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Bullismo
: il pericolo delle nuove motivazioni
di
Vincenzo
Andraous*
Il bullismo appare sempre meno imparentato con il disagio
relazionale, sempre più coinvolto in un comportamento sociale
dedito al raggiungimento di traguardi altrimenti inaccessibili.
Bulli
e bulle impazzano nei blog di una rete più che mai innamorata
di vittime sacrificali, ben mimetizzati, amalgamati alla normalità,
e quando appaiono, è perché sono invischiati in qualche indagine,
in qualche ricerca sociologica, nello studio dei dati esponenziali
che tanto allarmano ma ugualmente non consegnano sicurezza.
Sempre più il palcoscenico non è teatro unico del colpo inferto,
ma terreno fertile per imparare a non fare rumore, rimanere
famosi ma invisibili, al punto da non poter esser messi da
parte.
E’
una competizione che si gioca tutta dentro il quadrato di
un’arena immaginaria, in cui non si fanno prigionieri, al
massimo qualche cavia impaurita da usare nelle giornate più
noiose.
Quel
giorno alla Casa del Giovane stavamo confrontandoci sulla
violenza, sui protagonisti negativi assunti a eroi, i famosi
da emulare, proteggere, per paura e per il piacere del sangue,
naturalmente di quanti non possono difendersi. Nella piccola
aula fummo tutti d’accordo di fare qualcosa, di non rimanere
più in silenzio, ci scambiammo una promessa, di quelle che
è possibile mantenere, tentare di essere meno distratti nei
riguardi di chi ci è vicino e fatica a starci dietro.
L’incontro
era terminato, quando una ragazza mi chiama in disparte, mi
ringrazia, e ribadisce che ci sono momenti nella vita di una
persona, in cui l’unica maniera per non soccombere a una ingiustizia,
è fare ricorso a una sorta di violenza di rinculo. Apre la
sacca e mi fa vedere un coltello a serramanico, una specie
di compagno salvavita, con la speranza di non dover mai interpellarlo.
C’è evidente un’incapacità a valutare i significati emozionali,
le interazioni, le stesse relazioni umane perdono interesse,
fino a non riconoscere più i sentimenti, quelli che ti permettono
di provare e sentire la fortezza dell’amore-valore. Quel coltello
è il messaggio di crisi di una generazione, ma anche una vera
e propria chiamata alla rivolta per tutte le agenzie educative
e di controllo, non è sinonimo di stile di vita per proteggere
la propria, è segnale di paura che non arruola alla solidarietà,
quel coltello portato in giro con malcelata insicurezza, è
il prodotto di una condizione che fa perdere contatto con
la realtà.
“Non voglio essere una bulla, ma neanche una sfigata, non
mi interessa denunciare qualcuno, non serve a molto, ma non
voglio avere la vita distrutta”. Una difesa tutta all’attacco,
per ogni botta inferta c’è una vittima disastrata, il sequestro
delle emozioni, dei bisogni, dei desideri, fino a diventare
disturbo, fobia, ossessione.
Forse
quando siamo di fronte al male acerbo, miope, non è più il
caso di accontentarci di occupare lo spazio con risposte che
curano la patologia, forse è giunto il momento di pescare
direttamente dentro le derive, dove si è eroso il livello
psicologico come disagio, forse è il momento di cambiare le
assi di coordinamento-apprendimento sociale, dell’educazione
e della socializzazione, forse occorre trascurare meno la
solidarietà fra le persone, per non farla tramutare in quella
sordità che accumula odio e violenza, e non merita alcuna
attenuante.
*
tutor della Casa del Giovane di Pavia
 
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