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La
giustizia , la coscienza e il carcere
riceviamo
e pubblichiamo
Quando
si parla di carcere, di pena, di giustizia, in ballo non c’è
soltanto l’equità degli uomini, la democrazia di un paese,
la capacità della società di non cadere nell’oblio delle assenze,
dell’indifferenza. Il carcere è stracolmo di colpa, di dolore
cieco, di corpi differenti, di linguaggi della memoria e delle
relazioni ridotti all’ammasso.
Quanto
più forte è uno Stato, più forte è il diritto di indignarsi
di quanti non vedono riconosciuti i propri diritti: fare giustizia
significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo
il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta
di essere meno indifesi e impreparati se esiste la possibilità
concreta di affidarsi agli altri, a quegli altri che siamo
noi. Il carcere come unico baluardo al ripristino della legalità,
all’assunzione di responsabilità, all’educazione da ritrovare:
riesce difficile convincersi che sia la strada più efficace
da percorrere per raggiungere gli obiettivi di cui sopra,
un luogo deputato a saldare conti in sospeso con la collettività,
uno spazio adibito alla moltiplicazione del dolore, una sorta
di terra di nessuno, dove solo pochi intendono posare lo sguardo.
Non
si vuole osservare quel che accade dentro una cella, soprattutto
ciò che non accade, è lecito discuterne per ideologie d’accatto,
per pancia buttata sottosopra, ma non ci sarà mai abbastanza
fatica per rimettersi in gioco, per ritrovarsi e infine riparare
al male fatto. Finchè la Giustizia permarrà signora costretta
di spalle e con gli occhi bassi, non potrà varcare con autorevolezza
i cancelli di una galera, per offrire forza sufficiente al
riappropriarsi del proprio ruolo e della propria utilità al
carcere e alla pena, nella differenza che intercorre tra chi
entra in carcere, e alla meno peggio rimane affondato al punto
di partenza, e chi invece azzera la propria esistenza con
un po’ di sapone e un laccio al collo.
Progetti a rimbalzare sulla realtà che non è di carta, dove
ci sono le persone, che fanno ben sperare in una condizione
umana migliore, persone che sebbene detenute non ci stanno
a essere punite due o tre volte da una sopravvivenza imposta.
Esistono le persone in questo pianeta, checchè ne faccia dubitare
la satira estrema a cui è ridotto il carcere, la disperazione
delle parole obbligate a rimanere monche, inutili, perciò
impreparate a dare importanza ai morti che si accatastano
dentro gli spazi iniqui, e quelli mascherati da vivi ma annientati
ulteriormente nella propria dignità.
C’è in atto una neanche tanto sottile strategia a significare
che è tutto esagerato, eccessivo, un film squinternato nella
sua sceneggiatura, eppure la prigione non è recinto per i
soli brutti, sporchi e cattivi, anche chi sta ai piani alti,
nel reame dei perennemente onesti, dei buoni a tutti i costi,
si muovono le pedine sacrificali, perché non solamente la
libertà è comandata a sparire, con essa la dignità dell’ultima
volontà di un perdono.
Occorre davvero nutrirsi di resilienza, rifiutando la quotidianità
della deresponsabilizzazione, facendo un passo indietro, scegliendo
la fatica, la rinuncia, per non dichiararsi sconfitti alla
propria ritrovata umanità, anche all’umanità di chi è disposto
a tendere significativamente la mano: non si tratta di una
mera concessione statuale, bensì di una nuova condivisione
che è gia diventata conquista di coscienza.!
Vincenzo
Andraous
 
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