13 settembre 2008

 
     

Giustizia : lettera aperta all'on. Violante
di Alessandro Balducci

On.le Violante, Nel 2002 Ilda Boccassini, nel corso di un'intervista su un quotidiano di rilevanza nazionale a proposito della memoria e degli insegnamenti di Giovanni Falcone, rispondendo alla domanda del giornalista, dichiarò:

"Se si è in buona fede, si deve ragionare sulle condizioni che hanno sollecitato quegli scritti e, in premessa, riconoscere che Giovanni non è stato soltanto "simbolo della lotta alla mafia", come riduttivamente qualcuno o troppi si accingono a fare in questo decennale. Falcone, quando scrive, ha in mente il rito accusatorio introdotto dalla riforma del processo del 1989. Ne intravede le grandi possibilità di repressione del crimine e di contrasto alla criminalità organizzata. Tiene a conservare il pubblico ministero come il dominus dell'indagine, il regista e lo stratega del lavoro della polizia giudiziaria. Si rende conto del potere di quell'ufficio nella raccolta delle prove e avverte la necessità di un contrappeso nella terzietà del giudice che deve valutarle. E' consapevole che quel potere impone al magistrato un'autonomia cristallina e una forte ed equilibrata professionalità, un lavoro ancora più rigoroso nelle fonti di prova che dovranno essere 'blindate', per così dire, se si vuole affrontare il dibattimento: se non lo sono, meglio lasciar perdere..."

"Voglio dire che Falcone vede, nel nuovo processo, la possibilità di garantire allo Stato maggiore forza nel difendere la cittadinanza dalla criminalità senza mutilare le garanzie dell'imputato. Non mi sembra questo, oggi, il centro del dibattito. L'ipertrofia legislativa ha deturpato il processo rendendolo un ibrido osceno dove lo Stato non difende più se stesso e le regole che si è dato e un imputato, se ha buone risorse, può difendersene con cavilli ed escamotage addirittura impedendone la celebrazione. Ecco, se si vogliono utilizzare le riflessioni di Falcone e questo vale sia per la politica che per la magistratura - siano ripristinate le condizioni che erano alla radice dei suoi ragionamenti: rito accusatorio, volontà dello Stato di potenziare il controllo della legalità, garanzie per l'imputato nel processo e non dal processo. Si mettano da parte le tentazioni di rendere subalterna ad altri poteri l'attività giudiziaria. In caso contrario, si lasci in pace nella sua tomba Giovanni Falcone".

In un'intervista ad un quotidiano - e riportata in un articolo di G. D'Avanzo su La Repubblica - Lei, on. Violante, afferma che "Il ruolo della polizia è stato schiacciato dal ruolo del pm. Bisogna tornare ai principi della Costituzione: la polizia da una parte e il pm dall'altra, ciascuno con proprie attribuzioni". Alla luce delle parole della Boccassini e del pensiero di Giovanni Falcone, tali affermazioni costituiscono un deciso passo indietro (meglio: una controriforma) rispetto allo slancio ideale che animò la riforma del processo del 1989 fortemente perorata dal giudice Falcone.

"Il pubblico ministero come il dominus dell'indagine, il regista e lo stratega del lavoro della polizia giudiziaria", è uno dei cardini sui quali si fonda il processo accusatorio e, francamente, non si vede al momento attuale la necessità di un salto all'indietro per quanto riguarda non solo l'efficienza nel contrasto alla criminalità (organizzata e non) ma anche per le garanzie dei cittadini. Perché, di fatto, sia quanto Lei dice nell'intervista, sia i contenuti della proposta governativa (che, guarda caso, recepisce l'intenzione da Lei espressa nell'intervista) vanno nel senso di un depotenziamento del ruolo del pubblico ministero in un momento in cui lo Stato deve affrontare le mafie nostrane che sono anche le più potenti e pericolose del pianeta (proprio qualche mese fa le Agenzie governative statunitensi hanno inserito la 'ndrangheta calabrese tra le organizzazioni più pericolose insieme ai gruppi terroristici fondamentalisti).

Inoltre, come già sottolineava Giovanni Falcone, la riforma del 1989 costituiva un progresso anche per le garanzie dei cittadini. Il pubblico ministero ha una formazione giuridica e nel suo lavoro di indagine e di ricerca degli indizi e delle prove è comunque portato a tenere sempre presente l'aspetto delle garanzie e dei diritti della difesa; il coordinamento della polizia giudiziaria da parte del pm, come previsto attualmente (vedi NOTA in calce), consente quindi un maggiore rispetto delle garanzie degli indagati e degli imputati. Non che si abbia sfiducia verso le Forze dell'Ordine e verso le indagini da loro compiute ma - va sottolineato - gerarchicamente esse dipendono dall'esecutivo per cui la procura "perde la direzione delle indagini mentre la polizia guadagna la sua libertà", per dirla col giornalista che ha scritto l'articolo citato. Si tratta di un colpo formidabile al principio della divisione dei poteri, architrave di ogni stato di diritto.

Occorre aggiungere anche che la dipendenza delle Forze dell'ordine dall'esecutivo è normale in tutte le democrazie occidentali e non è questo in discussione; ma in un Paese come il nostro caratterizzato da un alto tasso di illegalità anche da parte della classe politica (come del resto Lei stesso ricorda nella Sua lettera) abbiamo anche visto come questo possa portare a situazioni di "democrazia e diritti sospesi" come è emerso durante le indagini sulle violenze che hanno accompagnato il G8 di Genova.

E' vero che il "ritorno al passato" sembra ispirato da lodevoli intenzioni, come, per esempio, la volontà di restituire ruoli e professionalità alla Polizia; ma se questo pur condivisibile obbiettivo dovesse essere raggiunto attraverso uno scardinamento della riforma del 1989 con tutto il suo valore aggiunto in termini di cultura e civiltà giuridica, beh, allora, non siamo d'accordo! Pensiamo che esistano altri modi per valorizzare il ruolo ed il lavoro della Polizia, verso la quale noi cittadini siano peraltro già grati e riconoscenti: li vediamo quotidianamente - uomini e donne della Polizia di Stato - nelle strade a difendere la nostra sicurezza e non abbiamo certo bisogno di inventare chissà quali interventi legislativi per esprimere loro la nostra gratitudine.

Semmai vorremmo che le Forze dell'ordine fossero messe in grado di effettuare il loro lavoro quotidiano all'interno delle procedure e del quadro legislativo esistente, magari facendo in modo che le volanti non siano costrette a rimanere in caserma per mancanza di soldi per acquistare la benzina! E interventi di questo tipo possono essere fatti dal Parlamento e dal governo con tempi molto più rapidi di quelli che occorrono per le riforme.

Per dirla con la Boccassini, tuttavia, "non ci sembra questo, oggi, il centro del dibattito." Siamo portati a pensare che ben altre siano le motivazioni che muovono ed ispirano l'opera sia dell'esecutivo che dell'opposizione. E' vero che Lei stesso, in una successiva lettera, ricorda come la difesa e la diffusione della legalità non possa e non debba essere delegata solo alle toghe. Ed e' proprio alla luce di questa dichiarazione più che condivisibile che proprio non si capisce il perché di un intervento legislativo che vada nel senso di un sostanziale depotenziamento del ruolo del pm spinto fino al punto - come denunciato da G. D'Avanzo - di intaccare lo stesso principio di obbligatorietà dell'azione penale in pieno ed assoluto contrasto (questo sì!) con la Costituzione.

Ma non è solo l'aspetto di conformità alla Costituzione che ci preoccupa: è che come cittadini-elettori, se dovesse andare in porto il "patto più o meno nascosto per la giustizia", siamo molto preoccupati di consegnare le chiavi di casa ad una classe politica libera di assumere comportamenti anche illegali o al limite della legalità ed allo stesso tempo sicura di avere la certezza dell'impunità. Chi ci difenderà dalle prepotenze e dai reati commessi dalla casta? Non certo la casta stessa, come l'esperienza e la storia stanno a dimostrare.

Se davvero i politici vogliono perseguire l'obbiettivo di "riappropriarsi" della lotta per la legalità, finora delegata alla sola magistratura, allora la strada non è quella di depotenziare i pm aprendo pericolose tentazioni al controllo da parte del potere politico sul potere giudiziario; semmai occorrerebbe rendere più trasparenti le procedure di assegnazione degli incarichi direttivi nella pubblica amministrazione, rivedere l'istituto dello "spoiling system" prevedendo una burocrazia ed una classe di amministratori professionalmente preparati e sganciati il più possibile dai partiti, tanto per fare un esempio. E poi reintrodurre l'etica e il perseguimento dell'interesse generale nella gestione della cosa pubblica: evitare di candidare, per esempio, persone sotto inchiesta per reati come la corruzione o la collusione con la criminalità organizzata.

Oggi invece vediamo amministratori locali indagati o sotto inchiesta per corruzione o per mafia, che vengono prontamente ricandidati al Parlamento italiano o a quello europeo perché così possono giovarsi dell'immunità parlamentare. L'esempio ed il buon comportamento da parte della classe dirigente sono il miglior antidoto alla diffusione del malcostume e del malaffare. E non c'è bisogno di altre leggi, se non di quella del buon senso.

NOTA: Art. 59. c.p.p. (Subordinazione della polizia giudiziaria).
"1. Le sezioni di polizia giudiziaria dipendono dai magistrati che dirigono gli uffici presso i quali sono istituite.
2. L'ufficiale preposto ai servizi di polizia giudiziaria è responsabile verso il procuratore della Repubblica presso il tribunale dove ha sede il servizio dell'attività di polizia giudiziaria svolta da lui stesso e dal personale dipendente.
3. Gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria sono tenuti a eseguire i compiti a essi affidati inerenti alle funzioni di cui all'articolo 55, comma 1.
Gli appartenenti alle sezioni non possono essere distolti dall'attività di polizia giudiziaria se non per disposizione del magistrato dal quale dipendono a norma del comma 1.

Speciale giustizia

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org