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Riflessioni
sulla pena di morte
di
Alessia Bruni, Cristiana Bruni, Claudia Caroli e Claudio Giusti
Noi, che abbiamo dedicato tanta parte della vita alla difesa
dei diritti umani, sentiamo la necessità di esprimere i motivi
profondi del nostro impegno nella lotta alla pena di morte
e offriamo questa riflessione al Movimento Abolizionista.
La
pena di morte è l’imposizione arbitraria e capricciosa di
dolore e sofferenza. La pena capitale è una violazione dei
principi di uguaglianza e libertà sanciti dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo agli Articoli Uno, Due e
Sette; e inoltre viola gli Articoli Tre e Cinque della stessa
Dichiarazione: quelli che garantiscono il diritto alla vita
e l’immunità dalla tortura e da ogni punizione crudele, inumana
o degradante. Il rispetto di questi diritti è un obbligo per
tutti i paesi del mondo e non esiste situazione in cui possano
essere ignorati.
La
pena di morte, come la schiavitù e la segregazione razziale,
viola il diritto all’uguaglianza perché crea una categoria
di persone cui questo diritto è negato ancor prima di quello
alla vita. Il diritto all’uguaglianza nel diritto alla vita
non dipende dalla bontà d’animo dei governanti, né dai capricci
di una maggioranza e, pur essendo un diritto individuale,
la sua esistenza è una garanzia per tutti i membri della società.
Questo
è un diritto umano di cui tutti devono godere in qualunque
momento. Qualcosa che appartiene ad ogni essere umano semplicemente
perché egli è tale. Lo stato non è padrone del diritto di
vita e di morte. Unicamente gli individui possono, singolarmente
o collettivamente, utilizzare la violenza in caso di estrema
necessità per rispondere, in modo proporzionato, a una minaccia
concreta e attuale e solo per salvare vite.
Il sistema giudiziario non si trova mai in questa situazione.
La pena di morte è un sacrificio umano, un assassinio perpetrato
a sangue freddo, un omicidio rituale commesso in nome di tutti
per rassicurare le paure di alcuni e rafforzare il potere
di pochi. Essa è una guerra dello stato contro l’individuo
ed è sempre un fatto politico.
Non
esiste distinzione fra delitti politici e comuni perché questa
sanzione è la dimostrazione della potenza dello stato. Che
sia la segreta giustizia del re o il democratico linciaggio,
il patibolo è sempre un simbolo di potere che non permette
esitazioni. L’opposizione ad esso non può limitarsi ad un’accorta
selezione dei casi e delle situazioni.
Il
patibolo non consente la scappatoia del bene comune e della
suprema necessità statale: davanti ad esso non e possibile
restare neutrali L’esperienza di due secoli di abolizionismo
ha dimostrato, oltre ogni ragionevole dubbio, che la pena
di morte è priva di qualsiasi utilità e giustificazione. Non
è un deterrente e non è di sollievo ai parenti delle vittime.
Si riduce ad essere una vendetta camuffata da retribuzione
e la sua perversa suggestione imitativa brutalizza la società
nel suo insieme.
La
pena di morte è una violazione dei diritti umani e non può
essere amministrata equamente. Colpisce di preferenza, se
non unicamente, i deboli e gli indifesi. Uccide gli innocenti,
i poveri, i pazzi, i minorati e gli appartenenti alle minoranze.
La sua attesa è una tortura che può durare decenni. La pena
di morte è un’atroce lotteria e la sua imposizione assomiglia
al lancio di una moneta. Solo un numero esiguo di presunti
colpevoli è condannato al patibolo e un numero ancor più piccolo
è ucciso.
Non
esiste un legame logico e coerente fra il delitto commesso
e la pena che si va a scontare. Per delitti simili alcuni
sono “giustiziati” mentre altri se la cavano con poco o nulla.
L’imposizione di una sentenza capitale risente dei pregiudizi
razziali, religiosi, sociali, politici ed economici della
società che la applica, della vicinanza delle elezioni, dei
titoli sui giornali, dello status sociale della vittima e
dell’assassino, delle risorse a disposizione dell’Accusa,
arrivando all’assurdo della differente applicazione da un
aula giudiziaria all’altra.
Più
che amore verso la vittima si mostra un odio molto selettivo
nei confronti dell’assassino. Forse
Abele è sempre Abele, ma certamente Caino non è sempre Caino
La storia ha dimostrato che non è umanamente possibile tracciare
quella sottile linea blu che divida chiaramente i delitti
passibili di pena di morte da quelli che non lo sono e il
concetto di chi “meriti di morire” cambia nel tempo e nello
spazio. Comportamenti che oggi consideriamo sopportabili,
normali, quando non encomiabili, sono stati e sono ferocemente
repressi in altri tempi e luoghi.
L’Inghilterra
dell’800 impiccava ladruncoli e bambini e la libera espressione
del pensiero, anche religioso, è stata ed è un’attività estremamente
pericolosa, come la libera impresa. Comportamenti sessuali
su cui non troviamo nulla da ridire sono stati e sono gravati
di tremendi pericoli. L’incarcerazione dell’innocente, o l’imposizione
di una pena sproporzionata, sono drammi che affliggono ogni
sistema giudiziario, ma il solo sospetto di uccidere un innocente,
o il non colpevole di un reato capitale, dovrebbe essere ragione
più che sufficiente per giustificare da solo l’abolizione
del patibolo anche agli occhi del più incallito dei forcaioli.
Inoltre le alternative alla pena di morte sono già previste
dal diritto e quotidianamente applicate in tutti i paesi.
La sospensione delle esecuzioni è un palliativo, perché le
condizioni del braccio della morte sono una tortura sovente
omicida. Lo stesso ergastolo, se non è illuminato da una sia
pur lontana speranza di redenzione e libertà, diventa una
ghigliottina secca.
Abolire la pena di morte non significa necessariamente rispettare
i diritti umani, come del resto questo rispetto non è dato
dalla presenza di un sistema democratico. Abolirla significa
piuttosto riconoscere la dignità inerente ad ogni essere umano,
i sui diritti eguali e inalienabili e, allo stesso tempo,
applicare la giustizia nel suo significato più alto, accettandone
l’incoerenza e la fragilità.
La sua abolizione è una garanzia di libertà e umanità per
tutti.
 
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