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23 marzo 2009
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Grecia
: fine pena mai o fine vita subito ? Una faccia una razza, quella del Mediterraneo, si dice… E vediamo cosa succede su questi bastimenti traghetti barche che solcano il Mare Nostrum… Secondo quanto riportato da diversi media, la prigioniera Katerina Goulioni, prigioniera e attivista per i diritti dei prigionieri, è morta durante un trasferimento, sotto “custodia” della polizia. Gli ultimi aggiornamenti da Indymedia Atene rivelano che Katerina si trovava insieme a vari altri prigionieri sulla nave che li avrebbe dovuti trasferire al carcere di Creta. Insieme a loro anche un detenuto fascista, Periandro, che fuori dalla nave aveva in precedenza attaccato il prigioniero anarchico Yannis Dimitrakis, attualmente in ospedale, per essere poi malmenato dagli altri prigionieri. Katerina si trovava insieme a vari altri detenuti sul traghetto dal Pireo a Creta, per essere trasferita dalla prigione di Thiva dove era rinchiusa precedentemente. Le guardie l’avevano fatta sedere a 15 posti di distanza dagli altri reclusi, con le braccia bloccate dietro la schiena. Alle 6 della mattina Katerina veniva trovata morta; secondo le testimonianze degli altri prigionieri riportava segni di duri colpi sul volto. Il patologo si rifiuta di fornire alcuna informazione prima del rapporto ufficiale, per il quale bisognerà attendere la prossima settimana. I prigionieri del carcere di Thiva hanno subito iniziato a rifiutare i pasti. Katerina era stata punita diverse volte con l’isolamento per la sua attività di difesa dei diritti dei prigionieri. In un rapporto di Amnesty Italia del 2008 sulla Grecia leggo che: “La Grecia non ha concesso asilo alla maggior parte delle persone che lo avevano richiesto. I migranti sono stati sottoposti a maltrattamenti ed è proseguita la pratica di detenere arbitrariamente e per lungo tempo i richiedenti asilo, inclusi minorenni. Sono aumentate le denunce di maltrattamenti durante il fermo di polizia. Solitamente le vittime di tale trattamento appartenevano a gruppi emarginati. Sono stati riferiti casi di decesso durante la detenzione. Le autorità non hanno riconosciuto la condizione di persona vittima della tratta a donne e ragazze che, pertanto, non hanno potuto esercitare i propri diritti alla protezione e all’assistenza. Obiettori di coscienza sono stati perseguiti e i soldati di leva non sono stati informati del proprio diritto a svolgere un servizio alternativo. Contro la comunità rom sono stati eseguiti sgomberi forzati. È entrata in vigore una nuova legge per contrastare la violenza domestica”. Scriveva Anna C. Orlandi per il caso dell’estradizione dall’Italia a Zanotti: “La situazione delle carceri rappresenta per la Grecia, come per l’Italia, una zona d’ombra, spesso oggetto di articoli sui giornali e soprattutto nel mirino delle raccomandazioni da parte del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, delle pene e dei comportamenti inumani (CPT), istituito nel 1988, grazie all’entrata in vigore della Convenzione Europea per la prevenzione della Tortura (1987)…La risposta del governo, alle osservazioni del Comitato, è stata puntuale, ma il sovraffollamento e la mancanza di nuovi istituti di detenzione non aiutano al miglioramento delle condizioni carcerarie e Amnesty International continua a riscontrare il mancato rispetto dei diritti umani dei detenuti. Attualmente la popolazione carceraria è di circa 10.113 detenuti, di cui il 5,7% donne e il 4,3% giovani, a fronte di 30 istituti di detenzione, con una capacità di accoglienza di soli 8.019 detenuti e quindi con un livello di sovraffollamento pari al 126% (Prison Brief for Greece - International Centre for Prisons Studies, dati relativi a fine settembre 2006). A contribuire all’aumento della popolazione carceraria in questi anni vi è stato l’abbondante flusso di immigrazione che ha investito la Grecia, quale paese di grande affluenza migratoria: oggi, infatti, gli stranieri presenti nelle carceri greche sono circa il 41% del totale della popolazione carceraria”. E da PeaceReporter-Fine pena mai: …in Grecia i detenuti chiedono migliori condizioni di prigionia e una revisione del codice penale ellenico, in Italia lo scopo della protesta è la campagna ‘Mai dire mai’, per l’abolizione dell’ergastolo. Le mobilitazione in Grecia coinvolge 21 prigioni, anche dei bracci femminili e delle carceri minorili. Lo sciopero è iniziato con la consegna da parte dei detenuti di una lettera alle autorità nella quale descrivono la situazione ‘medievale’ dei penitenziari. Il problema di fondo è il sovraffollamento: in Grecia sono detenute tra le 12mila e le 14mila persone, in strutture che possono ospitarne massimo 7.500. Inoltre, all’interno dei penitenziari, il personale medico è quasi inesistente. Secondo i dimostranti questo spiegherebbe la morte, solo nel 2007, di 57 detenuti. In Italia la situazione non è differente.... In Grecia la protesta ha raggiunto livelli molto gravi. Un detenuto è stato trovato morto in cella, ma le autorità elleniche nel rapporto ufficiale parlano di overdose di stupefacenti. Un altro detenuto, Christo Tsibanis, 30 anni, ha tentato di impiccarsi in cella. Molti altri sono arrivati a cucirsi le labbra in segno di protesta... PeaceReporter ha intervistato Christian De Vito, dell’associazione Liberarsi, che affianca i detenuti nell’iniziativa. ”Non vogliamo sostituirci ai detenuti, che sono i veri protagonisti dello sciopero”, specifica De Vito, ”ma ci battiamo per dare loro l’occasione di far uscire la loro voce dal carcere. L’iniziativa arriva esattamente un anno dopo quella del 1 dicembre 2007, quando centinaia di ergastolani in tutta Italia hanno iniziato uno sciopero della fame, ma a parte qualche articolo non ne ha parlato nessuno, anche se è andato avanti per quattro mesi e alcuni di loro sono finiti in ospedale. Noi ci offriamo solo come ponte tra il carcere e l’esterno e tra i detenuti di tutte le carceri italiane, che però si sono mossi da soli”. Rimane l’interrogazione
scritta al Parlamento Europeo il 27 novembre 2008 di Stavros Lambrinidis
(PSE) alla Commissione Oggetto: Situazione nelle carceri greche: "Dal
3 novembre 2008 in tutte le carceri della Grecia i detenuti osservano
uno sciopero della fame chiedendo che il ministro della Giustizia dia
seguito alle sedici rivendicazioni presentategli. I detenuti chiedono,
inter alia, l’accesso alle cure mediche e farmaceutiche, una soluzione
al problema del sovraffollamento dei penitenziari, il trasferimento in
ospedale di detenuti gravemente malati in ambulanza e non a bordo di jeep
di servizio e con camicie di forza, e via dicendo.
Anche Amnesty International ha dato voce alle preoccupazioni suscitate
dalla situazione che regna nelle prigioni greche, denunciando il mancato
intervento sollecito da parte dello Stato ellenico per porre rimedio a
tali problemi. È significativo il fatto che, in strutture concepite per
ospitare 7 500 detenuti, a volte vengano ammassati fino a 14 000 reclusi,
3 000 altri detenuti sono rinchiusi in celle studiate per cinque occupanti
dove ne sono presenti fino a 15-18, in condizioni igieniche deplorevoli,
privi di cure mediche e farmaceutiche, in cui la droga è una realtà quotidiana
e in cui i decessi — in circostanze ancora oggi non chiarite — sono numerosi,
senza per altro suscitare, tutto sommato, alcuna reazione da parte del
governo greco. Forse vale la pena ricordare il significato etimologico e storico della PRIGIONE: Il termine indica, nell’uso corrente, sia una pena, che il luogo dove essa viene eseguita, sia una particolare tipologia edilizia destinata all’esecuzione della pena stessa. Il termine “prigione” deriva dal latino “prehensio”, l’azione di catturare, mentre la parola “carcere”, bandita dal nuovo ordinamento penitenziario, deriverebbe dal latino “carcer”, che ha radice dal verbo “coercio” da cui il significato di luogo ove si restringe, si rinchiude ed anche si castiga e si punisce. Il termine deriva dal latino ‘carcer’, il cui primo significato fu quello di ‘recinto’ e, più propriamente al plurale, delle sbarre del circo, dalle quali erompevano i carri partecipanti alle corse; solo in un secondo tempo, assunse quello di ‘prigione’, intesa come costrizione o comunque luogo in cui rinchiudere soggetti privati della libertà personale. V’è, però, qualche voce discorde che vuole l’espressione “carcere” derivante dall’ebraico “carcar” (tumulare, sotterrare). Le prigioni nacquero, verosimilmente, col sorgere della civile convivenza umana e svolsero, inizialmente, la funzione di allontanare dalla vita attiva e separare dalla comunità quei soggetti che il potere dominante considerava minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa. Le esigenze di costrizione finirono con l’imporre, immediatamente, sistemi durissimi, peraltro inaspriti nei luoghi ove l’esercizio del potere divino era affidato ai responsabili della cosa pubblica, poiché si riteneva che l’offesa arrecata dal reo si estendesse alla divinità. Le testimonianze più lontane che ci sono pervenute ci descrivono prigioni orrende, cieche, ricavate nelle profondità della terra. Le prigioni vere e proprie, quali strutture apposite per la custodia di persone indesiderabili, entrarono, però, in uso probabilmente dopo l’origine della “città”. Per quanto delle prigioni si trovi già menzione nella Bibbia, le prime notizie abbastanza precise, relative ad esse, risalgono alla Grecia ed a Roma antiche. Presso quei due popoli le prigioni erano composte da ambienti in cui i prigionieri erano protetti da un semplice vestibolo, nel quale, in taluni casi, avevano la libertà di incontrare parenti ed amici. Il carcere, comunque, non veniva mai preso in considerazione come misura punitiva, in quanto esso serviva in linea di principio “ad continendos homines, non ad puniendos”. Alcuni studiosi ritengono che il principio finalistico del carcere, quale istituto di espiazione di pena, risalga alla Chiesa dei primi tempi della religione cristiana. Il principio secondo il quale la pena deve essere espiata nelle carceri andrebbe fatto risalire, inoltre, all’ordinamento di diritto canonico, che prevedeva il ricorso all’afflizione del corpo per i chierici e per i laici che avessero peccato e commesso reati sulla base del principio che la Chiesa non ammetteva le cosiddette pene di sangue. ___________ NB:
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