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Etica
e politica : potere nemico della cultura
di
Rodolfo Roselli*
Tra le varie anomalie che costellano la politica di oggi,
c'è il significato che viene dato all'assunzione del potere
da parte di chiunque. E' fuori dubbio che da sempre avere
potere è stato il sogno di tanti e che, con alterne vicende
e con mezzi non certo ortodossi, si è fatto di tutto per conquistarlo,
per mantenerlo e tramandarlo anche ai propri posteri, ma era
anche fuori dubbio che non solo si correva un notevole rischio,
ma anche che, una volta ottenuto, occorreva dimostrare di
essere capace di risolvere i problemi del momento. Un potere
in questo modo, se risolutore dei problemi, non solo si assicurava
una maggiore durata, ma poteva vantare di essere apprezzato,
ricordato ed imitato nel futuro.
Esisteva dunque un potere benefico ed uno malefico, il primo
costruttore e garante di un ordine sociale e costruttore di
forme e correnti di pensiero per facilitare la naturale associazione
e il benessere umano, il secondo distruttore di ogni valore
civile per facilitare il terrore, la soggezione fisica e morale,
la disintegrazione di qualunque forma di opposizione. I detentori
di queste due forme di potere si sono sempre distinti per
una specifica caratteristica, i primi accettavano la simbiosi
tra gestione del potere e gestione della cultura, gli altri
combattevano la cultura, consapevoli che fosse una minaccia,
sia perché difficilmente per loro comprensibile, sia perché
la libertà di pensiero e di confronto che avrebbe prodotto
poteva minare le fondamenta delle loro azioni.
Disprezzare la cultura significava semplicemente cancellare
ogni raziocinio, affidarsi al capriccio emotivo, alimentare
il proprio egoismo credendo e facendo credere d'essere infallibile,
mortificando anche quel minimo di umiltà personale, benefica
per fermarsi al momento giusto. E' in questo modo che il potere
è divenuto elemento di distruzione dell'ordine sociale, e
non ci si può meravigliare che, come naturale conseguenza,
abbia avuto bisogno di essere esercitato in maniera tirannica,
sia nella formazione delle leggi, sia nell'imposizione dei
tributi, sia nel combattere ogni forma di democrazia, sia
nel mortificare il futuro delle nuove generazioni, perché
considerate minacce potenziali che avrebbero potuto sostituire
il detentore di questo potere. Non è invece un caso che proprio
dove la cultura e il potere si sono confrontati apertamente,
sono nate le prime concezioni democratiche, si è potuto regolare
l'ordine sociale basato sulla struttura di leggi semplici,
perché largamente condivise e basate su valori morali preesistenti,
incoraggiati e comuni a larga parte della popolazione.
Si spiega dunque facilmente perché il potere tirannico ha
tentato in ogni modo di sottomettere il libero pensiero per
paura che l'uomo uscisse dalle tenebre dell'ignoranza, una
ignoranza incoraggiata da distrazioni festaiole, effimere,
inconsistenti che sovente avevano le loro basi pescando nei
sentimenti più bassi dell'umanità e legittimandoli come progresso,
moda, o come avanzamento della modernità, una ignoranza che
nei secoli ha prodotto ricchezza e stabilità ai governi dispotici.
Tuttavia in questo modo il potere condanna se stesso alla
fine, perché partorisce ideologie e condizioni sociali delle
quali abusa, perché non riesce a trovare il modo di assicurare
un controllo diretto ed oculato delle conseguenze prodotte
dalle medesime. E tutto questo spiega perché regimi partiti
sull'onda dell'entusiasmo popolare, a poco a poco si spengano
sia generando contese interne, sia deludendo coloro che in
quelle ideologie avevano creduto.
(...)
Non è dunque una sorpresa che, con la scusa di una crisi economica,
si tagli indiscriminatamente qualsiasi investimento culturale,
perché non è una questione di bilancio, ma un'ottima occasione
per far ripiombare nell'ignoranza tutto il paese. Non è un
caso che la manovra finanziaria odierna colpisca 232 enti
togliendo loro le risorse e condannandoli alla chiusura, perché
un conto è ridurre l'investimento, altra cosa è cancellarlo
definitivamente, come chiaramente prova l'art.7 comma 22 del
Decreto legge approvato, nel quale si legge "lo stato cessa
(e non riduce) di concorrere al finanziamento degli enti,
istituti, fondazioni e altri organismi". Solo una manovra
economica concepita da persone prive di cultura, poteva giustificare
tagli indiscriminati, e sono indiscriminati proprio perché
chi la esegue non è all'altezza di comprendere ciò che è dannoso
da ciò che è utile.
Il trionfo di questa palese ignoranza conduce a togliere 100
all'inutile e ad impedire di produrre 100 all'utile. Quell'utile
che sono realtà di eccellenza italiana riconosciute nel mondo.
E tutto questo dimostra il dispotismo ammesso dallo stesso
Ministro ai Beni Culturali, che ammette di aver subito decisioni
non concertate ma imposte. Ebbene questo personaggio, il quale
ammette di essere stato messo nella condizione di rinnegare
gli impegni presi, pur di non doverosamente dimettersi, con
grande disinvoltura preferisce restare al suo posto, testimoniando
con i fatti la sua totale corresponsabilità. Dunque non dimissioni
per un crollo di un manufatto artistico, ma per ragioni ben
più gravi che avrebbero riguardato il mantenimento del suo
potere.
E
così il nostro paese perderà la Triennale di Milano, la Quadriennale
di Roma, la società Geografica italiana, il museo Poldi Pezzoli,
le fondazioni dell'Arena di Verona, il festival dei Due Mondi
di Spoleto, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma,
la Giocchino Rossini di Pesaro, la Giorgio Cini di Venezia,
il Teatro di Bari, il Gabinetto Viesseux di Firenze e così
via. Nomi non da poco, che al solo pensiero della loro scomparsa
fanno drizzare i capelli in testa. Nulla poi si dice sul dettaglio
umano della perdita del posto di migliaia di specialisti che
possiedono un patrimonio di esperienze pluriennali di studio,
di fatica, di dedizione.(...)
*stralci
dell'intervento su Radio Gamma 5 del 08.12.2010 e su Challenger
TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì in
diretta dalle ore 19,00
 
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