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Informazione
e mafia : ricominciare da Telejato
di
Riccardo Orioles*
Due storie di cronisti minacciati (uno in Sicilia l'altro
in Calabria) che non riguardano solo il giornalismo ma proprio
la politica: la nostra Non è una storia importante, quella
di Pino Maniaci e di TeleJato.
Si
svolge in un pezzo d'Italia (Partinico e dintorni) in cui
la mafia comanda da quasi cent'anni, tollerata da Crispi,
Giolitti, Mussolini, Fanfani, Andreotti e infine Berlusconi.
Non è un'Italia importante, infatti, Partinico; si può ben
delegarne il controllo, in cambio di qualche voto, a Cosa
Nostra. E tutto va avanti così, banalmente, una generazione
dopo l'altra. L'Italia civile, ogni tanto, manda giù una telecamera:
un servizio, una fiction, un'ora di folklore. Finché,
improvvisamente, ti spunta una telecamera indigena, che senza
sapere un ca**o d'informazione comincia fare informazione
davvero. Cioè ventiquattr'ore su ventiquattro, dal basso,
in mezzo alla gente del luogo e con parole locali. Ridendo
e sputtanando i boss locali: “Tano Seduto!”. “Fardazza!”.
Si chiami Peppino Impastato o Pino Maniaci, il giornalista
indigeno non è mai presi sul serio (da vivo) dai giornalisti
ufficiali.
Ci
volle del bello e del buono, l'anno scorso, per fare ottenere
un tesserino a Pino. Dovette fiondarsi a Palermo il segretario
dell'Ordine in persona, Iacopino, e imporlo ai riluttanti
colleghi locali alcuni dei quali (Lazzaro Dantuso e Mannisi)
minacciarono di uscire dall'Ordine se vi fosse stato accolto
Maniaci. Seguono alcuni mesi “normali” (la solita pastasciutta,
le solite minacce, i soliti tg sui Fardazza, le solite aggressioni
in piazza) in cui Pino, senza far troppo caso dei “colleghi”,
continua a tirare la carretta di TeleJato paziente e imperturbabile
come un somaro. Poi, con l'estate, arriva un bel regalo: un
lbro di un collega “antimafioso” che dedica a TeleJato un
capitolo intero: per dire che è tutta una buffonata e che
Pino è un ciarlatano.
Caselli,
don Ciotti, i “vecchi” di Radio Aut e dei Siciliani, l'antimafia
insomma, si mettono pubblicamente accanto a Pino. I più intimi
lo consigliano: “Eddài, non te la prendere, sono cose che
passano, continua a fare il tuo dovere”. E lui pazientemente
riafferra le stanghe e si rimette a tirare, povero e indifferente
come prima. Il collega calunniatore intanto fa carriera e
finisce in Rai: e non da Bruno Vespa ma da Santoro. Così va
il mondo. Maniaci perde la pazienza, ma brevemente, soltanto
quando l'ennesima minaccia (che Procura e Scientifica valutano
fra le più dure in assoluto) colpisce non più solo lui, ma
anche la sua famiglia. Dice alcune parole, ad alta voce. Eppoi
si rimette a lavorare. “Noi non ci fermeremo”.
* * *
Parlo di Pino perché sono siciliano, e mi è quindi più facile
scrivere di lui. Ma un caso abbastanza simile, quasi contemporaneamente,
si è verificato in Calabria dove il cronista Luigi Musolino,
più volte minacciato dalla 'ndrangheta, viene trasferito d'autorità
dopo aver fatto dichiarazioni su politici non propriamente
antimafiosi. Il suo direttore è uno “di sinistra”, Sansonetti,
il cui riferimento politico, se non ho perso qualche puntata,
è addirittura Vendola. Che certo, come Santoro, non è tenuto
a occuparsi di tutti i particolari, e in particolare della
sorte di un misero cronista calabrese o siciliano.
* * *
Torniamo
su questi due nomi, che i nostri lettori (e di non molti altri
giornali) già conoscono, perché li riteniamo importantissimi
per il nostro mestiere, per il nostro Paese, e per lo schieramento
politico cui apparteniamo, la sinistra. Maniaci e Musolino
non sono dei semplici giornalisti. Giù da noi, sono il giornalismo.
Maniaci e Musolino non sono dei semplici giornalisti. Giù
da noi sono le sentinelle della Nazione.
Maniaci
e Musolino non sono un problema della sinistra. Giù da noi
sono il problema. Nel momento in cui (forse) riusciamo a cacciar
via Berlusconi, a ridarci un governo, saremo noi di sinistra
in grado di governare meglio di prima, di affrontare con la
durezza e serietà che in passato è mancata i problemi vitali:
la mafia, l'informazione libera, la non-dignità sul lavoro?
Nei casi di Musolino e Maniaci compaiono esattamente questi
temi. Con nemici e responsabili di destra ma con un'immensa
miopia - colpevole - da sinistra. Perciò io qui chiedo formalmente
a Santoro di esprimere pubblicamente solidarietà a Maniaci
(finora non l'ha fatto) e a Vendola di prendere pubblicamente
le distanze da Sanonetti (non l'ha fatto). Insomma di sostenere
per quanto possibile la nostra antimafia povera e paesana,
scegliendo i militanti sul campo e non i cortigiani.
Mica
siete obbligati, caro Michele e caro Nichi, a comportarvi
così impoliticamente. Se non lo farete continuerò e sostenervi
per disciplina e dovere, bugia nen, come un sergente sabaudo.
Se lo farete, sarete molto più che dei re (o dei politici)
per me e per quelli come me: sarete dei compagni.
*
da La catena di San Libero
 
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