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Carcere
come recupero delle proprie risorse
di
Vincenzo Andraous*
Il
carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi
della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal
carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti
per ripetizione, ma non si può ripetere la stessa classe quando
si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “. In
queste poche righe sono condensate tutte le contraddizioni
su cui poggia l’intera organizzazione penitenziaria, e non
solo, queste parole mostrano il volto dell’indifferenza, un
plotone di esecuzione nei riguardi di una umanità che è impossibile
cancellare.
Chi
commette una ingiustizia ha bisogno di essere riammesso nel
consorzio civile attraverso l’unica via possibile, la consapevolezza
della riparazione, ma perché questo possa diventare pane quotidiano
per ogni detenuto, in quanto persona, occorre riconsegnare
normalità al metodo umano della rivisitazione del proprio
vissuto, la violenza non viene mai dal di dentro, ma dal di
fuori di noi stessi.
Nei riguardi del carcere bisognerà parlare anche in termini
umani, di speranza possibile, non solamente con la voce delle
emergenze e delle indicibilità moltiplicate all’infinito,
riducendo le misure risocializzanti a meccanismi da operetta,
farneticando sull’istituto di riordino come dell’indulto.
Per la prima volta nella sua storia, l’indulto non ha prodotto
o innalzato la recidiva, quanti ne hanno usufruito non sono
tornati a delinquere, non sono rientrati in massa in carcere,
ma anzi molti dei beneficiari hanno optato per una scelta
di vita consona alle leggi del vivere civile.
Sul
carcere si continuano a perpetrare inesattezze evidenti, che
fanno sembrare i detenuti-numeri che non potranno mai imparare
a combattere l’abitudine del male, eppure il carcere è una
parte di società che ha bisogno di avere strumenti di educazione,
di quella pedagogia che disegna momenti in cui è possibile
raccontare di sé, e nel farlo crea occasioni di ripensamento,
una ripartenza della propria dignità personale. C’è chi è
così perduto nel “mondo dell’illiceità”, da risultare primo
tra gli ultimi, in un futuro così insopportabile da compiere
il passo più terribile del suicidio.
Un
carcere malato, insostenibile, è un carcere delle ideologie,
dei mercanti di esistenze, popolato di persone non più normali,
eppure “dal carcere si può essere licenziati con merito o
essere detenuti ripetenti“, così dovrebbe essere, così potrebbe
essere, così al momento non è. La pena e il carcere stanno
a giustizia, a umanità, anche quella ristretta, rinchiusa,
dimenticata, pena e carcere per chi ha contravvenuto, per
recuperare alla stessa umanità e allo stesso consorzio civile.
Una
realtà che dovrebbe indurre a chiederci se è giusto e onesto,
guardare sempre e solamente al male che circonda il pianeta
sconosciuto, se magari non sia possibile muoversi con una
ritrovata dignità, proprio tra i guasti e le smemoratezze
che costituiscono il lazzaretto disidratato, non solo per
renderlo più vivibile e onorevole, ma soprattutto per mettere
alla prova i luoghi comuni, per dimostrare che le persone
possono diventare migliori, recuperando il valore delle proprie
risorse: il tempo recluso può formare al rispetto delle Istituzioni,
e queste al rispetto della dignità umana.
*
tutor della casa del giovane di Pavia
 
Dossier
giustizia
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