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17 dicembre 2008
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Testimoni
di Giustizia : punire gli eroi La forza dello stato risiede nella fiducia che può fornire a chi subisce torti e nella rapidità con la quale dimostra di punire severamente chi li commette. Ma da tempo immemorabile la giustizia è cieca perché se qualcuno non le suggerisce dove andare ad indagare, da sola non ha la capacità autonoma d'intervenire, salvo casi rari. Ha bisogno dunque di suggeritori che possono dividersi in due grandi categorie, chi lo fa per averne dei vantaggi, e chi lo fa per difendere se stesso. I primi sono chiamati delatori, collaboratori di giustizia, criminali a contratto, pentiti, i secondi sono i testimoni di giustizia. I delatori diventano tali solo se sono arrestati e solo se rischiano pene pesanti fino all'ergastolo. Allora si fanno due conti e decidono di collaborare, e da quel momento, rivelando informazioni e segreti delle organizzazioni criminali, e con i notevoli sconti di pena, in aggiunta alla nostra giustizia buonista, possono in questo modo contare di riavere rapidamente la libertà. E' dunque solo un baratto, ma solo se presi con le mani nel sacco, e non vi è nulla né di un sentimento di sincero pentimento, e neppure sono atti di eroismo, ma solo convenienza e magari pronti una volta in libertà a ricominciare daccapo. Nel 2008 l'apposita Direzione Centrale del Ministero dell'Interno gestisce circa 785 delatori che si portano dietro 2700 familiari da proteggere e assistere e che possono anche godere di una sorta di premio-liquidazione in denaro una tantum se rinunciano al servizio di protezione. Ma oggi il filone dei pentiti tende a diminuire per due ragioni. La prima è che i benefici di legge concessi per via ordinaria sono praticamente eguali a quelli se uno si fa pentito e quindi non vale più la pena di fare la spia, il secondo motivo è che la qualità dei manovali del crimine diviene sempre più scarsa, i capi diventano sempre più riservati e accorti e quindi alla fine chi viene arrestato conosce ben pochi segreti da raccontare anzi a volte li inventa. Se invece ci troviamo di fronte a testimoni di giustizia, queste sono persone che non hanno nulla di cui pentirsi, ma ritengono, a torto o a ragione, di aver fiducia nello Stato e nel dovere civico di denunciare crimini che hanno subito o dei quali sono stati testimoni. Quindi il collaboratore di giustizia è persona ben diversa dal testimone e quest'ultimo non solo può essere chiunque, anche uno di noi, ma in uno stato efficiente non potrebbe, ma dovrebbe essere ogni cittadino munito di senso civico e attento a difendere la società. E' una persona che dovrebbe essere considerato un eroe da tutti noi e dallo Stato. Lo Stato se n'è accorto dopo circa dieci anni e infatti ha sostituito la legge del 1991 con la legge 45 del 2001 che disciplina e distingue il trattamento tra le due figure. Mentre il collaboratore di giustizia valuta e soppesa attentamente il suo gesto per avere dei vantaggi personali, il testimone di giustizia è una persona pulita che, invece di piegare la testa, la alza per denunciare e per la malavita e per il suo sistema omertoso è un pericolo mortale, perché mentre la spia è un personaggio più individuabile e in sostanza meno diffuso, chi denuncia è meno noto e può essere chiunque e costituisce per la malavita un cattivo esempio per se' e per gli altri. E la malavita non dimentica questi cattivi esempi e anche a distanza di anni si vendica. Questa vendetta ha un duplice fine, eliminare il colpevole e dimostrare a tutti che la malavita è più forte dello Stato, che non vale la pena di avere fiducia in esso, e che le leggi sono pezzi di carta che quando dovrebbero servire, per lentezza o incapacità burocratiche non servono a nulla. Basta ricordare il caso di Domenico Novello, che denunciò il clan dei Casalesi, che nel 2000 fu protetto. Nel 2003 la commissione centrale di protezione del Ministero dell'Interno gli revocò il programma di protezione perché, secondo loro, non sussisteva il pericolo e nel 2008 fu assassinato a Castelvolturno. Un errore burocratico che ha consentito un assassinio. Ma una protezione che, anche quando evita la morte, non evita la morte sociale delle persone che con la loro azione civile non solo dovrebbero essere largamente ricompensate del loro coraggio ma indicate ad esempio per tutti, e invece continuano a vivere nel terrore di una vendetta, nonostante vivano sotto falso nome, nonostante vivano in località protette e non siano in grado di svolgere alcuna occupazione. Per questo loro stato soggetto a rischio, costituiscono un soggetto in stato di permanente isolamento. Un isolamento alimentato dalla stessa Commissione Antimafia che per legge dovrebbe esaudire e non ostacolare le loro esigenze, e sempre per burocratica incapacità. E così si verificano i casi più incredibili: chi è stato scoraggiato proprio dal servizio protezione a continuare a svolgere il suo precedente lavoro in un ente pubblico, a chi è stata assegnata una nuova abitazione e poi si è scoperto fosse quella di un pentito, un altro ha perduto la casa, venduta all'asta per 32 mila euro, perché non poteva chiedere prestiti perché protestato proprio a causa delle estorsioni subite, e nessuno ha avuto la sensibilità di cancellare il suo nome dalla lista dei protestati. Paradossi allucinanti di una legge incredibile che concede mutui agevolati per il reinserimento nella vita sociale, che invece non vengono poi confermati dalle banche e anzi si chiede un tasso d'interesse elevatissimo, superiore a quello corrente, perché il richiedente è considerato da queste un soggetto a rischio. La legge consente di acquistare, da parte dello Stato, dei beni immobili del testimone a prezzi di mercato, ma le procedure lente fanno svalutare con il tempo questo prezzo e il rimborso diviene ridicolo. In una scuola hanno rifiutato l'iscrizione ai figli di uno di questi eroi perché li hanno ritenuti pericolosi. Vengono rilasciati documenti di copertura sballati, ove sulla carta d'identità si cambia il nominativo e lo si lascia invece sulla patente, e con mogli e figli che invece continuano a mantenere il vecchio cognome e quindi facilmente individuabili come bersagli. Ma la cosa più triste che dimostra la debolezza dello Stato è che mentre gli aguzzini di queste persone continuano a vivere con i loro familiari nei luoghi di origine, potendo usufruire di misure locali come arresti domiciliari, e altro, i testimoni di giustizia che hanno il certificato penale pulito devono vivere in esilio permanente. Sono dunque loro ad essere puniti, sotto gli occhi di tutti, dimostrando la resa dello Stato. Addirittura, come è avvenuto a Cosenza, a un boss della malavita con una ventina di omicidi sulle spalle, e' consentito possa passeggiare per le vie del centro protetto da cinque agenti di scorta, dimostrando in questo modo a tutti la sua importanza. Secondo la legge, il tenore di vita del testimone di giustizia non dovrebbe cambiare, ma in pratica è vero il contrario, perché queste persone che nella quasi totalità sono liberi professionisti, imprenditori, commercianti, insegnanti etc. ricevono un assegno dallo Stato che varia tra i 1600 e i 1000 euro mensili. E la punizione di questi eroi da parte della disorganizzazione legislativa dello stato non finisce qui. Non esiste nessun programma di previdenza sociale, e il testimone, se vuole la pensione, deve ricorrere ai versamenti di contributi volontari all'INPS. E' consentita una sola vacanza all'anno per una spesa di circa 2000 euro, definita come rimborso delle ferie, e spesso questo rimborso non arriva mai, e comunque tutto deve essere anticipato dall'interessato. L'abitazione affittata è pagata dallo Stato, ma non le tasse comunali come l'ICI, nettezza urbana etc, e nella località segreta assegnata non vengono mai effettuati programmi di protezione, ronde, sicurezza o verifiche e il cambio di generalità non è concesso a tutti. Eppure non si tratta di un numero di persone rilevante, che potrebbe pesare molto sulle finanze dello Stato. I testimoni di giustizia nel 2008 sono 75, e 230 i familiari e le persone connesse da proteggere e la spesa annua è di circa 70 milioni di euro, meno di un quarto della somma rapidamente elargita dallo Stato all'Alitalia. Questa spesa poi è ampiamente ripagata dalla confisca dei beni che il testimone di giustizia con il suo comportamento ha consentito, e dalla interruzione delle estorsioni e dei delitti, e la stima di massima - molto prudenziale - può essere economicamente intorno ad almeno cento volte di più. Ma l'inefficienza dello Stato è misurata dalla quasi totale insoddisfazione degli interessati che si sono sentiti semplicemente traditi e puniti per aver fatto il loro dovere di cittadini, e tutto questo diviene il maggior premio che si potesse dare alla malavita per scoraggiare al massimo le denunce. E poi si ha la sfrontatezza di dire che esiste l'omertà e che la gente manca di senso civico e coraggio. A mio avviso è la filosofia di protezione che dovrebbe essere totalmente ribaltata. Mentre i colpevoli dovrebbero essere allontanati definitivamente dalla zona ove hanno commesso i crimini, chi li ha denunciati dovrebbe rimanere al suo posto e godere non solo della massima protezione ma anche di facilitazioni-premio come esenzioni fiscali, assistenza sanitaria gratuita, finanziamenti a tassi agevolati e questo per tutta la vita, sia per permettere una facilità di svolgimento della sua vita, sia per dimostrare a tutti quanto sia conveniente denunciare ogni atto criminale e i suoi responsabili. La regolarizzazione della vita di questi perseguitati produrrebbe benefici diretti ed indiretti allo Stato di tale entità da essere irrisorio qualunque tipo di sostegno economico. Se lo Stato fossimo noi, non puniremmo i nostri eroi. * intervento su Radio Gamma 5 del 17.12.2008 ___________ NB:
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