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Giovani
: ci prendono le misure e fuggono via
di
Vincenzo Andraous*
Il ragazzo non fa ritorno a casa, ha deciso di far saltare
il banco con la sua irreperibilità, di interrompere il proprio
percorso affettivo con la famiglia, la scuola, la comunità
locale. Quando ciò accade c’è sempre un disagio profondo a
fare da detonatore, da imbocco verso un ignoto che non fa
più paura del morso della disperazione. La paura, la solitudine,
la violenza, fanno implodere i punti di partenza, scambiati
per punti di arrivo, invece di consolidare i luoghi elettivi
affinché i valori mettano radici nella vita di una persona,
diventano il fallimento di una intera società, l’insuccesso
dell’intervento pedagogico, non svolgendo con attenzione il
compito di insegnare la responsabilità con amore e fiducia.
Un giovanissimo scompare nelle ramificazioni territoriali
che dovrebbero servire a educare il ragazzo, ma che spesso
diventano percorsi esistenziali insufficienti, quindi merce
da smaltire senza alcun messaggio da indagare. Si fugge da
casa perché di motivi ce ne sono a dismisura, per un adolescente
che non ci sta più dentro, gli altri non esistono più, egli
stesso non conta più niente. Rimaniamo basiti per non aver
ricevuto alcun preavviso, eppure a differenza di qualche anno
fa siamo molto più informati, basta pensare alla messaggistica
istantanea, la televisione digitale, terrestre, satellitare,
a facebook, twitter, youtube, insomma siamo inondati di immagini
e di comunicazione, ma tutto ciò ci consegna più consapevolezza?
Il ragazzo scappa, inciampa, cade, siamo preoccupati, spaventati,
ma ci sentiamo a una immaginaria distanza di sicurezza, chi
sceglie di rompere piuttosto di riparare, chi frantuma l’albero
di Natale, non è arredo di casa nostra. Come se la fuga e
l’assenza improvvisa di un adolescente fosse il risultato
di un viaggio a uno zoo safari, dove è lecito osservare le
parole denudate in gabbia, il senso lacerato alla catena,
la relazione prigioniera a doppia mandata.
L’impressione
è che trattiamo la diserzione umana come un prodotto da consumare,
qualcuno ha detto ” i giovani fanno del male ma sognano di
fare del bene”, e gli adulti sanno ancora sognare, permettendo
a chi è ancora al palo di sognare domani? Siamo capaci di
chiederci dove abbiamo sbagliato, per riuscire a mettere insieme
una autocritica efficace, e accettare eventualmente le critiche
che ne derivano? Come non vergognarci del nostro cattivo esempio,
quando mettiamo in campo un teatrale mea culpa da asilo infantile,
sostenendo che, sì, è vero, a volte commettiamo gli stessi
errori, le stesse smargiassate dei nostri figli. E con questa
menzogna portiamo avanti un vero e proprio tradimento culturale,
un tradimento del cuore che non consente ad alcuna sfida educativa
di fare il decisivo passo in avanti.
Infatti sono i nostri ragazzi che imitano i nostri sbagli,
noi dedichiamo tempo e denaro per trovare giustificazioni
idonee a farci stare dentro tutto e il contrario di tutto,
loro ci prendono le misure, le hanno già prese, ci hanno preceduto,
peggio, sono già fuggiti via. Così, mentre noi litighiamo,
ci prendiamo a gomitate per passare avanti, loro occupano
gli spazi invisibili, creano territori, costruiscono perimetri
inaccessibili, circondati da mura altissime, dove il rumore
è vuoto senza alcun pieno, dove prendere a spintoni la vita
per vincere la propria inadeguatezza.
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tutor presso la Casa del giovane di Pavia
 
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