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Sicurezza
e rieducazione
riceviamo
e pubblichiamo
Ho
partecipato a un incontro pubblico in un comune del pavese,
il tema: sicurezza e rieducazione. Come se questo diritto
e questo dovere inalienabili, fossero improvvisamente percepiti
come ingannevoli, poli opposti che non debbono convergere,
perché fondamenta di una architettura malamente consumata.
Eppure si tratta di diritto e rovescio della stessa partita
da giocare, insieme, e non del risultato di una informazione
malata, di una incapacità comunicazionale, di una notizia
moltiplicata per mille, un fucile imbracciato così male da
essere puntato nel mucchio, una specie di smercio e consumo
della notizia, feroce nell’attualizzare ciò che è incomprensibile
e irraccontabile, quale è il carcere odierno, ma che ci fa
perdere contatto con la verità di questa realtà, con la necessità
dell’indagine da svolgere correttamente, con gli interventi
non più rinviabili.
Sicurezza
e rieducazione, un binomio inscindibile, non può esistere
l’una senza l’altra, non può trovare tutela e garanzia l’una
senza la responsabilizzazione dell’altra. Ma nuovamente questa
volontà di confronto è genuflessa da un sovraffollamento carcerario
che ha oramai superato il limite più disumano, dal susseguirsi
di suicidi al ritmo dei sei al mese, dalle morti sospette
che non sanno stare in silenzio, dalle lesioni sparpagliate
negli angoli bui.
E’
questo show a mettere curiosità, a far sì che il carcere sia
quello dei film, o quello dei fumetti, redatti da una politica
balorda? Oppure è un’altra cosa, ben più temibile delle parole
inutili, un carcere in balia di un surplus di mendicanza e
miserabilità, dove può accadere che trovi una collocazione,
anche chi se ne sta bellamente e ipocritamente dove tutto
è regola e legalità, ma poi improvvisamente, si ritrova anch’egli
depredato della propria dignità, dei diritti fondamentali.
Sicurezza e rieducazione, significa fare salvaguardia della
collettività, nel riconsegnarle uomini nuovi, iniziando da
quell’art. 27 della nostra carta magna, imparando che non
è consentito mentire né giocare con la dignità delle persone,
e che la “rivoluzione tradita” del dettato costituzionale,
forse non è neppure sufficiente a limitare il tragitto di
una pena decorosa e costruttiva.
Forse non è più sufficiente parlare di giustizia giusta, di
rigetto della vendetta, occorre riempire di contenuti questi
passaggi, e tentare di ritrovare una misura, un senso, persino
dentro una cella. Non potrà esserci sicurezza e risocializzazione,
se al consorzio civile non sarà consentito di comprendere
che esiste un prima, in cui chi sbaglia e commette un reato,
viene obbligato alla pena che ne deriva, un durante in cui
il riesame del proprio vissuto potrà fare mutare condizione
alla propria testa e cuore.
Ma c’è un dopo, in cui le porte della prigione si apriranno,
perché volenti o nolenti si riapriranno, e se non vorremo
ritrovarci in seno persone deresponsabilizzate al punto da
essere ridotte a una condizione di infantilizzazione, sarà
cura di ognuno impegnarci affinché quel “dopo” positivo, sia
una realtà raggiungibile, perché legato senza ulteriori lentezze
e stanchezze, a un durante solidale costruttivo.
Vincenzo
Andraous
 
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