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09 dicembre 2009
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Maestre di Pistoia e diritto alla difesa : UCPI chiede intervento dell'Ordine
di Mauro W. Giannini

L'UNione Camere Penali e' intervenuta in termini di principio sulla vicenda della rinuncia alla difesa del legale che difendeva le maestre del nido di Pistoia teatro, secondo le indagini e i filmati, di maltrattamenti su bambini molto piccoli, e delle modalità con cui è stata effettuata. Secondo notizie di stampa, infatti, il legale fiduciario di una delle indagate ha rinunciato al mandato difensivo dichiarando: "Ho rimesso il mandato difensivo per la signora xy. Considero concluso il mio impegno professionale nella fase dell’urgenza. Sono padre di un bambino di 18 mesi – ha detto l’avvocato - e preferisco, adesso che è arrivato il momento di sporcarsi veramente le mani, di lasciare l’incarico. Lo faccio in scienza e coscienza. Mio figlio solo per un caso non è stato iscritto a quell’asilo”.

Con una delibera emessa ieri, l'UCPI nota che "Tale gesto è stato riportato dai mezzi di informazione o in modo neutro, senza alcuna riflessione critica, oppure addirittura con toni di palese approvazione, definendolo giusto e sacrosanto (adesempio su un quotidiano vicino alla maggioranza parlamentare che si picca di essere “garantista”). Secondo quanto risulta dalle cronache anche una parte della pubblica opinione ha apprezzato e difeso, e persino inneggiato, alla rinuncia al mandato difensivo come ineccepibile e meritoria reazione di un legale alla esecrabilità di fatti commessi ai danni di bambini indifesi, dei quali le proprie assistite, “non meritevoli” di essere difese, sono già state ritenute responsabili attraverso un processo sommario e di piazza. A tal punto si è spinta l’approvazione di parte dei cittadini che sul web sono persino già sorti gruppi di accaniti sostenitori di quella scelta."

"Nella completa assenza di voci critiche l’UCPI - naturalmente consapevole della estrema gravità dei reati per cui si procede ed anzi proprio per tale ragione- registra con sgomento il completo venir meno, nell’opinione pubblica e nella cultura politica italiane, del più elementare senso di civiltà giuridica" prosegue la delibera dei penalisti, secondo cui "La condivisione espressa da parte dei cittadini e dalla stampa del rifiuto di difendere un accusato, chiunque esso sia e di qualunque gravità siano i delitti di cui è incolpato, attesta il profondo degrado culturale e politico attraversato dal nostro paese. Il rifiuto della difesa è reso più sconcertante dalla pubblica manifestazione e divulgazione da parte del difensore della propria scelta, con un commento – riportato dalla stampa - accompagnato da valutazioni dispregiative nei confronti del proprio assistito, già presentato dallo stesso legale, in sostanza, come colpevole talché la sua difesa rappresenterebbe uno 'sporcarsi le mani'; -in considerazione del misconoscimento di valori fondamentali, è purtroppo allora necessario richiamare alcuni principi basilari della civiltà giuridica prima ancora che della deontologia forense, secondo i quali il diritto alla difesa deve essere assicurato a tutti i cittadini, anche se accusati dei delitti più orribili ed efferati, e che tali delitti, prima di essere attribuiti alla responsabilità di qualcuno, devono essere ritenuti provati nelle loro componenti di carattere oggettivo e soggettivo, al di là di ogni ragionevole dubbio, nelle competenti sedi giudiziarie".

I penalisti ricordano che "il codice deontologico forense prevede un 'dovere di difesa', ed anche il legale che non si senta in grado di assumere il mandato per intime ragioni di coscienza non può in ogni caso danneggiare il proprio ex assistito, non può tradire le ragioni di riservatezza che determinano la rinuncia alla difesa se le stesse rischiano di provocare danni alla immagine del cittadino che assiste o ha assistito, non può addirittura rendere note alla stampa tali ragioni. Nel caso di specie il legale di Pistoia non soltanto ha comunicato per pubblici proclami le ragioni della sua rinuncia (più che discutibili) ma ha sostanzialmente additato al pubblico disprezzo il suo assistito, presentandolo già come colpevole, contribuendo a deteriorarne ulteriormente l’immagine già distrutta dal processo 'di piazza' instaurato a mezzo stampa e per giunta arrivando a considerare l’esercizio della nobile attività difensiva come lo 'sporcarsi le mani' dell’avvocato. In tal modo è fra l’altro evidente che si condizionerà la funzione di chi subentrerà nell’ufficio difensivo, che sarà considerato dalla pubblica opinione come colui che, di fronte alla giusta scelta di chi ha abbandonato la difesa, è invece pronto a sporcarsi le mani con un’attività diretta ad 'ostacolare la giustizia'".

Secondo l'organizzazione dei penalisti, "il gesto del legale di Pistoia non solo suscita gravissima preoccupazione circa la consapevolezza del ruolo da parte della classe forense, ma la sconcertante approvazione che ha accompagnato il suo gesto dimostra a quale livello di rischio siano oggi esposti i principi costituzionali, additati alla pubblica riprovazione senza la minima riflessione della pubblica opinione e dei mezzi di informazione." Per questo, l'UCPI denuncia alla pubblica opinione "la deriva culturale che inneggia ai processi esemplari e di piazza, che auspica la celebrazioni di processi senza difesa e che, in definitiva, determina il contesto culturale per cui addirittura gli avvocati, che dovrebbero essere l’ultimo baluardo della difesa del cittadino, appaiono disorientati ed inconsapevoli della loro funzione e condizionati nella esplicazione della loro attività professionale" e chiede fra l'altro all'Ordine Forense di Pistoia di valutare i profili disciplinari del caso..

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