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Democrazia
formale e democrazia sostanziale : una proposta
di
avv. Filippo Matteucci
L’appellativo di Hans Hermann Hoppe, “La democrazia, il Dio
che ha fallito”, è arbitrario se applicato al significato
essenziale del concetto “democrazia”, ovvero comando del popolo.
Il fallimento nelle intenzioni di rendere il popolo sovrano
è caso mai ascrivibile alla democrazia elettiva, delegata.
E questo non stupisce di certo.
Da
che mondo è mondo, chi delega potere, perde potere. Negli
ultimi due secoli il popolo non è stato mai sovrano. Semplicemente
una borghesia di bassa qualità e spesso dedita a traffici
criminali ha tolto il potere ai Re e ai nobili che lo detenevano
in precedenza. Questo ha significato un regresso di civiltà,
un peggioramento della qualità dei governanti. Se la qualità
di governanti di monarchi e aristocratici era talvolta mediocre,
la qualità di governanti dimostrata dai modern days kings,
ovvero dalle famiglie della grande imprenditoria e della criminalità
organizzata, è conclamatamente infima, peggiore. Il popolo,
in questo passaggio di potere dall’aristocrazia ai dominanti
di oggi, ha svolto o l’imbelle ruolo di spettatore passivo,
o quello di marionetta di rivoluzioni e manifestazioni di
piazza, marionetta di cui altri tiravano i fili.
Si
può quindi parlare di fallimento della democrazia nel senso
di fallimento della democrazia elettiva, delegata. La tanto
sbandierata democrazia elettiva è solo forma, fumo che nasconde
una dura sostanza fatta di tirannie oligarchiche prive di
ogni virtù, che controllano tutto, anche la mente della gente.
I parlamenti altro non sono stati che ben nutriti assembramenti
di maggiordomi e lacchè dei padroni del momento, più che di
zelanti e diligenti rappresentanti del popolo. Le tecniche
di nomina dei parlamentari, dal voto di scambio alla socializzazione
dei costi del consenso, sono state appositamente studiate
per ottenere questo risultato, per far permanere il potere
nelle mani delle famiglie dominanti.
Il
popolo, se vuole realmente attuare la democrazia, se vuole
comandare su se stesso, deve partecipare direttamente al potere,
senza deleghe e mediazioni. Ovviamente un popolo può ottenere
un simile inusuale risultato solo se è un popolo ad altissima
civilizzazione, acculturato, autocoscente, determinato a spazzare
via i suoi nemici con ogni mezzo, consapevole che chi si lascia
amministrare arricchisce l’amministratore e impoverisce se
stesso, chi delega agli altri lavorerà per arricchire altri.
L’art.
3 della costituzione della repubblica italiana confessa e
riconosce questa differenza tra forma e sostanza, tra quello
che viene raccontato al popolo e la cruda realtà del potere,
in relazione ad un altro principio fondante, almeno sulla
carta, quelle moderne democrazie accusate a ragione di fallimento
da Hoppe: il principio di uguaglianza.
Per
le famiglie dominanti il principio di uguaglianza significa
solo che il padrone vuole tutti i servi uguali davanti a lui.
In effetti l’uguaglianza rappresenta un sogno, o un incubo,
utopico: nessuno è uguale a nessun altro. Pur tuttavia al
popolo servo deve esser regalata l’illusione che il servo
sia uguale al padrone, confondibile con esso, come nella pubblicità
di una qualche multinazionale. E’ questa la cialtronesca religione
del “tutti al..”: tutti al mare, tutti in vacanza, tutti in
discoteca, tutti insieme, senza distinzione di censo, sesso,
razza, religione ecc.. La dura realtà, quella che è così penoso
guardare bene in volto senza ingannare se stessi, è ben diversa.
E l’art. 3 della costituzione italiana lo riconosce. Esso
testualmente recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità
sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione
di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche,
di condizioni personali e sociali. E’ compito della repubblica
rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che,
limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini,
impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica,
economica e sociale del paese.”.
E’ questo uno degli articoli più significativi della costituzione,
permeato dalle ideologie dello scorso secolo. E’ molto chiara
in esso la distinzione fra l’uguaglianza formale del primo
comma (uguaglianza davanti alla legge) e l’uguaglianza sostanziale,
di fatto, del secondo comma. Rimarchevole anche il dovere
imposto alla repubblica di rendere effettiva, concreta, l’uguaglianza
sostanziale rimovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale
ad essa opponentisi, cosa che ovviamente lo stato, saldamente
in mano alle famiglie padrone e non al popolo, si è sempre
ben guardato dal fare. Analoga distinzione ed analoga imposizione
di doveri la costituzione non prevede invece per l’altro,
ben più concreto, “valore” di diritto pubblico, e cioè la
democrazia. La costituzione dà per scontato che il modello
di democrazia formale elettiva da essa delineato sia quello
esaustivo, limitando all’osso gli istituti di democrazia diretta.
Contro
questa chiusura dell’universo di discorso circa il concetto
e il significato di “democrazia” deve intervenire la teoria
del diritto pubblico, la cultura giuspubblicistica, e, di
conseguenza, anche l’istruzione giuridica. La teoria giuspubblicistica,
così come la sua storia, presenta infatti una vasta gamma
di modelli di democrazia da prendere in considerazione, da
valutare in confronto col modello formale adottato dalla costituzione.
In particolare il confronto differenziale porta a risultati
di estrema chiarezza nel momento in cui la democrazia formale,
solitamente indiretta, elettiva, rappresentativa, quindi delegata,
magari reiteratamente, viene paragonata alla democrazia diretta,
nelle sue versioni storiche, peraltro non numerose (i dominanti
non l’hanno mai gradita), dall’ecclesia dell’antica Atene
ai comizi curiati e centuriati della Roma repubblicana, dai
soviet della prima rivoluzione russa ai referendum approvativi
della Confederazione Elvetica.
Il popolo è stato talmente condizionato concettualmente, indotto
e abituato a confondere la democrazia con le “libere” elezioni,
che è indispensabile qualche chiarimento. Per introdurre anche
i più distratti alla tematica dell’effettività della democrazia,
teniamo ben presenti le finalità di conferimento di potere
normativo, amministrativo e impositivo. Partiamo dall’esempio
di scuola dell’amministrazione del condominio, ben chiaro
a tutti in quanto riscontrabile nella quotidianità concreta
della maggior parte delle famiglie. I condòmini hanno più
possibilità: partecipare personalmente alle assemblee o delegare
altri condòmini o addirittura l’amministratore; delegare la
gestione a un solo condòmino o, peggio, a un amministratore
professionista esterno, o invece ricoprire loro stessi a turno
tale carica privata, magari collegialmente. Credo siano per
tutti ben evidenti le diverse conseguenze, sia in ordine a
chi di fatto deterrà il potere nel condominio, sia alla diversa
efficienza e trasparenza della gestione risultante, sia a
quanti soldi verranno richiesti ai condòmini per l’amministrazione,
sia a che fine faranno tali soldi, quali tasche andranno ad
arricchire, a seconda che nel condominio si scelga la gestione
diretta da parte dei condòmini o invece la delega della gestione
stessa.
La
trasposizione dei modelli di divisione o compartecipazione
del potere, in particolare dei poteri normativo e gestionale,
dal condominio a collettività organizzate più vaste, dal quartiere
al comune, dalla regione allo stato, viene così naturale e
di facile comprensione. Da tale trasposizione nascono interrogativi
che possono essere posti quali stimoli per riflessioni critiche,
primo fra tutti quello classico: è possibile trasporre il
modello di democrazia diretta da piccole collettività quali
il condominio o la polis greca, nelle quali vi è una partecipazione
generalizzata dei soggetti componenti, a collettività più
vaste? Con quali modalità e accorgimenti di ingegneria costituzionale?
Occorre primariamente anche spiegare il perché delle accuse
di falsità, inautenticità, formalismo e di fallimento rivolte
alla democrazia elettiva delegata, ovvero quali difetti intrinseci
tale modello, nato dalle migliori intenzioni dei suoi teorizzatori,
ha sempre avuto, e quali ulteriori distorsioni ha dovuto subire
ad opera di chi non ha mai accettato in nuce il concetto di
democrazia tout court.
Ne cito solo uno per brevità. E’ il popolo che decide quali
persone vengono candidate nelle liste elettorali per elezioni
realmente significative quanto a conferimento di poteri, quali
quelle politiche nazionali o amministrative regionali? La
risposta è ovviamente no. E allora occorre chiedersi: chi
decide? I partiti? Parliamo di un’entità astratta, sfuggente,
anonima, depistante: chi controlla il partito? In realtà famiglie
di potentati economici locali o nazionali, in varia guisa
alleate fra loro e controllanti questo o quel partito, decidono
chi dovrà sedere in parlamento, giunta, consiglio, per obbedire
ai loro ordini e fare i loro interessi e non certo quelli
del popolo. E’ naturale che a tal fine candideranno soggetti
che hanno dato prova di fedeltà e obbedienza a chi conferisce
loro cariche pubbliche e prebende, ben disposti a calpestare
diritti e giustizia. Un discorso analogo può farsi per il
conferimento per concorso pubblico (art.97 comma 3 e 106 comma
1 cost.) di pubblici uffici, comportanti attribuzione di poteri,
come le sempre emergenti vicende di quel fenomeno definito
dai giornali “concorsopoli” comprovano.
Non
solo. La Scuola di Francoforte e in particolare Herbert Marcuse
hanno ben studiato le nuove forme di controllo che il sistema
delle multinazionali in mano a poche famiglie di ultraricchi
(come li definisce Vance Packard) ha a sua disposizione. Sono
finiti i tempi in cui i Premier ordinavano ai generali di
sparare sugli scioperanti: oggi non ce n’è più bisogno. La
manipolazione delle coscienze, il lavaggio massmediatico dei
cervelli, portano il lavoratore – consumatore ad occuparsi
di altro, calcio, sesso, discoteche, droga, programmi televisivi
spazzatura, musica scadente, consumi superflui o inutili vacanze,
tutto fuorché la gestione del potere pubblico, del denaro
pubblico, dell’organizzazione della struttura economica, in
una parola dell’esercizio democratico del potere. Il dovere
verso noi stessi di prestare maggiore attenzione al fenomeno
e di preoccuparci sussiste a maggior ragione quando le famiglie
dominanti traggono il loro potere e la loro ricchezza da traffici
illeciti e dal controllo di organizzazioni criminali.
Tutto
ciò, a prima vista, sembrerebbe corrispondere alla concezione
marxiana del diritto come sovrastruttura dell’unica realtà
portante consistente nella struttura economica. Senonché,
almeno qui in Italia, non esistendo un libero mercato, la
stessa ricchezza economica non dipende per lo più dalla competitività
del singolo o della famiglia, bensì dai favori statuali, quindi,
in ultima analisi, dall’essere lacchè benvoluti delle famiglie
che controllano lo stato, il fisco, la spesa pubblica.
Quanto
detto può essere meglio compreso mediante paragoni storici
delle istituzioni giuridiche di potere. In particolare va
fatto rilevare il passaggio cruciale dalle società aristocratiche
alla società c.d. borghese. Nelle società aristocratiche,
rimaste pressoché inalterate nella loro essenza fino all’ancien
regime, si perpetua la divisione già presente nell’antica
Sparta: spartiati, i nobili guerrieri, detentori iure viis
et iure virtutis del potere militare, e di conseguenza anche
del potere politico nonché del potere di sfruttamento economico
(l’antico assoggettamento al tributo), perieci, mercanti e
artigiani, e iloti, gli schiavi, i discendenti delle popolazioni
sconfitte.
Nelle pseudo democrazie borghesi i plutocrati hanno il know
how tecnico economico (la capacità di produrre ricchezza),
nonché le potenzialità economiche per comprarsi eserciti e
politici amministratori e per usare a loro piacimento le masse
in rivolta contro i nobili. Una
volta eliminata l’aristocrazia nobiliare e acquisito il controllo
dello stato, del fisco, del debito pubblico, dell’emissione
di moneta, è stato primo interesse delle famiglie padrone
della grande impresa e/o della criminalità organizzata tenere
più bassa possibile la qualità di vita dei dominati: peggio
sta il popolo (che le odia), più saldamente loro possono permanere
al potere. Per questo è, al contrario, interesse primario
del popolo appropriarsi della sovranità tramite forme possibili
e funzionali di democrazia diretta.
Si
deve allora tentare di definire un sistema globale, generalizzato
di democrazia diretta in collettività numericamente rilevanti,
presentando poche e chiare condizioni di esso, di immediata
comprensione. Tutti devono poter partecipare direttamente,
in prima persona, alla gestione dei poteri pubblici, legislativo,
amministrativo e giudiziario. Perché tutti possano partecipare
è necessario che la durata del ricoprimento della carica pubblica
sia limitata a un periodo di tempo più o meno breve, e cioè
che il conferimento della carica sia turnario. Perché
tutti possano realmente partecipare è necessario che il conferimento
turnario della carica sia a semplice richiesta, senza ricorrere
a elezioni e concorsi pubblici tanto formali quanto controllati
e manipolati (ricorrere a elezioni vorrebbe dire far eleggere
chi vuole il padrone, come avviene ora).
Perché
ciò non dia luogo ad arbìtrii occorre che la carica, oltre
che temporanea sia collegiale, e all’interno del collegio
si decida a maggioranza. Perché i collegi operino con la necessaria
efficienza è necessario che parte dei loro seggi siano riservati
a cittadini professionalmente competenti nei settori oggetto
dell’attività del collegio. Si può così definire come proposta
di democrazia sostanziale la democrazia diretta, che per essere
applicata a collettività oltre che locali, anche regionali
e nazionali deve essere turnaria, a semplice richiesta, e
collegiale, con riserva parziale di seggi per competenze.
Un cursus honorum può graduare l’avanzamento verso il ricoprimento
di cariche di maggior importanza, riservandolo a soggetti
che abbiano già ricoperto cariche minori e che abbiano così
acquisito competenze e know how.
Immaginare
e proporre alternative di vera democrazia è un’esperienza
creativa, formativa, libertaria, infinitamente più valida
rispetto all’accettazione supina, acritica e ossequiente di
uno status quo accuratamente costruito dai pochi per il dominio
sui molti. Per chi appartiene con dignità e senza masochismo
al popolo, concretizzare alternative dovrebbe essere preferibile
allo stagnare nell’abitudine del servo che ogni mattina si
alza e va a lavorare per mantenere i suoi persecutori. Ma
come abbiamo dissertato sulla qualità di governanti delle
attuali famiglie padrone, a questo punto è d’obbligo interrogarsi
sulla qualità, unità, virtù e dignità dei soggetti e delle
famiglie componenti il popolo asservito.
 
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