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01 ottobre 2009
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Giovani avvocati : scudo fiscale lede libera concorrenza
di staff

Lo scudo fiscale lede il principio della libera concorrenza. E' una delle denunce dell'Associazione Italiana Giovani Avvocati, che accusa governo e parte dell'opinione pubblica di usare due pesi e due misure con le imprese e con l'avvocatura.

"Lo scudo fiscale, fortemente voluto dalla maggioranza di governo per fare rientrare in Italia i capitali all’estero, è l’ennesima prova dello strabismo della classe politica italiana: molto, troppo attenta alle specifiche esigenze delle imprese e molto, troppo distratta rispetto ai problemi del ceto professionale”. Lo ha dichiarato il presidente dell'Associazione Giovani Avvocati, Giuseppe Sileci, secondo cui dal decreto Bersani in poi, si sono susseguiti interventi legislativi indifferenti alle necessità dei professionisti italiani quando non punitivi "Ed è motivo di irritazione constatare che per certa opinione pubblica costituiscono un disvalore, un limite alla concorrenza ed una zavorra per il paese la previsione di minimi tariffari inderogabili, al di sotto dei quali i professionisti non possono scendere per determinare i loro compensi, e venga invece accolta con grande favore la possibilità, concessa a tutti ma soprattutto alle imprese, di fare rientrare i capitali dall’estero nel più assoluto anonimato ed applicando agli stessi una aliquota irrisoria del 5%".

Sileci rileva che "Si tratta di una iniziativa che lede il principio della libera concorrenza molto spesso predicato a vanvera (è troppo facile, per chi ha occultato denari, essere più competitivi di quei soggetti che invece hanno pagato sempre le tasse, fino all’ultimo, ed hanno potuto reinvestire molto meno dei loro ricavi) e che è offensiva nei confronti di quanti (e sono molti tra i professionisti) hanno redditi sempre più contenuti e, non riuscendo più ad arrivare a fine mese, scivolano verso l’indigenza. Tra questi vi sono molte migliaia di giovani avvocati che, avendo assunto l’incarico di difensori d’ufficio o di quanti non hanno i mezzi per pagarsi la difesa tecnica, con la loro opera consentono allo Stato di attuare il precetto sancito dall’art. 24 della Costituzione ma sono costretti ad attendere anni per avere corrisposti dall’erario i loro compensi, per di più liquidati in misura irrisoria".

Da tempo i Giovani Avvocati chiedono un intervento del legislatore affinché sia riformata la materia della difesa d’ufficio e del patrocinio a spese dello Stato costituendo fra l'altro nel bilancio dello Stato un apposito capitolo di spesa per il pagamento dei compensi ai difensori d’ufficio e dei non abbienti e soprattutto prevedendo tempi di pagamento molto contenuti. Ora l'AIGA si augura "che parte del maggiore gettito, assicurato dal rientro dei capitali dai paradisi fiscali, sia impiegato innanzitutto per estinguere il debito dello Stato verso i difensori d’ufficio e dei meno abbienti e sia adoperato per pagare i compensi che, molti, attendono anche dal 2007”.

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