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La
mafia non esiste
di
Alessandro Balducci*
Non basta dire: “c'è la camorra” o “la mafia esiste ma fa
schifo”, per fare Informazione e Cultura della Legalità. E'
vero anche che negli anni '60 e '70 (fin dove possono arrivare
i miei ricordi) fino ad arrivare agli anni '80, la situazione
era ancora piu' grave: c'erano addirittura personaggi delle
Istituzioni, della politica o della Chiesa, che non riconoscevano
l’esistenza della mafia (“la mafia non esiste”… e purtroppo
qualcuno lo dice ancora oggi!), e provenendo tali dichiarazioni
da persone che occupavano posizioni di rilievo nella vita
politica, civile e religiosa, erano destinate ad essere prese
sul serio dall'opinione pubblica con la conseguenza che la
lotta ed il contrasto ai poteri criminali venivano vissuti
come una faccenda privata tra “guardie e ladri”, come un affare
che sostanzialmente non riguardava gli “interessi della gente”,
in ben altre faccende affaccendata.
Intendiamoci:
anche allora c'era una letteratura specializzata sulla criminalita'
mafiosa e nelle redazioni dei quotidiani e dei settimanali
lavoravano giornalisti coraggiosi che scrivevano di mafia
e che facevano inchieste scottanti sulla politica e sui collegamenti
coi poteri criminali; alcuni di loro: Mauro De Mauro, Giovanni
Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Giuseppe Fava,
Giancarlo Siani... hanno dato la vita per il loro impegno
professionale al servizio dell'informazione. Ma nell'opinione
pubblica faticava a farsi strada la consapevolezza della gravita'
e dei rischi nefasti che la presenza delle mafie poteva comportare;
del resto la lettura di giornali e settimanali d'inchiesta
in Italia, oggi come allora, non e’ mai stata molto diffusa
e la televisione e la radio, mezzi d'informazione di massa
piu' incisivi di giornali e periodici, hanno sempre trattato
poco questi argomenti relegandoli a servizi giornalistici
di approfondimento destinati ad un pubblico ristretto a notte
inoltrata.
Semmai un certo ruolo nella formazione di una cultura antimafiosa
in quegli anni difficili, l'ha svolto la cinematografia con
la produzione di film e documentari sulle vicende e sugli
avvenimenti di mafia che essendo rivolti al grande pubblico
ed essendo, per questo, caratterizzati da un linguaggio piu'
diretto, hanno perlomeno contribuito a divulgare ed a far
conoscere ad un uditorio piu’ esteso (almeno per chi si prendeva
la briga di andare al cinema a vedere i film) la realta' delle
mafie ed il loro ruolo nel determinare anche la Storia e gli
avvenimenti politici del Paese. Ma il salto di qualita' nella
promozione e nella diffusione di una Cultura della Legalita'
che coinvolgesse strati piu' ampi della popolazione e promuovesse
una coscienza civica circa l'effettiva gravita' dei fenomeni
di criminalita' organizzata e' avvenuto in anni piuttosto
recenti.
Decisamente
un impulso in tal senso l'hanno dato le stragi di mafia dei
primi anni '90, dove le caratteristiche dell'attacco dei poteri
criminali allo Stato ed alla Magistratura assunse dimensioni
tali da smuovere il sistema dell'informazione, la politica
e la societa' civile. Parallelamente alla risposta delle Istituzioni
e della politica, hanno iniziato a prendere forma ed a svilupparsi
gli anticorpi della societa' civile: le organizzazioni dei
Commercianti e degli Imprenditori che hanno capito l’importanza
della ribellione al pizzo ed al racket, la nascita di Libera
ad opera di don Ciotti, la nascita nel territorio di cooperative
per l'utilizzo sociale dei beni sequestrati alle mafie (immobili
e terreni) grazie alle possibilita’ ed alle opportunita’ offerte
dalla legge 109/96, la mobilitazione di semplici cittadini
che ha permesso la fioritura di Comitati ed Osservatori che
hanno cominciato a sensibilizzare le persone e di giovani
sulla lotta alle mafie e sulla difesa della Legalita' non
relegandole soltanto all’opera meritoria di Magistrati e Forze
dell'ordine.
Perche' – e questo deve essere chiaro – una lotta alle mafie
ed al controllo mafioso del territorio e dell’economia che
si riduca soltanto al contrasto militare e' persa in partenza.
E' successo anche che un giovane scrittore campano, Roberto
Saviano, originario di una zona che subisce il dominio e le
vessazioni dei Casalesi, abbia scritto un libro sulla Camorra.
Qualcuno dira': “Ma quelle cose le potevi leggere anche sui
rapporti dei Carabinieri, nelle ordinanze dei giudici anticamorra,
nei verbali delle intercettazioni, o negli articoli dei giornalisti
che si occupano di cronaca giudiziaria".
Personalmente,
prestando da tempo attivita' volontaria nell'Osservatorio,
non mi e' mai mancata la voglia di andare a cercare le informazioni
e le notizie di cui avevo bisogno su giornali, libri, tv e
internet. Ma
“Gomorra” e' stato diverso. Con Gomorra i meccanismi del potere
camorristico sono stati descritti dettagliatamente con un
linguaggio accessibile e "popolare", non con lo stile di un
verbale redatto dai Carabinieri o di un’ordinanza della Procura
che, per svolgere il loro lavoro, sono costretti ad usare
un linguaggio tecnico ed asettico assai poco vicino alle “orecchie”
della gente. E' per questo che crediamo che Saviano abbia
svolto e stia ancora svolgendo un servizio enorme alla Cittadinanza
ed all'opinione pubblica. Servizio per il quale paga in termini
di liberta’ e di sicurezza personali viste le minacce di morte
che a piu' riprese gli sono giunte e che hanno costretto il
Viminale a fornirgli la scorta armata.
Ed
e' per questo che comincia ad essere attaccato e delegittimato,
dapprima in modo “soffuso” e ora anche con sfrontatezza. La
camorra, Cosa nostra e la 'ndrangheta, devono avere di fronte
a loro una popolazione di individui ignoranti e indifferenti
per portare avanti nel silenzio e nell'omerta’ i loro sporchi
affari; l'assenza di una Cultura della Legalita' e di una
corretta informazione costituiscono un ottimo terreno di coltura
dei poteri criminali. E’ anche a causa di questo deficit culturale
che le mafie controllano da decenni il Sud dell'Italia, ed
ora, quello stesso deficit culturale unito alla colpevole
sottovalutazione della criminalita’ mafiosa da parte degli
amministratori pubblici – sia a livello locale che nazionale
- e da certa classe politica, sta facendo precipitare sotto
il controllo mafioso anche il Nord del Paese.
E
non si recupera il terreno perduto sul piano della ricostruzione
della coscienza civile e della cultura di legalita’ semplicemente
dichiarando, come ha fatto il prefetto di Milano l’anno scorso,
che “a Milano la mafia non esiste”; o comportandosi come il
titolare del Viminale che si e' fatto invitare d’autorita’
per fare un comizio sui presunti meriti del governo, nel corso
della trasmissione “Vieni via con me”, come risposta a chi
da mesi lanciava - e continua a lanciare - ripetuti gridi
d’allarme sull’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’economia
e nel tessuto sociale del Nord Italia. Ci vuole ben altro,
come l'esperienza e la Storia del Meridione hanno insegnato.
A meno che non si voglia considerare il Meridione una terra
separata dal resto d'Italia e la storia criminale del Mezzogiorno
come un fenomeno isolato ed irripetibile, o peggio, connaturato
con l’indole dei meridionali.
Cosi'
accadra' che mentre mafiosi, camorristi e 'ndranghetisti imparano
dai loro errori e si fortificano corrompendo col loro potere
illegale anche il resto d’Italia, lo Stato azzera, anzi –
come va di moda dire oggi – “resetta” e ricomincia ogni volta
tutto da capo!
*
Coordinatore della Commissione 'Cittadinanza e Costituzione'
dell'Osservatorio
 
Dossier
mafia e antimafia
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