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Acqua
ai privati ? Non me la bevo
di
Rodolfo Roselli*
Questo è quello che ci vogliono far credere con l'approvazione
del decreto Ronchi, ma purtroppo non è difficile capire che
è solamente un trucco per succhiare altri soldi ai cittadini
senza porre apparentemente altre tasse. La prova di tutto
questo sta semplicemente rispondendo ad una sola domanda.
CHI PAGA ?
Tutti sono da tempo convinti che quando la politica affida
a persone incompetenti qualsiasi servizio pubblico, il servizio
pubblico va a rotoli e i bilanci vanno in rosso. La ragione
di questo fatto sistematico è che le cariche di gestione dei
servizi pubblici, mai affidate con concorso pubblico, vengono
assegnate agli attivisti politici che hanno saputo raccogliere
voti per se' e per gli altri, ma che certamente ricevono l'incarico
come un premio al loro lavoro (politico, ndr), non perché
dovranno mai occuparsi dell'efficienza del servizio. Di conseguenza
questi posti pubblici diventano a loro volta altri accumulatori
di voti, di privilegi, di appalti truccati, di controlli inefficienti
di gestione e manutenzione inesistente e di servizio costosissimo
ed inutile.
Di
qui nasce spontaneo il desiderio di affidare ad altri questi
servizi, e naturalmente la prima idea sarebbe quella di affidarla
a privati che, utilizzando la loro maggiore efficienza, sarebbero
in grado di dare un buon servizio. Questa efficienza si dimostrerebbe
in un solo modo, non aumentando i costi. E tutto questo è
possibile nel caso degli acquedotti perché, come sappiamo,
non solo esistono larghe fasce di utenze morose, non solo
private ma anche pubbliche, ma anche un terzo dell'acqua va
perduta e quindi non viene venduta agli utenti, di conseguenza
un investimento privato adeguato non solo fermerebbe la dispersione
dell'acqua, ma dalla sua vendita si avrebbe la possibilità
di recuperare nel tempo tutte le risorse impiegate per l'investimento
e poi avere anche un utile, tutto questo senza chiedere un
soldo di più agli utenti.
Questo
ragionamento è semplicemente dettato dalla logica e dall'onestà
verso il pubblico, ma queste sono idee che non esistono nella
coscienza dei politici. Il ragionamento che invece ci offrono
è il seguente. Poiché il servizio di distribuzione delle acque
è scandalosamente carente, si può sfruttare questa constatazione
facendo credere che la gestione può passare ai privati, ma
in effetti questi privati saranno aziende fantasma, create
su misura e finanziate sempre con soldi pubblici che, invece
di avere a capo un privato competente, avranno a capo lo stesso
politico che, magari altrove, già gestiva male altri servizi
pubblici. Ma poiché gli acquedotti sono ormai fatiscenti,
perché le amministrazioni politiche precedenti si sono mangiate
sia il capitale delle aziende sia i soldi che normalmente
dovevano essere dedicati alla normale manutenzione, per evitare
che non si possa più distribuire l'acqua, occorrono tanti
soldi che i privati chiederanno agli utenti aumentando le
bollette.
E
quindi la risposta a CHI PAGA è semplice, PAGHEREMO TUTTI
- I DANNI FATTI E QUELLI FUTURI - NOI CITTADINI. Ovviamente
l'aumento delle bollette non avverrà dopo che l'utente avrà
constatato un miglioramento del servizio, ma prima, con la
promessa che dopo, tutto andrà meglio. A Roma si dice che
chi paga in anticipo, normalmente paga due volte. E con le
promesse distribuite all'ingrosso e quasi sempre mai mantenute,
non è difficile prevedere come andrà a finire, anche perché,
per i nuovi gestori, sarà facilissimo affermare che, se le
cose non dovessero andare, la colpa sarà stata sempre dell'amministrazione
precedente. Questo è un classico della politica.
La
conclusione è che la privatizzazione è un trucco per costringere
gli utenti a pagare di più agli stessi personaggi che, come
nel gioco delle tre carte, spostati da un posto pubblico ad
uno privato, continueranno a dissipare il nostro denaro. Ma
una ragione di fondo che confermerebbe la necessità di non
aumentare le tariffe è il fatto che l'acqua essendo un bene
pubblico non può essere un oggetto commerciale sul quale deve
essere previsto un profitto, e quindi l'affidamento a privati,
che ovviamente mirano al profitto, è del tutto sbagliato,
come sbagliato è il fatto che questo bene per contro, provochi
delle perdite economiche pubbliche.
A
tutte queste considerazioni si aggiungono anche quelle relative
alla presenza della legalità in molte parti del territorio
italiano. Pensate a cosa potrà accadere dove esiste la mafia,
camorra e 'ndrangheta, che hanno da sempre fondato i loro
profitti sulla gestione delle acque pubbliche controllando
le sorgenti, i pozzi etc. Questo controllo verrà legalizzato
sottoforma di monopoli privati, che quindi avranno mano libera
per aumentare il costo dell'acqua pubblica ai cittadini senza
che nessuna istituzione possa poi intervenire.
Questa faccenda delle acque sarebbe veramente idonea per applicare
la tanto decantata democrazia partecipativa, cioè il coinvolgimento
dei cittadini nei processi di formazione delle scelte pubbliche,
e invece non solo questo non avviene, ma addirittura il decreto
legge è stato approvato con un voto di fiducia (alla Camera
con 302 voti contro 263) proprio per impedire ogni dibattito,
approfondimento o miglioramento, naturalmente chi non vuole
discutere ammette di non avere sufficienti argomenti per sostenere
le sue posizioni. Questo decreto è nato per rispondere ad
un certo numero di obblighi, definiti obblighi comunitari,
ma vi è stato infilato di tutto e anche l'art.15 che tratta
della privatizzazione dell'acqua e che non ha nulla a che
fare con un obbligo comunitario. Questa privatizzazione indica
come il 31 dicembre 2011, la data entro la quale tutte le
società di gestione del servizio idrico, cioè le "municipalizzate",
dovranno trasformarsi in società per azioni , almeno con il
40% detenuto da privati, se non il 100%.
Le proteste hanno culminato in una raccolta firme per un referendum
abrogativo che ha raccolto consensi superiori alle previsioni.
Teoricamente dunque i cittadini potrebbero dare il loro parere,
ma la consueta trappola del quorum e dell'astensionismo non
consentiranno il referendum. L'on. Ronchi, responsabile del
decreto, assicura che il decreto non prevede la privatizzazione,
ma vuole combattere i monopoli, le distorsioni e le inefficienze,
ed ha l'obiettivo di garantire ai cittadini una qualità migliore
a prezzi minori.
Peccato
che la realtà di analoghi servizi pubblici, dati ai privati,
abbia sempre dimostrato come questa bella storia sia solo
una favola. Realtà
nazionali e internazionali dimostrano esattamente il contrario,
come il caso di AcquaLatina e di Cochabamba, nel sud America,
che insegnano che la privatizzazione del servizio idrico ha
portato ad aumenti di prezzo stimabili tra il 30% e il 40%,
senza apprezzabili miglioramenti del servizio. Ma la prova
più evidente che questa sia la strada sbagliata, ce la fornisce
Parigi che, dopo oltre vent'anni di gestione privata, è tornata
alla gestione pubblica.
Ancora più chiaro è il fatto che questo provvedimento sta
facendo un regalo ai privati, e infatti stranamente dopo l'approvazione
del decreto, le azioni delle società Acque Potabili e Mediterranea
hanno registrato un vero e proprio aumento record, segno che
gli azionisti si attendono un notevole aumento dei loro utili.
E' evidente che gli aumenti saranno sapientemente camuffati,
applicando tariffe delle quali non sarà mai noto come verranno
formate e che certamente non avranno la necessaria trasparenza.
Come del resto avviene anche oggi per le aziende che gestiscono
le acque pubbliche, che si guardano bene dal dimostrare come
avviene la costruzione delle loro tariffe.
Ad esempio i comuni serviti dalle soc. Padania Acque e da
AEM hanno costi di gran lunga superiori a quelli di altre
province. La SCS di Crema, per consumi familiari di 259 mc.
pratica un prezzo di 0,20 euro al mc. mentre agli altri abitanti
della provincia pratica un prezzo di 0,30 euro mc.ed altri
ancora hanno una tariffa di 0,61 euro mc. I responsabili affermano
che queste tariffe sono addirittura sottocosto, perché vanno
a scapito della manutenzione degli impianti. Una giustificazione
pazzesca se si pensa che, non solo non si giustifica la differenza
delle tariffe nell'ambito della stessa provincia, ma neppure
è lecito che si giustifichino costi tariffari che non tengano
conto delle spese di manutenzione degli impianti. La cosa
è ancora più grave perché questa affermazione risulta falsa,
in quanto nel 2008 gli utenti hanno dovuto pagare una extra
tariffa, e di conseguenza i costi, alla data, sono aumentati
del 33%, proprio giustificata per riparare le tubazioni, come
risulta dalle cifre del piano di Ambito Territoriale. Tutto
questo già dimostra una notevole confusione sia nelle tariffe,
che nella gestione e manutenzione dei servizi, e possiamo
ben immaginare cosa potrebbe accadere sottraendo ai controlli
pubblici questi argomenti e facendoli scivolare nelle mani
di pseudo-privati.
Vorrei
infine far notare che la normativa di privatizzare il servizio
idrico integrato non può imporre per legge (art.23 bis della
legge 133/2008) la privatizzazione, perché non esiste alcun
obbligo di affidare il servizio attraverso una gara d'appalto.
In realtà esistono due possibilità di scelta per le amministrazioni
locali. La prima è decidere un servizio idrico integrato a
scopo di lucro, ma in questo caso l'affidamento non può essere
tramite gara , ma diretto ad una società per azioni. La seconda
è decidere di considerare il servizio senza scopo di lucro,
e in questo caso occorre costituire un'azienda speciale. L'art.23
che sostituisce l'art.113 del Testo Unico degli enti locali
disciplina solo i servizi a scopo di lucro, e l'art.113 che
disciplinava i casi di servizi senza scopo di lucro, è stato
eliminato dalla Corte Costituzionale.
Mancando questa disciplina, le decisioni non possono essere
prese, in questo caso, dal governo centrale, ma solo dai governi
locali. Quindi
ciascun comune, nel suo statuto, può inserire il principio
che l'acqua è un bene comune e non una merce, che il servizio
idrico integrato non deve avere scopo di lucro, che la proprietà
della rete di acquedotto e distribuzione è pubblica e inalienabile,
che la gestione deve essere attuata esclusivamente mediante
enti o aziende interamente pubbliche.
Ne consegue che questa legge Ronchi non ha alcun valore generale,
ma potrà essere applicabile solo se i comuni vorranno cedere
i propri impianti ai privati e, come si vede non credo che
potrà fornire delle soluzioni, ma solo una valanga di contestazioni
giuridiche che non serviranno a nessuno, e tutto resterà come
prima.(...)
*
inegnere ed esperto di managemente,
intervento su Radio Gamma 5 del 25.08.2010 e su Challenger
TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdì
 
Dossier
etica e politica
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