11 novembre 2008

 
     

Zavorramento mafioso : quanto ci costano la mafia e l'illegalità
di Alessandro Balducci

Correva l'anno 2001 e l'Europa si apprestava ad adottare l'Euro. Maurizio Ricci, un bravo giornalista, su un quotidiano di rilevanza nazionale [1] scriveva a proposito dei "soldi grigi" derivanti da criminalità, evasione fiscale e da altre operazioni poco chiare:

"Solo per l'Italia, uno studio compiuto per l'Uic (Ufficio italiano cambi, ndr) ipotizzava in 8 mila miliardi il giro d'affari della droga, 4.500 miliardi quello di truffe, rapine, estorsioni, 4 mila quello della ricettazione, 5 mila il gioco clandestino. Il totale sarebbe di 2530 mila miliardi l'anno." "Ma i soldi "neri" dei criminali sono solo una piccola quota (circa il 10 per cento secondo gli esperti) del mare di soldi "grigi" che derivano dal sommerso, dall'evasione fiscale, dai fondi neri e dai trucchi di bilancio. A livello europeo, le stime più pessimistiche valutano in 750 mila miliardi di lire l'anno questi fondi "irregolari", a caccia di una conversione in euro."

Due anni dopo - siamo nel 2003 - Il Censis pubblicava i risultati di una ricerca eseguita in collaborazione con la Bnc, Banca Nazionale delle Comunicazioni [2]: "La mancata crescita del valore aggiunto delle imprese meridionali causata dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata è valutabile in 7,5 miliardi di euro all'anno. La stima, interessando soltanto le imprese sotto i 250 addetti, fa riferimento alla metà, grosso modo, delle attività economiche meridionali e pertanto costituisce una cauta misura del fenomeno complessivo. Tale volume di ricchezza non prodotta rapportata al valore del PIL del Mezzogiorno ne rappresenta il 2,5%. E questo tasso di zavorramento mafioso annuo, applicato allo sviluppo economico degli ultimi vent'anni, produce degli effetti considerevoli, poiché, come mostra il grafico allegato, se non avesse avuto modo di incidere negativamente sull'andamento della produzione, dall'81 ad oggi, il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord."

E poi ancora: "L'ombra della criminalità sulle imprese non si manifesta solo in termini di mancata crescita economica ma anche di costi per dotarsi di sistemi di sicurezza, e questi ammontano a non meno di 4,3 miliardi di euro, pari al 3,1% del fatturato complessivo delle imprese considerate nella ricerca. Inoltre, il mancato valore aggiunto avrebbe potuto generare almeno 180.000 unità di lavoro regolari annue, ossia il 5,6% di quelle utilizzate attualmente dalle imprese fino a 250 addetti nel Mezzogiorno."

Nel 2004, in un sito web specializzato su Cosa nostra ed attività criminali connesse [3] Anna Petrozzi e Monica Centofante chiedevano: "Quanto guadagnano le mafie? Difficile stabilirlo con certezza ci dice il sostituto procuratore della DNA Antonio Laudati, ma per citare un noto e autorevole giornale economico, Economy appunto, edito da Mondadori, riferisce dati a dir poco allarmanti." "Il fatturato annuo della Mafia Spa in Italia si aggirerebbe attorno agli 85 miliardi di euro l'anno mentre il capitale immobilizzato arriverebbe fino ai mille miliardi di euro. Praticamente, ha sottolineato il magistrato durante il convegno organizzato dall' OPCO che si è tenuto a Siracusa tra il 16 e il 18 luglio scorsi, l'ammontare criminale corrisponde al 7% del Pil (Prodotto Interno Lordo) del nostro paese. Il tanto che mancherebbe per rientrare nei parametri di Maastricht." Nello stesso pezzo, le due autrici affermavano inoltre che "Il crimine organizzato, la mafia, sparito dalle priorità dei governi rappresenta in realtà uno dei pericoli più gravi per le democrazie moderne poiché la portata delle ricchezze accumulate è tale da consentire l'inquinamento e quindi il condizionamento delle istituzioni."

In tempi più recenti, e precisamente nel 2006, secondo il rapporto Sos Impresa della Confesercenti che ogni anno costituisce una fonte preziosa di informazioni e dati sul fenomeno, le mafie costituivano un´impresa che fatturava 75 miliardi di euro, pari ad un colosso come l' Eni, il doppio di quello della Fiat e dell' Enel, dieci volte maggiore di quello della Telecom. Nello stesso rapporto, secondo i resoconti giornalistici di allora, a proposito della tragica piaga del pagamento del pizzo, si evidenziava come "la geografia del racket mostra realtà drammatiche soprattutto al Sud. A Catania e Palermo, l'80 per cento dei negozi paga il pizzo. In tutta la Sicilia i numeri ci dicono che sono coinvolti 50mila commercianti. Seguono la Calabria, con 15mila esercenti sotto pressione, soprattutto a Reggio Calabria e nel vibonese, la Campania, con 40mila commercianti taglieggiati, soprattutto nelle province di Caserta, Napoli e Salerno e la Puglia con 17mila negozianti coinvolti tra Bari, Taranto e Foggia. Un trend preoccupante, in continua crescita, si registra invece in Emilia Romagna e in Toscana."

Per quanto riguarda i dati dell'ultimo biennio, ormai tramite la rete internet, chiunque abbia un minimo d'interesse può andare a consultare i rapporti delle Agenzie preposte al contrasto delle attività criminali (Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, etc.) o le relazioni annuali di Sos Impresa (tanto per fare un esempio) per avere un'idea di quell'enorme spreco di risorse umane, materiali e finanziarie costituito dalle mafie. Un fardello che il Bel Paese si trascina da decenni e che ne ostacola lo sviluppo sia economico che sociale - come si sottolineava in [3] -, al punto da mettere in serio pericolo la stessa democrazia. Occorre anche dire che negli ultimi due anni, in alcune zone del Mezzogiorno - in particolare Sicilia e Campania - commercianti ed imprenditori hanno cominciato sull'onda del movimento dei giovani di Addio pizzo, a reagire all'oppressione delle mafie rifiutando di farsi taglieggiare dalle cosche e denunciando gli estorsori. E' un primo ma importante passo, perché qualsiasi azione di contrasto da parte dello Stato non può prescindere da una mobilitazione delle coscienze e della società civile.

Tuttavia c'è ancora molta strada da fare se Roberto Saviano, l'autore di "Gomorra", solamente qualche mese fa scriveva [4]: "Nessuno vincerà le elezioni in Italia. Nessuno. Perché finora tutti sembrano ignorare una questione fondamentale che si chiama "organizzazioni criminali" e ancor più "economia criminale". Non molto tempo fa il rapporto di Confesercenti valutò il fatturato delle mafie intorno a 90 miliardi di euro, pari al 7 per cento del Pil, l'equivalente di cinque manovre finanziarie. Il titolo "La mafia s.p.a. è la più grande impresa italiana" fece il giro di tutti i giornali del mondo, eppure in campagna elettorale nessuno ne ha parlato ancora."

Già. Nessuno ne parla. Anche i commentatori economici (o presunti tali) che imperversano in questo periodo sui massmedia scrivendo fiumi d'inchiostro su come tagliare 100 o 200 milioni di euro in questo o in quel settore, si dimenticano sempre e sistematicamente del fiume di miliardi che fuoriesce dalle tasche dei cittadini per riempire quelle dei mafiosi. Evidentemente fa più "audience" (o cercano di farci credere che faccia più audience) la guerra ai Rom ed ai graffitari oppure il provvedimento che commina il carcere (ma solo in Campania!) a chi butta una lavatrice rotta per strada. Poi però i politici fanno approvare a spron battuto dal Parlamento, e contro l'opposizione di metà del Paese, un provvedimento per tagliare le risorse alla scuola pubblica di ogni ordine e grado. I politici preferiscono la strada più semplice: colpire insegnanti, non docenti e studenti, piuttosto che mettersi a combattere seriamente il traffico di droga, il traffico illegale dei rifiuti, l'estorsione e gli appalti truccati - con il corollario di mazzette che ne derivano per i signorotti di turno.

Ecco forse è questo il punto. Recuperare il fiume di denaro illegale e ridarlo ai legittimi proprietari nonché alla collettività sottoforma di tasse (che magari proprio in conseguenza di ciò potrebbero essere abbassate per tutti), significherebbe dover cambiare anche l'atteggiamento della politica; fare in modo, per esempio, che vengano allontanati dalla gestione della cosa pubblica i personaggi sospetti di collusione o di connivenza con le mafie e responsabili della cattiva gestione della cosa pubblica. Significherebbe, per la politica, dover fare i conti con se stessa.

E questo, in Italia, è VERAMENTE DIFFICILE!

NOTE

1) Maurizio Ricci, "Capitali riciclati aspettando l'euro", La Repubblica, 01.09.2001

2) Censis, Comunicato stampa, "Senza la mafia il Sud raggiunge il Nord", 20.02.2003

3) Anna Petrozzi, Monica Centofante, "Mafia Spa, prima azienda d'Italia", in antimafia2000.com

4) Roberto Saviano, "Nessuno vincerà se si ignora la criminalità organizzata", La Repubblica, 15.03.2008

Speciale mafia e antimafia

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