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Una
volta c'era l’Accabadora . Oggi la Giornata Nazionale dei
risvegli...
di
Doriana Goracci*
Apprendo da un invito che mi è appena arrivato: il 9 febbraio
del 2011, indetta dal Ministero della Salute, ci sarà la giornata
nazionale degli stati vegetativi. L’invito, su Facebook, e
che se non vi dispiace antepongo, dice testualmente: Libera
scelta in libero Stato – chi decide sulla fine della vita?
Mercoledì 9 febbraio,dalle 18 alle 21, MicroMega ha organizzato,
sempre il 9, un convegno-dibattito che si terrà a Roma, ore
18, nell’Aula Magna della Facoltà valdese (Via Pietro Cossa
40). Il titolo della manifestazione sarà “Libera scelta in
libero stato”. Interverranno il senatore Ignazio Marino, il
giurista Stefano Rodotà, il teologo valdese Daniele Garrone,
il fisico Giorgio Parisi, il teologo Dom Giovanni Franzoni
e il direttore di MicroMega Paolo Flores d’Arcais. Un’iniziativa
di alto profilo intellettuale che si interrogherà sul “chi
decide sul fine vita?”.
Non so se potrò esserci e la mia presenza non è così importante,
ritengo importante invece comunicare, il tutto che ho condiviso,
per internet. Ricapitolo quanto ha profuso il Ministero della
salute, per la nostra salute: Presentazione alla stampa della
Giornata Nazionale dei Risvegli 21 settembre 2010 – Lettera
di saluto del Sottosegretario di Stato Eugenia Roccella Il
26 novembre 2010 – Roccella: “Il ricordo di Eluana non sarà
più una memoria che divide ma un momento di condivisione per
un obiettivo che ci unisce tutti” è stato presentato dal ministero
della salute, il Libro bianco sugli stati vegetativi e di
minima coscienza – Il punto di vista delle associazioni che
rappresentano i familiari.
Si passa quindi alla Commemorazione del caro estinto: 9 febbraio
2011 Giornata nazionale degli stati vegetativi. Il Consiglio
dei Ministri ha approvato su proposta del Ministro della Salute
la direttiva che indice per il 9 febbraio 2011 la Giornata
nazionale degli Stati vegetativi. In merito alla decisione
il Sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella dichiara:
“E’ molto importante, in particolare in questo momento di
acceso dibattito, che dal prossimo anno il 9 febbraio sia
la Giornata Nazionale degli Stati Vegetativi. A volerla fortemente
sono state le associazioni dei familiari delle persone che
vivono in questa condizione, che hanno lavorato al Libro Bianco
del Ministero della Salute. Questa data ricorda a tutti noi
l’anniversario della morte di Eluana Englaro, una ragazza
affetta da disabilità grave la cui vita è stata interrotta
per decisione della magistratura. Con questa giornata il ricordo
di Eluana non sarà più una memoria che divide ma un momento
di condivisione per un obiettivo che ci unisce tutti. Da oggi
sarà un’occasione preziosa in più per ricordare a tutti noi
quanto è degna l’esistenza di tutti coloro che vivono in stato
vegetativo e non hanno voce per raccontare il loro attaccamento
alla vita. Questa giornata sarà anche un appuntamento per
fare il punto scientifico su tutte le scoperte su queste situazioni
di cui sappiamo ancora troppo poco. E potrà rappresentare
una finestra di visibilità per queste persone e le famiglie
che le accudiscono amorevolmente, troppo spesso coscientemente
accantonate dai media che si rivolgono al grande pubblico,
come ha dimostrato la recente vicenda della trasmissione Vieni
via con me.” (Redazione salute.gov.it – Comunicato stampa
n. 382 del 26 novembre 2010)
Non ho finestre di visibilità, se non quella da cui sto scrivendo
e mi scappa una smorfia a dire poco amara , ripensando ai
Media e al cammino percorso dalle Genti che comunicano…in
questi due decenni di Videocracy e Basta apparire…la storia,
raccontata dal padre, sottolineo il padre… Luana Englaro?
Ecco
Oggi,
3 febbraio, grazie ad una segnalazione sempre su Facebook,
da parte di Stefania Zuccari, apprendo l’esistenza di una
Donna Sarda: l’Accabadora e l’ eutanasia. Funebre? Solo per
la sostanza, perchè la donna interviene su chi sta morendo.
A me sembra vitale, questa energia che passa…persa. A lei
è stato dedicato un libro, dalla scrittrice sarda Michela
Murgia. Ho ritenuto integrare la nota, con altre e più ampie
informazioni dal centrosardegna: “S’Accabadora…Fino a qualche
decennio fa in Sardegna si praticava l’eutanasia. Era compito
di sa femmina accabbadora procurare la morte a persone in
agonia. Studi approfonditi e analisi della documentazione
rinvenuta presso curie e diocesi sarde e presso musei, hanno
accertato la reale esistenza di questa figura. S’accabadora
era una donna che, chiamata dai familiari del malato terminale,
provvedeva ad ucciderlo ponendo fine alle sue sofferenze.
Un atto pietoso nei confronti del moribondo ma anche un atto
necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per
le classi sociali meno abbienti: negli stazzi della Gallura
e nei piccoli paesi lontani da un medico molti giorni di cavallo,
serviva ad evitare lunghe e atroci sofferenze al malato. Sa
femmina accabbadora arrivava nella casa del moribondo sempre
di notte e, dopo aver fatto uscire i familiari che l’avevano
chiamata, entrava nella stanza della morte: la porta si apriva
e il moribondo, dal suo letto d’agonia, vedeva entrare sa
femmina accabadora vestita di nero, con il viso coperto, e
capiva che la sua sofferenza stava per finire. Il malato veniva
soppresso con un cuscino, oppure la donna assestava il colpo
de su mazzolu provocando la morte. S’accabbadora andava via
in punta di piedi, quasi avesse compiuto una missione, ed
i familiari del malato le esprimevano profonda gratitudine
per il servizio reso al loro congiunto offrendole prodotti
della terra. Quasi sempre il colpo era diretto alla fronte,
da cui, probabilmente, il termine accabbadora, dallo (spagnolo?)
acabar, terminare, che significa alla lettera dare sul capo.
Su mazzolu era una sorta di bastone appositamente costruito
e che si puo’ vedere nel Museo Etnografico Galluras. E’ un
ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, con un manico
che permette un’impugnatura sicura e precisa. Su mazzolu esistente
al museo Galluras e’ stato trovato nel 1981: s’accabbadora
lo aveva nascosto in un muretto a secco vicino a un vecchio
stazzo che una volta era la sua casa. In Sardegna s’accabbadora
ha esercitato fino a pochi decenni fa, soprattutto nella parte
centro-settentrionale dell’isola. Gli ultimi episodi noti
di accabbadura avvennero a Luras nel 1929 e a Orgosolo nel
1952. Oltre i casi documentati, moltissimi sono quelli affidati
alla trasmissione orale e alle memorie di famiglia. Molti
ricordano un nonno o bisnonno che comunque ha avuto a che
fare con la signora vestita di nero. A Luras, in Gallura,
s’accabbadora uccise un uomo di 70 anni. La donna non fu condannata
e il caso fu archiviato. I carabinieri, il Procuratore del
Regno di Tempio Pausania e la Chiesa furono concordi che si
tratto’ di un gesto umanitario. Infatti tutti sapevano e tutti
tacevano, nessuna condanna sembra sia stata mai perpetrata
nei confronti di questa donna missionaria che si faceva carico
materialmente e moralmente di porre fine alle sofferenze del
malato. La sua esistenza e’ sempre stata ritenuta un fatto
naturale… come esisteva la levatrice che aiutava a nascere,
esisteva s’accabbadora che aiutava a morire. Si dice addirittura
che spesso era la stessa persona e che il suo compito si distinguesse
dal colore dell’abito (nero se portava la morte, bianco o
chiaro se doveva far nascere una vita).”
Questa
figura, espressione di un fenomeno socio-culturale e storico
e’ la pratica dell’eutanasia, nei piccoli paesi rurali della
Sardegna e’ legata al rapporto che i sardi avevano con la
morte. Nella cultura della comunita’ sarda, non e’ mai esistito
una vera paura di fronte agli ultimi istanti della vita dell’uomo.
Si puo’ anzi dire che i sardi avessero una propria e personale
gestione della morte, considerata il naturale ciclo della
vita.” E spesso si affiancava un ‘ altra donna: “s’attitadora”,
solitamente donna anziana, vestita di nero, chiamata dai parenti
dell’ ormai morto, per narrare quanto aveva fatto in vita,
con una cantilena che elencava tutte le azioni positive, gesti
e grida di passione dolorosa, che prendevano profondamente,
i sentimenti dei parenti e di chi assisteva. Cosa aggiungere
a tanto strazio “attuale”, a tanta furibonda e penosa invasione
sulla nostra mente e peggio sui nostri corpi, ad opera di
ben altre massaggiatrici e massaggiatori della nostra esistenza?
O dovrei copiare quanto scrissi il il 9 febbraio del 2009,
La Quiete durante la tempesta? Nelle conclusioni: …Chi lentamente
muore? Chi vorrebbe non cessare di esistere sul colpo, magari
in un incidente stradale? E per chi rimane, non assistere
a questo spettacolo sul corpo di chi si è amato più della
nostra stessa vita? E sia la quiete dopo la tempesta.”
Ma si, facciamolo questo Dialogo con Dio. Tra cui quello di
trovarsi a scrivere di queste cose. In Italia, all’inizio
di un febbraio 2011. E’ servito a me scrivere, oggi e allora,
apprendere, perchè non sapevo. Il 5 febbraio vi invito a Capranica,
così tanto per fare il sabato del villaggio e capire insieme
cosa significa minima coscienza e partecipazione giornalistica
e on line: Un altro mo(n)do è possibile? Le memorie della
musica cantano…Sempre.
Doriana
Goracci
Le
Memorie della Musica
Ombre fuggite dai monti lontanissimi delle madri ove state
quiete in albe fantastiche Voi veniste a me nella notte perché
lo spavento levasse a me un urlo contro il dolore del mondo.
Quando entravo coi piedi nel fiume voi svanivate nell’alba
restava il canto disperato.
Danzano,
le memorie danzano E suonano, i ricordi suonano E cantano
vecchie ninnie…vecchie madri cantano… “Deus meu, Deus meu,
Non bides cantas lacrimas in musica Deus meu, Deus meu, Deus
meu. ” Cantano, i ragazzi cantano E ballano ad occhi chiusi…
Disperati ballano Deus meu, Deus meu, Deus meu.
Nella
musica la voce delle lacrime, Nella musica la forza delle
idee, E’ una liturgia di dolore e di allegria questa musica
deus meu. Perchè musica è la voce di ogni popolo E raccoglie
tutta la sua eredità Chi la canterà chi la scrive non lo sa…
Ma nell’aria c’era già: Ninninninia…Deus meu.
Ma
si s’amore non s’illumina de musica E tando no est amore coro
meu. Non si cullano i bambini senza musica Non si resta insieme
senza una canzone E’ una liturgia di dolore e d’allegria Che
ci tiene compagnia. Sono eterne le memorie della musica Perché
in fondo le canzoni siamo noi, anche se non vuoi le ritrovi
prima o poi proprio come Te Deus meu. Ninninninia…Deus meu.
Cantano, i bambini cantano (dillos e anticos duru duru de
allegria) e danzano (a toccos de tamburos dilliriende) le
memorie danzano e nascono nuove ninnie che le madri imparano
Deus meu, Deus meu, Deus meu..
*
Coordinatrice della Commissione tematica "Voci dalla
rete" dell'Osservatorio
 
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