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Processo
penale : studiosi , i si' e i no alla riforma Alfano
di
Mauro W. Giannini
Per
la riforma del processo penale occorre rigore scientifico
e impegno corale. Lo ha afermato l'Assemblea dell'Associazione
tra gli studiosi del processo penale concludendo i suoi lavori
ieri a Lecce. Hanno
giurato fedeltà al codice del 1989 nel nome di Giuliano Vassalli.
Nel rendere omaggio alla memoria dell’illustre maestro, scomparso
alla vigilia del ventesimo compleanno della riforma processuale
del 1989, i professori di procedura penale riuniti in Assemblea
hanno riaffermato che il suo codice è il loro codice.
"Nonostante i reiterati attacchi e le conseguenti amputazioni
- spiega una nota - le regole del rito accusatorio continuano
ad essere vitali e a guidare, pur nelle incertezze delle oscillazioni
interpretative, il lavoro quotidiano nelle aule giudiziarie".
Proprio rievocando il clima sereno di venti anni fa, che ha
reso possibile una grande riforma grazie alla collaborazione
e al supporto offerto al lavoro Parlamentare da Università,
magistratura e foro, l’Assemblea ha rilevato come oggi sia
invece "difficile mettere mano alle riforme in modo corale
a causa della profonda frattura tra politica e magistratura".
Di qui la rivendicazione di un ruolo di mediazione culturale
da riconoscere ai giuristi nell’attuale momento storico: "Come
depositari del sapere scientifico sulla giustizia penale,
gli studiosi possono oggi offrire al Paese le coordinate per
legiferare in modo equilibrato ed efficace". Per testimoniare
questo impegno, l’Assemblea ha preso posizione su alcuni temi
attualmente al centro del dibattito sul futuro del nostro
processo penale.
Nel
documento, approvato a larga maggioranza, i professori di
procedura penale si sono espressi a favore della separazione
delle carriere tra i giudici e pubblici ministeri, sottolineando
però che il vero problema da risolvere, al di là degli slogan,
è quello della collocazione dell’organo d’accusa, che deve
operare in regime di piena indipendenza rispetto ad ogni altro
potere e nell’osservanza del principio di legalità.
Secondo
gli accademici, "La separazione tra le posizioni ordinamentali
dei magistrati requirenti rispetto a quelli cui sono demandate
le funzioni giudicanti può essere un utile strumento per assicurare
la terzietà del giudice. Questo nuovo assetto deve essere,
tuttavia, attuato parallelamente alla rivitalizzazione della
cultura della giurisdizione per quanto attiene all'organo
giudicante e all'effettiva attuazione del principio di obbligatorietà
dell'azione penale, garanzia di legalità dell'operato del
pubblico ministero. Solo a queste condizioni la separazione
può lasciare inalterata l'irrinunciabile indipendenza del
pubblico ministero da ogni potere, quale magistrato oggetto
di specifiche garanzie costituzionali". Nessuna fuga,
dunque, verso forme di prosecutor all’americana o all’inglese,
modelli che non sono compatibili con l’assetto costituzionale
del nostro ordinamento.
Sulle
intercettazioni l’Assemblea, pur condividendo l’urgenza di
una riforma a tutela del diritto alla riservatezza, ha escluso
che si possa far uso della formula 'gravi indizi di colpevolezza'
quale fondamento del decreto autorizzativo: "Ciò renderebbe
del tutto inutile - spiegano gli accademici - questo strumento
investigativo richiedendo che risulti provata una responsabilità
che è l’obiettivo della indagine". Quanto alla pubblicazione
dei risultati dell'intercettazione, gli studiosi ribadiscono
che "le comunicazioni non rilevanti a fini processuali
debbono restare sempre coperte da segreto, la violazione del
quale deve essere pertanto rigorosamente perseguita. Per assicurare
il rispetto del divieto di pubblicazione, sono necessari strumenti
che impediscano fughe di notizie in modo che restino pubblicabili
soltanto le comunicazioni destinate ad essere effettivamente
acquisite al procedimento. Un utile rimedio potrebbe essere
l'istituzione di un doppio filtro (pubblico ministero e giudice)
sulle intercettazioni non rilevanti, da custodire nell'apposito
archivio riservato".
Infine l’Assemblea ha espresso preoccupazioni circa la linea
proposta dal Progetto Alfano in materia di rapporti tra polizia
e pubblico ministero, anche sotto il profilo della legittimità
costituzionale ai sensi dell'art. 109 Cost.: "Attenuare
il legame tra il magistrato inquirente ed il suo braccio armato
apre uno scenario che vede incrinarsi l’indipendenza dell’azione
investigativa per l’emergere di una autonomia degli esponenti
della polizia giudiziaria che dipendono dal potere esecutivo".
 
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