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26 agosto 2010
tutti gli speciali

Acqua ai privati ? Non me la bevo
di Rodolfo Roselli*

Questo è quello che ci vogliono far credere con l'approvazione del decreto Ronchi, ma purtroppo non è difficile capire che è solamente un trucco per succhiare altri soldi ai cittadini senza porre apparentemente altre tasse. La prova di tutto questo sta semplicemente rispondendo ad una sola domanda. CHI PAGA ?

Tutti sono da tempo convinti che quando la politica affida a persone incompetenti qualsiasi servizio pubblico, il servizio pubblico va a rotoli e i bilanci vanno in rosso. La ragione di questo fatto sistematico è che le cariche di gestione dei servizi pubblici, mai affidate con concorso pubblico, vengono assegnate agli attivisti politici che hanno saputo raccogliere voti per se' e per gli altri, ma che certamente ricevono l'incarico come un premio al loro lavoro (politico, ndr), non perché dovranno mai occuparsi dell'efficienza del servizio. Di conseguenza questi posti pubblici diventano a loro volta altri accumulatori di voti, di privilegi, di appalti truccati, di controlli inefficienti di gestione e manutenzione inesistente e di servizio costosissimo ed inutile.

Di qui nasce spontaneo il desiderio di affidare ad altri questi servizi, e naturalmente la prima idea sarebbe quella di affidarla a privati che, utilizzando la loro maggiore efficienza, sarebbero in grado di dare un buon servizio. Questa efficienza si dimostrerebbe in un solo modo, non aumentando i costi. E tutto questo è possibile nel caso degli acquedotti perché, come sappiamo, non solo esistono larghe fasce di utenze morose, non solo private ma anche pubbliche, ma anche un terzo dell'acqua va perduta e quindi non viene venduta agli utenti, di conseguenza un investimento privato adeguato non solo fermerebbe la dispersione dell'acqua, ma dalla sua vendita si avrebbe la possibilità di recuperare nel tempo tutte le risorse impiegate per l'investimento e poi avere anche un utile, tutto questo senza chiedere un soldo di più agli utenti.

Questo ragionamento è semplicemente dettato dalla logica e dall'onestà verso il pubblico, ma queste sono idee che non esistono nella coscienza dei politici. Il ragionamento che invece ci offrono è il seguente. Poiché il servizio di distribuzione delle acque è scandalosamente carente, si può sfruttare questa constatazione facendo credere che la gestione può passare ai privati, ma in effetti questi privati saranno aziende fantasma, create su misura e finanziate sempre con soldi pubblici che, invece di avere a capo un privato competente, avranno a capo lo stesso politico che, magari altrove, già gestiva male altri servizi pubblici. Ma poiché gli acquedotti sono ormai fatiscenti, perché le amministrazioni politiche precedenti si sono mangiate sia il capitale delle aziende sia i soldi che normalmente dovevano essere dedicati alla normale manutenzione, per evitare che non si possa più distribuire l'acqua, occorrono tanti soldi che i privati chiederanno agli utenti aumentando le bollette.

E quindi la risposta a CHI PAGA è semplice, PAGHEREMO TUTTI - I DANNI FATTI E QUELLI FUTURI - NOI CITTADINI. Ovviamente l'aumento delle bollette non avverrà dopo che l'utente avrà constatato un miglioramento del servizio, ma prima, con la promessa che dopo, tutto andrà meglio. A Roma si dice che chi paga in anticipo, normalmente paga due volte. E con le promesse distribuite all'ingrosso e quasi sempre mai mantenute, non è difficile prevedere come andrà a finire, anche perché, per i nuovi gestori, sarà facilissimo affermare che, se le cose non dovessero andare, la colpa sarà stata sempre dell'amministrazione precedente. Questo è un classico della politica.

La conclusione è che la privatizzazione è un trucco per costringere gli utenti a pagare di più agli stessi personaggi che, come nel gioco delle tre carte, spostati da un posto pubblico ad uno privato, continueranno a dissipare il nostro denaro. Ma una ragione di fondo che confermerebbe la necessità di non aumentare le tariffe è il fatto che l'acqua essendo un bene pubblico non può essere un oggetto commerciale sul quale deve essere previsto un profitto, e quindi l'affidamento a privati, che ovviamente mirano al profitto, è del tutto sbagliato, come sbagliato è il fatto che questo bene per contro, provochi delle perdite economiche pubbliche.

A tutte queste considerazioni si aggiungono anche quelle relative alla presenza della legalità in molte parti del territorio italiano. Pensate a cosa potrà accadere dove esiste la mafia, camorra e 'ndrangheta, che hanno da sempre fondato i loro profitti sulla gestione delle acque pubbliche controllando le sorgenti, i pozzi etc. Questo controllo verrà legalizzato sottoforma di monopoli privati, che quindi avranno mano libera per aumentare il costo dell'acqua pubblica ai cittadini senza che nessuna istituzione possa poi intervenire.

Questa faccenda delle acque sarebbe veramente idonea per applicare la tanto decantata democrazia partecipativa, cioè il coinvolgimento dei cittadini nei processi di formazione delle scelte pubbliche, e invece non solo questo non avviene, ma addirittura il decreto legge è stato approvato con un voto di fiducia (alla Camera con 302 voti contro 263) proprio per impedire ogni dibattito, approfondimento o miglioramento, naturalmente chi non vuole discutere ammette di non avere sufficienti argomenti per sostenere le sue posizioni. Questo decreto è nato per rispondere ad un certo numero di obblighi, definiti obblighi comunitari, ma vi è stato infilato di tutto e anche l'art.15 che tratta della privatizzazione dell'acqua e che non ha nulla a che fare con un obbligo comunitario. Questa privatizzazione indica come il 31 dicembre 2011, la data entro la quale tutte le società di gestione del servizio idrico, cioè le "municipalizzate", dovranno trasformarsi in società per azioni , almeno con il 40% detenuto da privati, se non il 100%.

Le proteste hanno culminato in una raccolta firme per un referendum abrogativo che ha raccolto consensi superiori alle previsioni. Teoricamente dunque i cittadini potrebbero dare il loro parere, ma la consueta trappola del quorum e dell'astensionismo non consentiranno il referendum. L'on. Ronchi, responsabile del decreto, assicura che il decreto non prevede la privatizzazione, ma vuole combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze, ed ha l'obiettivo di garantire ai cittadini una qualità migliore a prezzi minori.

Peccato che la realtà di analoghi servizi pubblici, dati ai privati, abbia sempre dimostrato come questa bella storia sia solo una favola. Realtà nazionali e internazionali dimostrano esattamente il contrario, come il caso di AcquaLatina e di Cochabamba, nel sud America, che insegnano che la privatizzazione del servizio idrico ha portato ad aumenti di prezzo stimabili tra il 30% e il 40%, senza apprezzabili miglioramenti del servizio. Ma la prova più evidente che questa sia la strada sbagliata, ce la fornisce Parigi che, dopo oltre vent'anni di gestione privata, è tornata alla gestione pubblica.

Ancora più chiaro è il fatto che questo provvedimento sta facendo un regalo ai privati, e infatti stranamente dopo l'approvazione del decreto, le azioni delle società Acque Potabili e Mediterranea hanno registrato un vero e proprio aumento record, segno che gli azionisti si attendono un notevole aumento dei loro utili. E' evidente che gli aumenti saranno sapientemente camuffati, applicando tariffe delle quali non sarà mai noto come verranno formate e che certamente non avranno la necessaria trasparenza. Come del resto avviene anche oggi per le aziende che gestiscono le acque pubbliche, che si guardano bene dal dimostrare come avviene la costruzione delle loro tariffe.

Ad esempio i comuni serviti dalle soc. Padania Acque e da AEM hanno costi di gran lunga superiori a quelli di altre province. La SCS di Crema, per consumi familiari di 259 mc. pratica un prezzo di 0,20 euro al mc. mentre agli altri abitanti della provincia pratica un prezzo di 0,30 euro mc.ed altri ancora hanno una tariffa di 0,61 euro mc. I responsabili affermano che queste tariffe sono addirittura sottocosto, perché vanno a scapito della manutenzione degli impianti. Una giustificazione pazzesca se si pensa che, non solo non si giustifica la differenza delle tariffe nell'ambito della stessa provincia, ma neppure è lecito che si giustifichino costi tariffari che non tengano conto delle spese di manutenzione degli impianti. La cosa è ancora più grave perché questa affermazione risulta falsa, in quanto nel 2008 gli utenti hanno dovuto pagare una extra tariffa, e di conseguenza i costi, alla data, sono aumentati del 33%, proprio giustificata per riparare le tubazioni, come risulta dalle cifre del piano di Ambito Territoriale. Tutto questo già dimostra una notevole confusione sia nelle tariffe, che nella gestione e manutenzione dei servizi, e possiamo ben immaginare cosa potrebbe accadere sottraendo ai controlli pubblici questi argomenti e facendoli scivolare nelle mani di pseudo-privati.

Vorrei infine far notare che la normativa di privatizzare il servizio idrico integrato non può imporre per legge (art.23 bis della legge 133/2008) la privatizzazione, perché non esiste alcun obbligo di affidare il servizio attraverso una gara d'appalto. In realtà esistono due possibilità di scelta per le amministrazioni locali. La prima è decidere un servizio idrico integrato a scopo di lucro, ma in questo caso l'affidamento non può essere tramite gara , ma diretto ad una società per azioni. La seconda è decidere di considerare il servizio senza scopo di lucro, e in questo caso occorre costituire un'azienda speciale. L'art.23 che sostituisce l'art.113 del Testo Unico degli enti locali disciplina solo i servizi a scopo di lucro, e l'art.113 che disciplinava i casi di servizi senza scopo di lucro, è stato eliminato dalla Corte Costituzionale.

Mancando questa disciplina, le decisioni non possono essere prese, in questo caso, dal governo centrale, ma solo dai governi locali. Quindi ciascun comune, nel suo statuto, può inserire il principio che l'acqua è un bene comune e non una merce, che il servizio idrico integrato non deve avere scopo di lucro, che la proprietà della rete di acquedotto e distribuzione è pubblica e inalienabile, che la gestione deve essere attuata esclusivamente mediante enti o aziende interamente pubbliche.

Ne consegue che questa legge Ronchi non ha alcun valore generale, ma potrà essere applicabile solo se i comuni vorranno cedere i propri impianti ai privati e, come si vede non credo che potrà fornire delle soluzioni, ma solo una valanga di contestazioni giuridiche che non serviranno a nessuno, e tutto resterà come prima.(...)

* inegnere ed esperto di managemente, intervento su Radio Gamma 5 del 25.08.2010 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì

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