22 aprile 2009

 
     

Immigrazione : recuperare la memoria
di Rodolfo Roselli*

Ancora una volta il disagio economico scatena reazioni contro gli intrusi di qualunque nazionalità. Ancora una volta queste manifestazioni sono verniciate di razzismo per nascondere la realtà della continua guerra tra poveri, una guerra di sola sopravvivenza.

Le istituzioni nazionali ed internazionali sono le sole responsabili di queste situazioni perché non riescono a distribuire la ricchezza in misura tale da non giustificare fughe di massa da un paese all'altro, non riescono a distribuire razionalmente il rapporto domanda-offerta di manodopera, non riescono neppure a far rispettare le norme, giuste o sbagliate, che loro stesse hanno stabilito, e soprattutto emettono norme senza minimamente rendersi conto dei costi indotti che tali norme creano, e tanto meno si preoccupano di verificare se poi i soldi ci sono per attuarle.

Basta ricordare l'ignobile baratto che fu fatto dall'Italia, nell'ambito del trattato CECA, che vendette i suoi minatori, da mandare nelle miniere del Belgio, in cambio di tonnellate di carbone, piangendo poi lacrime di coccodrillo quando centinaia di questi disperati morirono intrappolati sotto terra. Una normale vendita di schiavi.

Ma anche oggi chi pretende di saper amministrare le istituzioni dimostra una sconcertante incapacità. A Treviso nel 2008 le quote d'immigrazione ammesse erano di 3000 posti di lavoro, si sono avute 12.000 domande e nella zona vi sono ormai circa 100.000 immigrati. In occasione della crisi attuale questa situazione rischia di danneggiare i lavoratori italiani perché ogni imprenditore dovendo ridurre il personale preferirà mantenere gli immigrati che costano meno, che lavorano di più, che sopportano meglio certe irregolarità contrattuali etc. piuttosto che i lavoratori nostrani.

E questo scatena risentimento, che non ha nulla a che fare con il razzismo, ma semplicemente con la difesa dell'occupazione, e la causa è la pessima amministrazione dei flussi del lavoro. E così il mostro della migrazione dei disperati si scatena senza nessun limite, si evolve casualmente, coinvolge prepotentemente la popolazione che, in mancanza di disciplina pubblica, si abbandona ad un perverso fai da te, con una giustizia sommaria, emotiva, cieca ad ogni buon senso, che non fa che peggiorare la situazione. Quando gli immigrati percepiscono la debolezza delle istituzioni anche loro, a proprio vantaggio, si abbandonano alla illegalità e così le contese crescono e lasciano strascichi di vendette, di ricatti e purtroppo a volte anche di morti.

Ma ancora una volta tutto questo è già accaduto, si sono già viste queste assurdità, ma nessuno ha mai tratto insegnamento da questo passato, anzi ogni riferimento a questo viene volutamente ignorato dai mezzi di comunicazione, proprio per sobillare maggiormente il disagio, e questo dimostra quanto ignorante e in mala fede sia la classe dirigente pubblica e quanto sia incapace di dare un senso razionale al problema. Cerchiamo allora noi cittadini di recuperare la memoria del passato per valutare correttamente le situazioni, ma anche per evitare di essere trascinati da strumentalizzazioni politiche, sempre utili per arraffare voti.

Il problema della migrazione è di una banalità sconcertante. Qualunque persona arrivi in un altro paese viene valutata se porta denaro o se lo toglie, nel primo caso di qualunque provenienza o razza sia, è benvenuto, in caso contrario deve essere allontanato. Ma poiché chi intende allontanarlo è un vigliacco e non ha il coraggio di ammettere questa motivazione, allora usando la fantasia, si devono trovare altre ragioni che appaiano plausibili e magari utili per far apparire il vigliacco un eroe. Se è nero o giallo, si dice che è una questione di razza, se non è nero o giallo, si dice che è di un'altra religione, che porta sporcizia e malattie, e così via.

Nel 1893 nelle saline della Camargue, in Francia, alle foci del Rodano, furono massacrati un numero imprecisato di emigrati piemontesi, lombardi, liguri, toscani. Nella Camargue, in località di Aigues Mortes, il sindaco Maurice Terras cavalcò le proteste xenofobe dei manovali francesi contro gli intrusi italiani. La colpa degli italiani era quella di essere stati assunti dai padroni delle saline,e questi ultimi sotto la spinta della folla aizzata dal "sindaco-sceriffo", si affrettarono a licenziare subito tutti gli italiani. Insomma un classico pogrom razzista contro gli immigrati, ma che non erano di un'altra razza.

Tra Algeri e Costantina, in Africa nel 1871 era sorto un paese, Palestro, fondato da una comunità di famiglie trentine. Questo paese fu spazzato via da una sanguinosa rivolta dei Cabili contro i nostri connazionali, considerati infedeli. Nel 1934 a Kalgoorlie, in Australia, a 600 chilometri da Perth, durante la celebrazione dell'Australian Day per tre giorni si scatenarono sommosse, incendi, devastazioni e assalti contro nostri emigranti. Negli Stati Uniti, a New Orleans e Tallulah, dopo i negri, furono gli italiani a subire assassini di massa e linciaggi per odio scatenato dagli abitanti locali. Tutti fatti scatenati da campagne diffamatorie e razziste, non dissimili dalle affermazioni di Umberto Bossi che recentemente sosteneva la purezza della razza padana, considerata, secondo lui, una razza eletta. Mi ricordo la stessa frase detta da Hitler.

E infatti in Francia, nel 1893, si leggevano sui quotidiani francesi "questi italiani presto ci tratteranno come un paese conquistato e faranno concorrenza alla manodopera francese e si accaparreranno tutti i nostri soldi". Nulla di nuovo perchè il sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini ha detto "gli immigrati annacquano la nostra civiltà e rovinano la razza del Piave". Affermazioni nei decenni sempre eguali, ormai monotone, e fatte solo per fare effetto.

Oggi, in piena crisi economica, in Canada alcune aziende licenziano i soli dipendenti stranieri, a Milano la Deutsche Bank ha licenziato i soli dipendenti italiani. Ma analogamente la stessa situazione la ritroviamo per quanto riguarda il problema della criminalità. I nostri emigranti in Francia erano considerati delle spie e persone di dubbia moralità, e statistiche alla mano si affermava che il tasso di criminalità tra gli Italiani era del 20%, e del 5% invece tra i Francesi. In piena sintonia Mario Borghezio definì un delinquente spacciatore marocchino, il padre del piccolo che fu massacrato a Erba da due appartenenti alla pura razza padana. Come il volantino distribuito a Pieve di Soligo, che testualmente diceva "si comunica l'apertura della caccia per la seguente selvaggina migratoria, Rumeni, Albanesi, Kossovari, Zingari, Talebani afgani ed extracomunitari in genere. E' consentito l'uso di fucili e carabine e pistole di grosso calibro. Si consiglia l'abbattimento di capi giovani per estinguere più rapidamente le razze".

E arriviamo così anche alla perplessità espressa da Berlusconi in una trasmissione di Porta a Porta che ha affermato di non capire il significato negativo della parola xenofobia. Ma su questa strana battaglia verso gli immigrati si distingue anche il leghista Roberto Cota, firmatario della mozione che chiedeva l'introduzione delle classi ponte per gli scolari immigrati che non parlano bene l'italiano. E come lui Arthur Sweeny scrisse nel 1922 su una rivista americana" che era inutile cercare d'insegnare l'inglese agli Italiani perché nel suo paese non vi era posto per l'italiano, definito l'uomo con la zappa, sporco della terra che scava e guidato da una mente minimamente superiore a quella del bue, del quale è fratello".

Ma Ilaria Serra nel suo libro "Immagini di un immaginario" riporta l'affermazione di Giuseppina Reale emigrata negli Stati Uniti, che confessava "andai alla scuola pubblica e fu da piangere. Tornavo a casa e piangevo e dicevo io non capisco loro e loro non capiscono me. E piangevo lacrime amare finchè gradualmente, un po' alla volta ho imparato velocemente. E imparai ad amare questo paese". Negli Stati Uniti, fin dal 1909, le autorità scolastiche del Massachussets dicevano "noi siamo del parere che nel nostro paese tutti sono americani e non desideriamo incoraggiare nessuna tendenza che voglia distinguere gli americani in funzione della loro discendenza, perché riteniamo che la patria è meglio difesa da chi è, e si sente un cittadino in senso pieno, piuttosto che come un intruso".

Parliamo di criminalità extracomunitaria, ma forse dimentichiamo quella nostrana dei Casalesi, della mafia etc. che anche oggi usa gli stessi metodi dei loro nonni che sbarcarono in America e che organizzarono lì la criminalità italiana. Una criminalità che servì agli anglosassoni per denigrare tutti gli Italiani, anche se molti ne erano estranei. E quella criminalità organizzata non era dissimile da quella di oggi, le stesse fasi, prima la minaccia dell'estorsione, poi arriva il falso mediatore, poi si stabilisce il contratto di protezione e il relativo pizzo. E l'immigrazione di tanti onesti lavoratori italiani fu macchiata dai nomi di Vincent Mangano, Charles Gambino, Joe Bonanno, Lucky Luciano, ma del resto ancora più potenti erano i boss ebrei, nati dall'emigrazione analoga, che trafficavano in superalcolici, bische, e altrettanto temibili i boss irlandesi, che dominavano le zone portuali, etc.

Come fu combattuta questa criminalità? Fu combattuta come normalmente è necessario fare di ogni criminalità, che nasce e cresce sempre dove c'è benessere, indipendentemente da razze o religioni ma solo perché il denaro attira, allo stesso modo in cui attirò centinaia di delinquenti durante la corsa all'oro, mischiati a tanti illusi che speravano di diventare ricchi facilmente. Fu negli anni trenta che, cambiata la leadership politica e giudiziaria, cioè quella accomodante dei Roosevelt, La Guardia e Dewey, la nuova volle con i fatti catturare il consenso dei cittadini esasperati e fece una lotta seria, sistematica contro tutte le bande. E infatti intervennero uomini come Joe Petrosino, e da noi Giovanni Falcone, che furono uccisi, e Rudoph Giuliani, e allora la criminalità subì colpi durissimi, ma sempre pronta alla riscossa ogni volta che la politica allentava la guardia o ne aveva bisogno per ragioni elettorali, e quando addirittura per convenienza ne divenne alleata.

Questa alleanza avvenne tra governo degli Stati Uniti e mafia durante la seconda guerra mondiale, per sfruttare il separatismo siciliano e invadere la Sicilia più facilmente. Non ci fu invece alleanza ma guerra tra Kennedy e la mafia del narcotraffico corleonese, in una alternanza di alti e bassi che dimostrano che la maggiore o minore virulenza della criminalità non fu figlia della immigrazione, ma conseguenza delle collusioni politiche interessate che di volta in volta stringevano o no i freni e che quindi il razzismo non c'entrava assolutamente nulla.

Mi meraviglierei se oggi le ragioni non fossero le stesse, e non mi meraviglierei se per le stesse ragioni si sciorinassero per i gonzi tesi razziste, giustificazioni di purezza di razza e altre castronerie del genere. Ma anche queste castronerie sono utili, perché di utili idioti che ci credono ce ne sono sempre.

* intervento su Radio Gamma 5 del 22.4.2009 e su Challenger TV satellitare Sky 922 ogni giorno dal lunedì al venerdi

Speciale immigrazione e razzismo

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