolgendo un servizio enorme alla Cittadinanza ed all'opinione pubblica. Servizio per il quale paga in termini di liberta’ e di sicurezza personali viste le minacce di morte che a piu' riprese gli sono giunte e che hanno costretto il Viminale a fornirgli la scorta armata.

Ed e' per questo che comincia ad essere attaccato e delegittimato, dapprima in modo “soffuso” e ora anche con sfrontatezza. La camorra, Cosa nostra e la 'ndrangheta, devono avere di fronte a loro una popolazione di individui ignoranti e indifferenti per portare avanti nel silenzio e nell'omerta’ i loro sporchi affari; l'assenza di una Cultura della Legalita' e di una corretta informazione costituiscono un ottimo terreno di coltura dei poteri criminali. E’ anche a causa di questo deficit culturale che le mafie controllano da decenni il Sud dell'Italia, ed ora, quello stesso deficit culturale unito alla colpevole sottovalutazione della criminalita’ mafiosa da parte degli amministratori pubblici – sia a livello locale che nazionale - e da certa classe politica, sta facendo precipitare sotto il controllo mafioso anche il Nord del Paese.

E non si recupera il terreno perduto sul piano della ricostruzione della coscienza civile e della cultura di legalita’ semplicemente dichiarando, come ha fatto il prefetto di Milano l’anno scorso, che “a Milano la mafia non esiste”; o comportandosi come il titolare del Viminale che si e' fatto invitare d’autorita’ per fare un comizio sui presunti meriti del governo, nel corso della trasmissione “Vieni via con me”, come risposta a chi da mesi lanciava - e continua a lanciare - ripetuti gridi d’allarme sull’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia e nel tessuto sociale del Nord Italia. Ci vuole ben altro, come l'esperienza e la Storia del Meridione hanno insegnato. A meno che non si voglia considerare il Meridione una terra separata dal resto d'Italia e la storia criminale del Mezzogiorno come un fenomeno isolato ed irripetibile, o peggio, connaturato con l’indole dei meridionali.

Cosi' accadra' che mentre mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti imparano dai loro errori e si fortificano corrompendo col loro potere illegale anche il resto d’Italia, lo Stato azzera, anzi – come va di moda dire oggi – “resetta” e ricomincia ogni volta tutto da capo!

* Coordinatore della Commissione 'Cittadinanza e Costituzione' dell'Osservatorio


per approfondire...

Dossier mafia e antimafia

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