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04 novembre 2010
tutti gli speciali

Informazione e mafia : ricominciare da Telejato
di Riccardo Orioles*

Due storie di cronisti minacciati (uno in Sicilia l'altro in Calabria) che non riguardano solo il giornalismo ma proprio la politica: la nostra Non è una storia importante, quella di Pino Maniaci e di TeleJato.

Si svolge in un pezzo d'Italia (Partinico e dintorni) in cui la mafia comanda da quasi cent'anni, tollerata da Crispi, Giolitti, Mussolini, Fanfani, Andreotti e infine Berlusconi. Non è un'Italia importante, infatti, Partinico; si può ben delegarne il controllo, in cambio di qualche voto, a Cosa Nostra. E tutto va avanti così, banalmente, una generazione dopo l'altra. L'Italia civile, ogni tanto, manda giù una telecamera: un servizio, una fiction, un'ora di folklore. Finché, improvvisamente, ti spunta una telecamera indigena, che senza sapere un ca**o d'informazione comincia fare informazione davvero. Cioè ventiquattr'ore su ventiquattro, dal basso, in mezzo alla gente del luogo e con parole locali. Ridendo e sputtanando i boss locali: “Tano Seduto!”. “Fardazza!”. Si chiami Peppino Impastato o Pino Maniaci, il giornalista indigeno non è mai presi sul serio (da vivo) dai giornalisti ufficiali.

Ci volle del bello e del buono, l'anno scorso, per fare ottenere un tesserino a Pino. Dovette fiondarsi a Palermo il segretario dell'Ordine in persona, Iacopino, e imporlo ai riluttanti colleghi locali alcuni dei quali (Lazzaro Dantuso e Mannisi) minacciarono di uscire dall'Ordine se vi fosse stato accolto Maniaci. Seguono alcuni mesi “normali” (la solita pastasciutta, le solite minacce, i soliti tg sui Fardazza, le solite aggressioni in piazza) in cui Pino, senza far troppo caso dei “colleghi”, continua a tirare la carretta di TeleJato paziente e imperturbabile come un somaro. Poi, con l'estate, arriva un bel regalo: un lbro di un collega “antimafioso” che dedica a TeleJato un capitolo intero: per dire che è tutta una buffonata e che Pino è un ciarlatano.

Caselli, don Ciotti, i “vecchi” di Radio Aut e dei Siciliani, l'antimafia insomma, si mettono pubblicamente accanto a Pino. I più intimi lo consigliano: “Eddài, non te la prendere, sono cose che passano, continua a fare il tuo dovere”. E lui pazientemente riafferra le stanghe e si rimette a tirare, povero e indifferente come prima. Il collega calunniatore intanto fa carriera e finisce in Rai: e non da Bruno Vespa ma da Santoro. Così va il mondo. Maniaci perde la pazienza, ma brevemente, soltanto quando l'ennesima minaccia (che Procura e Scientifica valutano fra le più dure in assoluto) colpisce non più solo lui, ma anche la sua famiglia. Dice alcune parole, ad alta voce. Eppoi si rimette a lavorare. “Noi non ci fermeremo”.

* * *

Parlo di Pino perché sono siciliano, e mi è quindi più facile scrivere di lui. Ma un caso abbastanza simile, quasi contemporaneamente, si è verificato in Calabria dove il cronista Luigi Musolino, più volte minacciato dalla 'ndrangheta, viene trasferito d'autorità dopo aver fatto dichiarazioni su politici non propriamente antimafiosi. Il suo direttore è uno “di sinistra”, Sansonetti, il cui riferimento politico, se non ho perso qualche puntata, è addirittura Vendola. Che certo, come Santoro, non è tenuto a occuparsi di tutti i particolari, e in particolare della sorte di un misero cronista calabrese o siciliano.

* * *

Torniamo su questi due nomi, che i nostri lettori (e di non molti altri giornali) già conoscono, perché li riteniamo importantissimi per il nostro mestiere, per il nostro Paese, e per lo schieramento politico cui apparteniamo, la sinistra. Maniaci e Musolino non sono dei semplici giornalisti. Giù da noi, sono il giornalismo. Maniaci e Musolino non sono dei semplici giornalisti. Giù da noi sono le sentinelle della Nazione.

Maniaci e Musolino non sono un problema della sinistra. Giù da noi sono il problema. Nel momento in cui (forse) riusciamo a cacciar via Berlusconi, a ridarci un governo, saremo noi di sinistra in grado di governare meglio di prima, di affrontare con la durezza e serietà che in passato è mancata i problemi vitali: la mafia, l'informazione libera, la non-dignità sul lavoro? Nei casi di Musolino e Maniaci compaiono esattamente questi temi. Con nemici e responsabili di destra ma con un'immensa miopia - colpevole - da sinistra. Perciò io qui chiedo formalmente a Santoro di esprimere pubblicamente solidarietà a Maniaci (finora non l'ha fatto) e a Vendola di prendere pubblicamente le distanze da Sanonetti (non l'ha fatto). Insomma di sostenere per quanto possibile la nostra antimafia povera e paesana, scegliendo i militanti sul campo e non i cortigiani.

Mica siete obbligati, caro Michele e caro Nichi, a comportarvi così impoliticamente. Se non lo farete continuerò e sostenervi per disciplina e dovere, bugia nen, come un sergente sabaudo. Se lo farete, sarete molto più che dei re (o dei politici) per me e per quelli come me: sarete dei compagni.

* da La catena di San Libero

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