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29 ottobre 2009
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Processo penale : studiosi , i si' e i no alla riforma Alfano
di Mauro W. Giannini

Per la riforma del processo penale occorre rigore scientifico e impegno corale. Lo ha afermato l'Assemblea dell'Associazione tra gli studiosi del processo penale concludendo i suoi lavori ieri a Lecce. Hanno giurato fedeltà al codice del 1989 nel nome di Giuliano Vassalli. Nel rendere omaggio alla memoria dell’illustre maestro, scomparso alla vigilia del ventesimo compleanno della riforma processuale del 1989, i professori di procedura penale riuniti in Assemblea hanno riaffermato che il suo codice è il loro codice.

"Nonostante i reiterati attacchi e le conseguenti amputazioni - spiega una nota - le regole del rito accusatorio continuano ad essere vitali e a guidare, pur nelle incertezze delle oscillazioni interpretative, il lavoro quotidiano nelle aule giudiziarie". Proprio rievocando il clima sereno di venti anni fa, che ha reso possibile una grande riforma grazie alla collaborazione e al supporto offerto al lavoro Parlamentare da Università, magistratura e foro, l’Assemblea ha rilevato come oggi sia invece "difficile mettere mano alle riforme in modo corale a causa della profonda frattura tra politica e magistratura".

Di qui la rivendicazione di un ruolo di mediazione culturale da riconoscere ai giuristi nell’attuale momento storico: "Come depositari del sapere scientifico sulla giustizia penale, gli studiosi possono oggi offrire al Paese le coordinate per legiferare in modo equilibrato ed efficace". Per testimoniare questo impegno, l’Assemblea ha preso posizione su alcuni temi attualmente al centro del dibattito sul futuro del nostro processo penale.

Nel documento, approvato a larga maggioranza, i professori di procedura penale si sono espressi a favore della separazione delle carriere tra i giudici e pubblici ministeri, sottolineando però che il vero problema da risolvere, al di là degli slogan, è quello della collocazione dell’organo d’accusa, che deve operare in regime di piena indipendenza rispetto ad ogni altro potere e nell’osservanza del principio di legalità.

Secondo gli accademici, "La separazione tra le posizioni ordinamentali dei magistrati requirenti rispetto a quelli cui sono demandate le funzioni giudicanti può essere un utile strumento per assicurare la terzietà del giudice. Questo nuovo assetto deve essere, tuttavia, attuato parallelamente alla rivitalizzazione della cultura della giurisdizione per quanto attiene all'organo giudicante e all'effettiva attuazione del principio di obbligatorietà dell'azione penale, garanzia di legalità dell'operato del pubblico ministero. Solo a queste condizioni la separazione può lasciare inalterata l'irrinunciabile indipendenza del pubblico ministero da ogni potere, quale magistrato oggetto di specifiche garanzie costituzionali". Nessuna fuga, dunque, verso forme di prosecutor all’americana o all’inglese, modelli che non sono compatibili con l’assetto costituzionale del nostro ordinamento.

Sulle intercettazioni l’Assemblea, pur condividendo l’urgenza di una riforma a tutela del diritto alla riservatezza, ha escluso che si possa far uso della formula 'gravi indizi di colpevolezza' quale fondamento del decreto autorizzativo: "Ciò renderebbe del tutto inutile - spiegano gli accademici - questo strumento investigativo richiedendo che risulti provata una responsabilità che è l’obiettivo della indagine". Quanto alla pubblicazione dei risultati dell'intercettazione, gli studiosi ribadiscono che "le comunicazioni non rilevanti a fini processuali debbono restare sempre coperte da segreto, la violazione del quale deve essere pertanto rigorosamente perseguita. Per assicurare il rispetto del divieto di pubblicazione, sono necessari strumenti che impediscano fughe di notizie in modo che restino pubblicabili soltanto le comunicazioni destinate ad essere effettivamente acquisite al procedimento. Un utile rimedio potrebbe essere l'istituzione di un doppio filtro (pubblico ministero e giudice) sulle intercettazioni non rilevanti, da custodire nell'apposito archivio riservato".

Infine l’Assemblea ha espresso preoccupazioni circa la linea proposta dal Progetto Alfano in materia di rapporti tra polizia e pubblico ministero, anche sotto il profilo della legittimità costituzionale ai sensi dell'art. 109 Cost.: "Attenuare il legame tra il magistrato inquirente ed il suo braccio armato apre uno scenario che vede incrinarsi l’indipendenza dell’azione investigativa per l’emergere di una autonomia degli esponenti della polizia giudiziaria che dipendono dal potere esecutivo".

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