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08 dicembre 2010
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Etica e politica : potere nemico della cultura
di Rodolfo Roselli*

Tra le varie anomalie che costellano la politica di oggi, c'è il significato che viene dato all'assunzione del potere da parte di chiunque. E' fuori dubbio che da sempre avere potere è stato il sogno di tanti e che, con alterne vicende e con mezzi non certo ortodossi, si è fatto di tutto per conquistarlo, per mantenerlo e tramandarlo anche ai propri posteri, ma era anche fuori dubbio che non solo si correva un notevole rischio, ma anche che, una volta ottenuto, occorreva dimostrare di essere capace di risolvere i problemi del momento. Un potere in questo modo, se risolutore dei problemi, non solo si assicurava una maggiore durata, ma poteva vantare di essere apprezzato, ricordato ed imitato nel futuro.

Esisteva dunque un potere benefico ed uno malefico, il primo costruttore e garante di un ordine sociale e costruttore di forme e correnti di pensiero per facilitare la naturale associazione e il benessere umano, il secondo distruttore di ogni valore civile per facilitare il terrore, la soggezione fisica e morale, la disintegrazione di qualunque forma di opposizione. I detentori di queste due forme di potere si sono sempre distinti per una specifica caratteristica, i primi accettavano la simbiosi tra gestione del potere e gestione della cultura, gli altri combattevano la cultura, consapevoli che fosse una minaccia, sia perché difficilmente per loro comprensibile, sia perché la libertà di pensiero e di confronto che avrebbe prodotto poteva minare le fondamenta delle loro azioni.

Disprezzare la cultura significava semplicemente cancellare ogni raziocinio, affidarsi al capriccio emotivo, alimentare il proprio egoismo credendo e facendo credere d'essere infallibile, mortificando anche quel minimo di umiltà personale, benefica per fermarsi al momento giusto. E' in questo modo che il potere è divenuto elemento di distruzione dell'ordine sociale, e non ci si può meravigliare che, come naturale conseguenza, abbia avuto bisogno di essere esercitato in maniera tirannica, sia nella formazione delle leggi, sia nell'imposizione dei tributi, sia nel combattere ogni forma di democrazia, sia nel mortificare il futuro delle nuove generazioni, perché considerate minacce potenziali che avrebbero potuto sostituire il detentore di questo potere. Non è invece un caso che proprio dove la cultura e il potere si sono confrontati apertamente, sono nate le prime concezioni democratiche, si è potuto regolare l'ordine sociale basato sulla struttura di leggi semplici, perché largamente condivise e basate su valori morali preesistenti, incoraggiati e comuni a larga parte della popolazione.

Si spiega dunque facilmente perché il potere tirannico ha tentato in ogni modo di sottomettere il libero pensiero per paura che l'uomo uscisse dalle tenebre dell'ignoranza, una ignoranza incoraggiata da distrazioni festaiole, effimere, inconsistenti che sovente avevano le loro basi pescando nei sentimenti più bassi dell'umanità e legittimandoli come progresso, moda, o come avanzamento della modernità, una ignoranza che nei secoli ha prodotto ricchezza e stabilità ai governi dispotici. Tuttavia in questo modo il potere condanna se stesso alla fine, perché partorisce ideologie e condizioni sociali delle quali abusa, perché non riesce a trovare il modo di assicurare un controllo diretto ed oculato delle conseguenze prodotte dalle medesime. E tutto questo spiega perché regimi partiti sull'onda dell'entusiasmo popolare, a poco a poco si spengano sia generando contese interne, sia deludendo coloro che in quelle ideologie avevano creduto.

(...) Non è dunque una sorpresa che, con la scusa di una crisi economica, si tagli indiscriminatamente qualsiasi investimento culturale, perché non è una questione di bilancio, ma un'ottima occasione per far ripiombare nell'ignoranza tutto il paese. Non è un caso che la manovra finanziaria odierna colpisca 232 enti togliendo loro le risorse e condannandoli alla chiusura, perché un conto è ridurre l'investimento, altra cosa è cancellarlo definitivamente, come chiaramente prova l'art.7 comma 22 del Decreto legge approvato, nel quale si legge "lo stato cessa (e non riduce) di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi". Solo una manovra economica concepita da persone prive di cultura, poteva giustificare tagli indiscriminati, e sono indiscriminati proprio perché chi la esegue non è all'altezza di comprendere ciò che è dannoso da ciò che è utile.

Il trionfo di questa palese ignoranza conduce a togliere 100 all'inutile e ad impedire di produrre 100 all'utile. Quell'utile che sono realtà di eccellenza italiana riconosciute nel mondo. E tutto questo dimostra il dispotismo ammesso dallo stesso Ministro ai Beni Culturali, che ammette di aver subito decisioni non concertate ma imposte. Ebbene questo personaggio, il quale ammette di essere stato messo nella condizione di rinnegare gli impegni presi, pur di non doverosamente dimettersi, con grande disinvoltura preferisce restare al suo posto, testimoniando con i fatti la sua totale corresponsabilità. Dunque non dimissioni per un crollo di un manufatto artistico, ma per ragioni ben più gravi che avrebbero riguardato il mantenimento del suo potere.

E così il nostro paese perderà la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, la società Geografica italiana, il museo Poldi Pezzoli, le fondazioni dell'Arena di Verona, il festival dei Due Mondi di Spoleto, il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, la Giocchino Rossini di Pesaro, la Giorgio Cini di Venezia, il Teatro di Bari, il Gabinetto Viesseux di Firenze e così via. Nomi non da poco, che al solo pensiero della loro scomparsa fanno drizzare i capelli in testa. Nulla poi si dice sul dettaglio umano della perdita del posto di migliaia di specialisti che possiedono un patrimonio di esperienze pluriennali di studio, di fatica, di dedizione.(...)

*stralci dell'intervento su Radio Gamma 5 del 08.12.2010 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì in diretta dalle ore 19,00


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Dossier etica e politica

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